Frascati, oro del Lazio

In Degustazione, Vino by editorLeave a Comment

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Tre le denominazioni che insistono sul territorio, Frascati Doc, Frascati Superiore Docg e Cannellino di Frascati Docg. Sono le espressioni di un clima ideale per la vite, di terreni vulcanici ricchissimi di minerali e di una cultura vinicola unica al mondo

Di Francesco D’Agostino e Fabio De Raffaele

Da Roma si vede. Un profilo dentellato avvolge la città a est e a sud e molto spesso è ben visibile grazie al maestrale o alla tramontana che rendono il cielo nitido e luminoso. Mettendoci un po’ di attenzione e di immaginazione, guardando a sud si vedono i due versanti di un antichissimo vulcano che ha disegnato l’orografia del territorio fin dentro Roma, decretando la straordinaria eredità agricola di quelle colline i cui terreni hanno ospitato da sempre la viticoltura. L’unicità di Roma è anche in questo, una Capitale che a pochi chilometri di distanza, ma anche all’interno del suo territorio comunale, è dotata di un’area particolarmente vocata alla viticoltura. Forse non è un caso, nel senso che questo aspetto fu probabilmente considerato alla sua fondazione, e comunque è una dote che aggiunge emozione all’emozione di essere a Roma. Quanto il panorama offre è l’antico Vulcano Laziale e il suo cuore viticolo, cantato nei secoli, è l’area del Frascati: territorio che avvolge l’antica Tusculum e comprende, oltre il comune di Frascati, quelli di Grottaferrata e Monte Porzio Catone e parti di quelli di Monte Compatri e Roma, una superficie di circa ottomilacinquecento ettari, oggi quasi mille coltivati a vite in accordo alle tre denominazioni, i cui limiti furono codificati con decreto ministeriale del 1933.

Gran parte dell’antico Vulcano Laziale, detto anche Vulcano dei Colli Albani, costituisce il Parco Regionale dei Castelli Romani, istituito nel 1984 nell’area che comprende quindici comuni per tutelare l’integrità di questa importantissima eredità del territorio. Si tratta di una zona che è alle radici storiche e culturali della romanità e quindi della nostra civiltà: è la culla della cultura latina perché in questa area sorgeva la mitica Alba Longa.

Il Vulcano Laziale visto dall’Altare della Patria

Il Vulcano Laziale

Per come siamo abituati a identificare un vulcano, in questa zona se ne vedono due, uno dentro l’altro: il crinale dei monti Tuscolani, a partire dal monte Tuscolo a nord, fino all’Artemisio a sud est costituiscono quello che resta dell’enorme corona più esterna – oltre sessanta chilometri di diametro mentre l’Etna oggi ne conta quarantacinque -, al cui interno i monti delle Faete e il monte Cavo sono quello che resta del cono vulcanico più recente. La prima fase, quella della corona più ampia, risale a seicentomila anni fa, quella interna, a trecentocinquantamila anni. Successivamente ci fu la fase che generò numerosi laghi, ovvero l’incontro del magma con acque profonde, di cui restano i bellissimi specchi di Nemi e Albano, che palesemente rappresentano le bocche di un vulcano. Giova ricordare che tutti i laghi del Lazio sono di origine vulcanica e che quindi Bolsena, Vico e Bracciano identificano altrettante zone vulcaniche, a cui si devono aggiungere le isole Pontine.

Il grande vulcano nella sua vita ha avuto moltissime manifestazioni esplosive, ma anche classiche eruzioni di lava che hanno generato il basalto, la roccia quasi nera che affiora qua e là nelle campagne e che gli antichi Romani usavano per realizzare le strade. Dalle esplosioni le grandi quantità di cenere ricca di minerali ha generato strati di pozzolana e di tufo. Tutti questi elementi, in varie forme, si mescolano creando quel puzzle di origine vulcanica che costituisce il suolo della denominazione. In questo scenario affascinante, le vigne sono tutte all’esterno dell’antico vulcano, perché all’interno le temperature sono molto basse e in primavera facilmente gela. Per esempio tra Monte Porzio Catone e i Pratoni del Vivaro ci sono circa sette gradi di differenza e quando a primavera si hanno 3-4 °C a Monte Porzio nelle zone interne si va decisamente sotto zero. Parlando invece delle aree viticole, quelle più calde sono poste di fronte al mare, da Grottoferrata a Lanuvio. La zona di Velletri è la più fresca perché battuta dal vento mentre l’area da Grottaferrata a Monte Porzio è una via di mezzo poiché i venti soffiano lateralmente.

