Farburger e la farsiccia, il farro cambia veste!

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A Monteleone di Spoleto, patria del farro Dop nascono il farburger e la farsiccia

 

Il farburger (2)

A Monteleone di Spoleto, in occasione della Mostra-Mercato del Farro “Dop” e dei Prodotti Tipici della Montagna, sono stati ufficialmente presentati due inediti della gastronomia, esattamente il Farburger e la Farsiccia.
Il farburger nasce dalla collaborazione tra Marilena Badolato e Renata Petrangeli, rispettivamente antropola e una chef che hanno dato vita a questo burger vegetariano che ha come base il “Triticum dicoccum”, la specie più pregiata del prezioso cereale, riconoscibile per i chicchi vitrei e coltivato a Monteleone da tempo immemorabile. La qualità del farro di Monteleone di Spoleto è assicurata dalla elevata altitudine delle coltivazioni (sopra i 100 m) che consente al cereale di evitare ogni tipo di trattamento, cosicché il prodotto si presenta genuino e completamente naturale. Ricco di amidi e povero di grassi, dà una farina scura e granulosa, ottima per preparare minestre sane e leggere.
Nel farburger, Il farro Dop europeo è mescolato a legumi e verdure creando un armonico “flavour” che lega insieme altre eccellenze gastronomiche dell’Umbria come la Cipolla di Cannara, il Sedano nero di Trevi, le Patate di Gavelli, la farina di Canapa di Sant’Anatolia di Narco, l’olio della cultivar San Felice di Giano dell’Umbria e i gustosi legumi della Valnerina.

La farsiccia invece è una salsiccia di farro che dall’aspetto sembra in tutto simile a quella solita, ma la particolarità sta proprio nell’impasto dove alla poca carne di maiale si aggiunge farro, frutta secca e “garum” il condimento universale tanto usato nella Roma Antica. Sin dal primo morso, si percepirà una nota dolce che è data da una salsa di mosto cotto e mele cotogne. La farsiccia, nasce dalla creatività dei due fondatori di Archeofood (il primo sito italiano dedicato alla storia e alla cultura del cibo): lo storico-archeologo Paolo Braconi, docente di Economia e Cultura dell’Alimentazione dell’Università di Perugia, e lo chef (anzi, “archeochef”, come lui stesso si definisce) Marino Marini di “Slow Food”. I due sono entrambi impegnati, da anni, in una sorta di “archeologia attiva”, che mette a punto, rendendole realizzabili e adatte ai palati moderni, le ricette del “Corpus apicianum”, quel complesso ricettario che dal IV secolo dopo Cristo va sotto il titolo di “De Re Coquinaria” di Marco Gavio Apicio (I sec. dopo Cristo), famoso gastronomo e insuperata fonte della cucina della Roma Antica.

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Valentina Venturato

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