Abruzzo e vino da tavola, urge intervento del Masaf
Per produrre spumante serve vino con una gradazione alcolica intorno al 9%. L’Abruzzo è una regione leader del settore che quest’anno rischia di malpagare i vignaioli
Sono anni che raccontiamo il mondo delle bollicine italiane e il suo exploit in termini produttivi. Ricordiamo subito i numeri: duecentocinquanta milioni di bottiglie nel 2005, quattrocento milioni nel 2010, un miliardo e centoventi milioni nel 2022! Il sistema Prosecco che include due Docg e una Doc vale seicentocinquanta milioni ovvero il 58% del totale. Tolto Asti, Franciacorta, Trento, Oltrepò Pavese, Alta Langa e altre denominazioni per un totale di meno di centoventi milioni, restano 350 milioni di bottiglie di vino spumante, per un valore all’origine di almeno un miliardo di euro, che richiedono specializzazione in vigna per la produzione del vino base.

Da più di qualche anno l’Abruzzo detiene una larga fetta di un mercato che richiede vino tra i nove e i dieci gradi di alcol, che non può essere prodotto semplicemente anticipando la vendemmia, si avrebbero vini molto duri, difficili da correggere, non certo quelli che servono per fare spumanti piacevoli e agili, di grandissima bevibilità. Sono i cosiddetti vini generici, che non hanno certificazione di origine (non rientrano nelle categorie Docg, Doc e Igt) ma che hanno un mercato importante e sono quindi un sostegno fondamentale per il mantenimento delle famiglie dedite alla viticoltura. Uno dei parametri che hanno portato i vignaioli abruzzesi a produrre questi vini atti a diventare spumanti è la produzione per ettaro, limitata a quattrocento quintali per ettaro. La normativa nazionale prevede che per i vini generici, i cosiddetti vini da tavola, la resa massima debba essere di trecento quintali per ettaro, salvo richieste di deroga che portano questo massimo a quattrocento e che diverse regioni italiane esercitano entro il gennaio successivo alla vendemmia. Quest’anno la Regione Abruzzo non lo ha fatto e ora diciannove realtà viticole abruzzesi che rappresentano 2,6 milioni di quintali di uva, ossia il 65 % del totale dell’Abruzzo, chiedono di attivare, seppur in ritardo la deroga, per soddisfare le richieste del mercato e vendere quindi il prodotto al prezzo giusto. Una riduzione delle rese a trecento quintali comporterebbe un innalzamento di grado e un deprezzamento deciso del vino atto a diventare spumante. La normativa nazionale prevede che la richiesta di deroga sia comunicata entro fine gennaio ed è doveroso rispettarla. In caso di errore si dovrebbe analizzare il caso in modo tecnico e non appellarsi soltanto alle regole. Attualmente la Regione Abruzzo ha chiesto al Masaf di poter rivedere la posizione, ma la risposta immediata e senza dubbio lecita della direzione ministeriale è stata quella di non poterla accogliere, non avendo i mezzi normativi per autorizzarla. La viticoltura è una delle attività agricole che consentono ancora a piccoli produttori di mantenersi, posto che si soddisfi la domanda del mercato. Sul piatto c’è il rischio che una parte dei vignaioli possa decidere di abbandonare il vigneto cercando altri lavori per sbarcare il lunario e forse si deve trovare il modo di aggirare l’ostacolo con un intervento dedicato. Poi si dovrà capire perché la Regione Abruzzo, che dovrebbe rappresentare proprio quei vignaioli, ha fatto l’errore in modo che non si ripeta.