 

Radici

In passato quando si parlava del vino di Frascati veniva subito alla mente il classico “fiasco” impagliato o le “fraschette”. Cantine buie, illuminate da luce elettrica anche di giorno, poiché prive di finestre, dove facevano bella mostra le botti; dotate di tavoli rustici, spesso ricavati da materiali di risulta dei cantieri, con le pareti sovente guarnite da antichi attrezzi per l’agricoltura. Qui commercianti, o gli stessi produttori, vendevano il vino sfuso. L’appellativo di questi luoghi, dove era consentito portare cibo proprio, forse derivava da frascate, zona dell’odierna Frascati, dove si rifugiarono gli abitanti di Tusculum nel 1191, dopo che le ire dei Romani, scatenate dall’ospitalità concessa dai suoi abitanti alle milizie tedesche di Federico Barbarossa, portarono alla distruzione della cittadina. Non avendo più nulla, gli abitanti di quella cittadina rasa al suolo furono costretti a rifugiarsi in abitazioni fatte di frasche, di lì frascata, quindi Frascati e di conseguenza fraschette. L’ipotesi più attendibile, però, è accreditata alla frasca, un ramo ricoperto di foglie, spesso alloro, che questi locali apponevano fuori dell’esercizio, a dimostrazione che lì si vendeva vino nuovo e genuino. I Romani preferivano il vino dei Castelli al Falerno e al Cecubo, la dimostrazione è data dalla scoperta archeologica nella zona di Tor Vergata, portata avanti in collaborazione con la stessa Università (sotto la responsabilità di Andrina Ricci, docente di metodologia e tecnica della ricerca archeologica), della villa di Passolombardo, un edificio a base quadrata del secondo secolo avanti Cristo, all’interno del quale, oltre l’abitazione e le terme, un’ampia zona era dedicata alla produzione di vino e olio. Nel tempo la villa fu modificata e, presumibilmente nel quarto secolo, lo spazio dedicato alla produzione fu ingrandito per consentire a degli enormi serbatoi interrati (dolie) di prendervi posto. Erano in totale centootto ed erano disposti su due file, nelle due navate principali, ogni serbatoio poteva contenere duemila litri di vino, per un totale di duecentosedicimila litri. La villa oggi è un museo a cielo aperto visitabile e fa parte del progetto “Museo di Archeologia per Roma” (Università di Roma Tor Vergata). L’Università di Tor Vergata ha elaborato una ricostruzione completa di quello che era forse una della più grandi cantine dell’epoca; purtroppo non siamo stati autorizzati alla pubblicazione dell’immagine, gelosamente custodita dall’ateneo.

