La startup sassarese che combatte lo spreco alimentare

L'Alkelux ha sviluppato una tecnologia che nasce dalla peluria della liquirizia, l'unico scarto della filiera oggi privo d'impieghi.

Alkelux, startup deeptech sassarese ha sviluppato un additivo antimicrobico per packaging alimentare ricavato dagli scarti di lavorazione della liquirizia. La tecnologia, basata su nano-polymer dots, ha dimostrato efficacia contro virus, batteri e funghi nei test di laboratorio. L’obiettivo è ridurre lo spreco di frutta fresca, prima voce degli sprechi domestici in Italia. Entro l’autunno partirà l’impianto pilota di Sassari, primo passo verso la produzione industriale.

La startup sassarese che combatte lo spreco alimentare

Lo spreco alimentare in Italia vale quasi 14 miliardi di euro

Dal momento del suo arrivo sul banco frigo del supermercato una fragola ha tre giorni di vita, passati i quali se invenduta viene buttata via. Su scala nazionale, quel margine ristretto si traduce in uno dei capitoli più costosi dello spreco alimentare italiano, che vale 13,5 miliardi di euro l’anno, con la frutta fresca in cima alla classifica degli sprechi domestici. A determinare questo deperimento è quasi sempre lo stesso responsabile: la Botrytis cinerea, la comune muffa grigia specializzata nell’attacco dei piccoli frutti. Da oltre vent’anni la chimica dei materiali prova a integrare sostanze antimicrobiche nelle plastiche da imballaggio, ma il problema tecnico più ricorrente non è trovare un principio attivo efficace in laboratorio, bensì conservarne l’attività una volta incorporato nel film plastico, il punto in cui molti additivi perdono gran parte del loro effetto. È su questo divario che si è concentrato il lavoro di Alkelux, startup deeptech sassarese fondata dal chimico Matteo Poddighe con l’obiettivo di estendere la shelf-life degli alimenti freschi lungo la filiera dell’ortofrutta.

La startup sassarese che combatte lo spreco alimentare

Dagli scarti della liquirizia ai nano-polymer dots

La tecnologia sviluppata da Alkelux è un additivo industriale a base di nano-polymer dots, nanoparticelle appartenenti alla famiglia dei carbon dots, ottenute dagli scarti di lavorazione della liquirizia e non non da fonti sintetiche. In particolare si tratta della peluria delle radici, oggi l’unico scarto della filiera senza alcun impiego industriale: non utile all’estrazione dei principi attivi per farmacia e dolciario, né come combustibile per pellet, finisce quindi tritata nei campi come ammendante o accumulata come rifiuto. Una condizione che si traduce in volumi consistenti, considerando che l’85% della produzione italiana di liquirizia è calabrese e che da quella filiera derivano centinaia di tonnellate di peluria ogni anno. “Ho iniziato a studiare i nanomateriali a base carboniosa durante il dottorato, lavorando sulla diffusione virale in piena pandemia”, racconta Poddighe, spiegando come l’intuizione di poter ottenere gli stessi nano-polymer dots dagli scarti di una filiera locale abbia dato origine ad Alkelux. Oltre alle fragole, su cui la validazione tecnica è già consolidata, l’azienda sta aprendo fronti anche nel packaging della carne, nella panificazione e nei dispositivi monouso del comparto biomedicale.

La startup sassarese che combatte lo spreco alimentare

Efficacia dimostrata e prospettive industriali

I test in vitro condotti sull’additivo hanno mostrato risultati su tre fronti microbiologici distinti: un’eliminazione fino al 98% della carica virale nei confronti di specifici virus target, un significativo effetto inibitorio sui batteri Gram-positivi, rilevanti per la sicurezza alimentare dei prodotti freschi, e un’attività ancora più marcata contro i funghi responsabili del deterioramento della frutta, con un’inibizione della crescita del micelio fungino fino a 14 giorni nel caso della muffa grigia delle fragole. Il dato più significativo sul piano industriale riguarda però il mantenimento dell’efficacia nel passaggio dal laboratorio al prodotto finito: i film plastici che incorporano i nano-polymer dots conservano un’attività inibitoria sulla crescita fungina per circa 8-9 giorni, contro i 14 giorni dell’additivo isolato, un risultato che indica una conservazione dell’efficacia superiore rispetto a molte soluzioni oggi sul mercato. “La vera sfida tecnica di un additivo antimicrobico per packaging non è dimostrare l’efficacia in vitro, ma conservarla nel prodotto finito”, sottolinea Poddighe, annunciando l’apertura dell’impianto pilota di Sassari tra settembre e ottobre, che porterà la produzione da 10 chilogrammi a 4,5 tonnellate annue, in vista del successivo impianto industriale calabrese.