Che presenta le caratteristiche costanti e distintive di una categoria determinata”. Questa è la definizione del termine “tipico” tratta dal vocabolario della lingua italiana Devoto-Oli. E per quanto riguarda la cucina? La risposta non è semplice, anzi suggerisce altre domande. Un prodotto è tipico anche se le sue origini non sono indigene? Per esempio: un pomodoro è originale di un territorio se i semi sono anch’essi autoctoni, ma nel caso in cui siano alloctoni, si può sempre parlare di tipicità? Con tale sospetto non voglio passare per integralista, ma solamente sollevare qualche dubbio. La cover story di questo mese è incentrata proprio sul concetto di tipico. Dalla lettura emergono sostanzialmente due scuole di pensiero. C’è chi sostiene che un piatto tipico deve essere realizzato utilizzando esclusivamente materie prime che esprimono al meglio il territorio e, invece, chi non dà alcuna importanza alla provenienza degli ingredienti puntando soprattutto sulla massima qualità delle materie prime, che solamente così possono dare vita a un grande piatto tipico. Due scuole di pensiero, quindi. Due modi di ragionare che convergono in un solo punto: la realizzazione di una ricetta al massimo delle sue potenzialità. Da non trascurare, poi, anche il fatto che al tipico si accompagna di pari passo la stagionalità dei prodotti. “Se dovessimo sempre e soltanto fare affidamento sulle materie prime locali, correremmo il rischio di non poter preparare alcuni piatti”, dice giustamente Antonio Santini. La globalizzazione ha brillantemente risolto il problema: ha eliminato le stagioni. Tutto è sempre a disposizione. Se il tutto (o in parte) è anche buono.
Davide Di Corato
direttore responsabile
HO.RE.CA. Magazine