Lorenzo Costantini

Il vino sfuso a Roma e nel Lazio si è sempre prodotto e gli osti amavano venderlo, non sempre in modo corretto, servendolo in colorate caraffe di ceramica. Contenitori molto caratteristici, non lasciavano vedere il colore del liquido contenuto, qualche volta reso più tenue perché addizionato di acqua, né il suo esatto quantitativo. Nel 1588 questo spinse Sisto V a imporre che il vino, già tassato dai Papi, fosse servito esclusivamente in caraffe di vetro prodotte dal vetraio Meier Maggino di Gabriello. La garanzia della loro esatta misura era certificata da un bollo della camera Apostolica, una certezza per i consumatori, ma nello stesso tempo una doppia tassazione da parte del papato. Nel tempo le caraffe di vetro si modificarono in quei contenitori dai nomi suggestivi, in alcune trattorie ancor oggi in voga, divenuti ormai oggetti di modernariato: tubo, un litro; foglietta, mezzo litro; quartino, un quarto di litro; chirichetto, un quinto di litro e sospiro, un decimo. Su ognuno di questi contenitori era incisa una sottile linea sul vetro che rappresentava la giusta misura, ma anche in questo caso, complice la schiuma che il vino faceva entrando nel contenitore, spesso l’oste non raggiungeva il quantitativo stabilito, la differenza era definita sfogliettatura, e quando l’avventore aveva l’ardire di farlo notare la risposta era: “…e sta a guarda’ er capello!”. Tutto questo per dire che il vino ha radici culturali profonde ed è parte integrante dello sviluppo economico e sociale del territorio. “La vigna a Frascati – racconta Lorenzo Costantini, enologo di territorio, rappresentante del comitato tecnico del Consorzio di Tutela – era un bene strumentale del territorio e dal Settecento i vigneti erano multi varietali per scelta economica. Tutti facevano vino e tutti vivevano di vino. La vendemmia doveva essere dilazionata nel tempo più lungo possibile. I libri di storia riportano che a Frascati in vigna si facevano tre o quattro ‘capate’ ovvero tre o quattro passaggi per raccogliere uva matura. Da qui nasce anche la tradizione del Cannelino perché nell’ultimo passaggio le poche uve erano appassite. Si entrava in vigna con il mulo o con il cavallo e i tempi erano lunghi. E poi, una volta a casa si vinificava e si svinava per alzata di cappello dopo ventiquattro ore, quando si portavano in cantina altre uve, innescando un ciclo che durava settimane. Ogni casale, posto su un poggio (girando nella zona se ne possono vedere moltissimi, ndr) aveva le botti da dieci ettolitri che era la misura frascatana: le famiglie meno abbienti producevano quaranta-sessanta botti, quelle importanti molto di più”. I segni della storia sono riscontrabili visitando le grotte che ogni cantina aveva: luoghi scavati nel tufo, a temperatura costante, dove venivano ricavate delle nicchie che contenevano ciascuna una botte e le orme sono perfettamente visibili oggi. “Il benessere successivo alla ripresa dopo la seconda guerra mondiale – riprende – ha portato i giovani in città e in parallelo un incremento produttivo perché Roma chiedeva e assorbiva, poi il passaggio generazionale ha frammentato la proprietà senza dare continuità perché la generazione più giovane era diventata più cittadina”.

 

Consorzio Tutela denominazioni vini Frascati

Recentemente, nel 2011, la Doc Frascati, nata nel 1966, quarta d’Italia, ha generato tre denominazioni che insistono tutte sullo stesso areale, con l’evidente intento di valorizzare al meglio ciascun prodotto. Frascati Doc rappresenta la storia del territorio ed è declinato nella versione annata, giocata su freschezza, immediatezza e piacevolezza, e nella versione spumante, elaborato sia con metodo Martinotti che classico. Frascati Superiore Docg, che include anche la tipologia Riserva, è la codifica del fenomeno, sviluppatosi negli ultimi venti anni, ma figlio della tradizione, di produrre vini che estremizzino il concetto di originalità e territorialità; con capacità di evoluzione ancora più spinte nella versione Riserva, che prevede una maturazione minima di dodici mesi dal primo novembre dell’anno di vendemmia, di cui almeno tre in bottiglia. Cannellino di Frascati Docg è il vino dolce naturale, caratterizzato da un residuo minimo di trentacinque grammi di zuccheri per litro, ottenuto quindi da surmaturazione o appassimento, con un bagaglio di storia millenaria alle spalle come per gli altri vini.

Da un punto di vista ampelografico le tre denominazioni godono delle stesse indicazioni: malvasia bianca di Candia e/o malvasia del Lazio minimo 70%; bellone, bombino bianco, greco bianco, trebbiano toscano, trebbiano giallo da soli o congiuntamente concorrono per massimo il 30%; altre varietà bianche autorizzate nel Lazio possono entrare in questo 30%, ciascuna con una quantità massima del 4,5% sul totale. Il punto nodale in questi ultimi anni è proprio quel e/o malvasia puntinata. Soprannominata così perché nel pieno della sua maturazione presenta dei puntini sugli acini, a differenza di quella di Candia è poco produttiva e ha una bassa resa, per contro però dà struttura al vino, ha un’acidità contenuta e regala profumi freschi e intensi di frutta, senza dimenticare che è un vitigno autoctono. Malgrado la sua scarsa produttività, è proprio a questa che molti produttori si stanno rivolgendo poiché a giusta ragione ritengono i vini che se ne ricavano più eleganti e più caratterizzati, in poche parole più legati al territorio.

L’idea della difesa del vino di Frascati è evidentemente più antica della istituzione delle denominazione d’origine, nata nel 1963. Era, infatti, il 23 maggio 1949 quando diciotto produttori fondarono il Consorzio per la difesa di vini pregiati e tipici di Frascati, stabilendo l’area all’interno della quale i vini prodotti potevano fregiarsi del marchio Frascati e attribuendo allo stesso il compito di tutelarne il nome in Italia e all’estero per difenderlo dalle imitazioni e dalla diffusione indiscriminata del nome. Il marchio era già stato creato nel 1932 dal ministero dell’Agricoltura e in esso erano rappresentati elementi degli stemmi dei Comuni interessati. Nella versione originale un’aquila ad ali spiegate, simboleggiante l’impero romano, sosteneva con gli artigli uno striscione su cui era scritto Tusculum. Una corona ornava uno scudo all’interno del quale vi erano due chiavi incrociate, elemento che si ritrova nello stemma del Comune di Frascati; una inferriata, a simboleggiare il Comune di Grottaferrata, e infine un pino con viti incrociate a ricordare l’antico albero di “Villa del Pio” riprodotto nello stemma municipale di Monte Porzio Catone dopo la formazione del Regno d’Italia (fonte del Consorzio di Tutela denominazioni vini Frascati).

Con l’entrata in vigore delle tre denominazioni in cui è stata spacchettata l’originaria Doc, il Consorzio ha assunto il titolo attuale. L’organizzazione conta circa trecento aziende viticole che rivendicano le denominazioni Frascati con oltre venti cantine che vinificano e imbottigliano. I vigneti si estendono su una superficie rivendicata di quasi mille ettari e una produzione annuale di circa sette milioni di bottiglie, con un export che supera il 60% della produzione e un giro di affari annuo superiore a quindici milioni di euro (dati 2018 forniti dal Consorzio ). Non bisogna dimenticare che il Frascati ha vissuto momenti di espansione fortissima, quando contava il doppio della superficie e della quantità prodotta: gli anni Settanta e Ottanta furono il periodo d’oro della denominazione anche se la grande domanda portò gradualmente a una riduzione della qualità. Oggi, nel mercato del vino, purtroppo il nome Frascati soffre ancora quel periodo, seppur lontanissimo da un punto di vista qualitativo. Infatti, il vino del grande vulcano ha messo nuovamente in forte evidenza la sua eredità pedologica e climatica, una delle migliori del Paese.

Felice Gasperini

“Tante realtà che una volta erano soltanto produttrici di uva – ci spiega Felice Gasperini, presidente del Consorzio e proprietario di Cantina Villafranca – si sono attrezzate per vinificare e commercializzare, modificando leggermente l’assetto del territorio che contava più cantine sociali; un trend che ha portato il nostro Consorzio ad avere circa il 90% della rappresentatività del territorio”. I fenomeni descritti sono legati ai cambiamenti del mondo della cooperazione che oggi è rappresentato soltanto da un’azienda, Gotto d’Oro, famosa non solo in Italia, che conserva i suoi prodotti di successo, aggiungendo una linea dedicata soltanto al canale horeca; recente invece il fallimento di Fontana di Papa, altra organizzazione storica. Da una parte nascono nuove realtà che dimostrano la vitalità del territorio e poi ci sono investimenti per nuovi impianti, dall’altra se ne perdono di molto grandi, sottolineando la criticità del periodo.

“Mi sono sempre occupato di vino nella vita – riprende Gasperini -, anzi sono nato nel vino; a diventare presidente sono stato invitato e sollecitato amichevolmente dai consiglieri con l’obiettivo di ridare una spinta alla denominazione perché oggi non ci sono più incertezze, i vini sono di buona e ottima qualità, visti anche i premi che riportiamo in ogni concorso. Siamo una realtà storica che tutti conoscono e c’è bisogno di rilancio perché il pubblico cerca novità e forse si è leggermente ‘abituato’ a confrontarsi con questo marchio. Oggi non cerchiamo di rendere il nostro vino di moda, prima di tutto perché è difficilissimo creare una moda e non ci sono regole. Noi invece puntiamo su un fatto: certi della qualità dei nostri prodotti, crediamo che debbano riprendersi la fetta di mercato che meritano proprio nel territorio di origine, Roma per prima. I prodotti a km 0 hanno da tempo un appeal importante verso il pubblico dei consumatori, ma oggi stanno sviluppando la stessa attrattiva per la ristorazione. In realtà a Roma la ristorazione è sempre stata in larga scala non romana, ma nelle nuove leve c’è una maggiore attenzione al territorio partendo dalla bandiera del km 0. Semplificando, dovrebbe essere normale, come lo è in qualsiasi altro luogo d’Italia, proporre con una ricetta tipica, come per esempio il carciofo alla giudia, un vino tradizionale del territorio, almeno in prima battuta”. L’abbinamento di territorio è sempre la soluzione più facile, spesso con profonde radici culturali, ed è una bella abitudine diffusa in ogni angolo d’Italia, ne siamo spessissimo testimoni, ma poco a Roma. La città ha sviluppato una certa diffidenza verso il Frascati, che oggi è ingiustificabile, legata a eventi del passato. Chiediamo al presidente di ripercorrerli. “Qui il mercato fu drogato dagli aiuti comunitari, che davano contribuiti per stoccaggio, arricchimento, distillazione, ovvero interventi volti a sostenere i prezzi. Questo ha portato a sviluppare attività non basate sull’economia della gestione, ma sull’aiuto, con effetti negativi anche sulla qualità dei prodotti. Quando sono venuti a mancare i contribuiti molte cooperative sono saltate. C’è da sottolineare però che i consumi erano certamente più elevati, considerando che negli anni Sessanta si bevevano centoventi litri di vino procapite oggi non si arriva a trentacinque. Questi due fattori concomitanti hanno portato a una trasformazione che la cooperazione non è riuscita a seguire, facendo anche l’errore di vendere il vino a prezzi particolarmente contenuti, specialmente alla grande distribuzione che non aveva bisogno di quel regalo, creando uno scontro commerciale tra le cooperative. Sono tempi andati e oggi le aziende si muovo con le proprie gambe, godendo di supporto solo se investono”. Il vino e le aziende del Frascati hanno sofferto, il periodo più difficile è un ricordo, ora è necessario ridare al marchio il suo antico splendore con i fatti. “Quest’anno finalmente il Consorzio andrà a Dussedolf al Prowien insieme a sette aziende per rappresentare le denominazioni nelle eccellenti espressioni attuali. Ci sarà anche un convegno sul Frascati Superiore Docg per fugare i dubbi di chi all’estero ancora ne avesse, mostrando che oggi la qualità è un dato di fatto”.

Di questo ne siamo testimoni e le pagine dedicate alla degustazione lo raccontano; sicuramente la modifica introdotta nel 2011, con la nascita di tre denominazioni da una, sta dando i suoi frutti. “La Docg sta spuntando prezzi più alti della Doc – riprende il presidente Felice Gasperini – e comunque c’è da dire che mediamente i nostri vini nel panorama italiano hanno prezzi aggressivi e quindi la differenza tra Doc e Docg è in linea con altre denominazioni; amo aggiungere che però il nostro rapporto qualità/prezzo è particolarmente favorevole”. Gli elementi per la crescita dei Frascati ci sono, ma il pallino del presidente è giustamente il collegamento del vino con il territorio: “Dobbiamo insistere su questo aspetto. Fatto cento il consumo di vino sulla piazza romana, il nostro forse vale dieci mentre in altre regioni si arriva anche ad avere sulle carte dei vini il 70-80% di vino del territorio. Anche se cosmopolita, Roma dovrebbe valere molto più di dieci. In definitiva dobbiamo essere forti a Roma, l’aspetto essenziale è la presenza dei nostri vini sulle tavole della ristorazione romana”, chiosa. Il presidente non si limita a commentare e nella ricerca di nuove strade è andato a parlarne con l’assessore alle attività produttive del Comune di Roma Carlo Cafarotti. “Ha promesso degli interventi – racconta Gasperini -; stanno pensando di realizzare un albo della qualità della ristorazione che abbia come parametri l’utilizzo di prodotti del territorio, l’igiene, la pulizia, l’accoglienza e anche il costo per il cliente, lo scontrino da oltre quattrocento euro estorto ai due turisti giapponesi per due piatti di spaghetti non si deve verificare. È un discorso a trecentosessanta gradi in cui uno degli aspetti è la territorialità”.

Continuando a parlare di futuro, in vigna si assiste a un graduale incremento dell’autoctono malvasia puntinata nel rinnovamento degli impianti. Il presidente conferma che il territorio e i suoi viticoltori ormai stanno puntando sulla malvasia puntinata, a medio e lungo termine, ma era necessario investire in ricerca per arrivare ad avere dei cloni adeguati, possibilmente esenti da virus e magari capaci di resistere ai funghi più diffusi, oidio e peronospora, per essere pronti ad affrontare con armi ben affilate i cambiamenti climatici. Per discutere in dettaglio questi temi viene chiamato in causa Lorenzo Costantini, enologo del territorio, proprietario di Villa Simone e rappresentante del comitato tecnico del Consorzio. In questa veste lo incontriamo.

 

Il territorio

Vigna con impianto a conocchia presso Fontana Candida

È famoso nel mondo per il vino bianco, il Frascati appunto che ne è l’espressione naturale proprio per le sue caratteristiche intrinseche. “Qui abbiamo delle condizioni climatiche ottimali, un buon equilibrio tra calore, acqua e vento e quindi da noi è facile – spiega Lorenzo Costantini-. Teoricamente la forte salinità che il vino eredita dal terreno può andare in contrasto con il tannino, ma abbiamo imparato a gestirlo e a produrre vini rossi importanti. Diversamente da altre zone, generalmente non è un problema mantenere l’uva sana, qui è più facile. Siamo al contrario un po’ al limite con la carenza idrica, perché siamo su un terreno che disperde acqua e la malvasia del Lazio può soffrire la carenza di acqua; il rischio si attenua con il tempo, dopo otto anni quando le radici arrivano allo strato tufaceo le piante non hanno più problemi”. Si va sempre giocoforza a parlare di malvasia del Lazio (o malvasia puntinata) perché il prodotto più legato alla storia e alla tradizione, il più interessante nella produzione di qualità.

Prima di andare a fondo sul vitigno e sul suo futuro, sollecitiamo Costantini sul tema del Frascati Superiore Riserva, la cui introduzione nel disciplinare suscitò polemiche perché la recente tradizione del Frascati lo vedeva come vino, immediato e piacevole, subito pronto. “Il tema ‘Riserva’ a livello di comunicazione è stato importante e ora è un bene che ci siano tante aziende a proporre la tipologia. La storia più antica ci racconta di vini che avevano bisogno di lungo affinamento, non perché si tenessero su livelli alti di acidità, ma su una salinità e un equilibrio che gli davano lunga gittata, senza subire alcun decadimento repentino. Si dovrebbe tornare a quanto si faceva duecento anni fa, ovvero vite a conocchia, un chilo di uva per pianta, tre passaggi vendemmiali, breve macerazione e solo legno, e il vino si manteneva senza problemi: l’antiossidante naturale all’epoca era il legno di castagno con il suo tannino ed era sufficiente; anzi era un vino solido perché era trasportato in botte e subiva vari travasi”. Il collegamento fra tradizione e uve autoctone è immediato e riprendiamo il tema del vitigno che il presidente Gasperini ha annunciato. “Oggi lavoriamo molto a livello consortile sulla malvasia del Lazio, però tutti i biotipi che sono in commercio sono virosati, ovvero non hanno problemi produttivi di qualità dell’uva, ma non si garantisce la vita della pianta. Sono disponibili solo barbatelle standard ovvero non certificate esenti da virus. Nel 2018 l’azienda Fontana Candida ha trovato nelle proprie vigne alcune piante poco virosate, ed è partita un’attività con il sostegno di Arsial (l’Agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura del Lazio) presso il Centro di ricerca per la viticoltura di Conegliano (Crea) e presso il Dipartimento di scienze agrarie e forestali della Tuscia (Dafne) per sottoporle a uno speciale trattamento

malvasia puntinata

termico che porterà a un apice vegetativo esente da virus; da lì, un processo di sei-sette anni porterà alle prime barbatelle sane e avremo finalmente un biotipo esente da virus da propagare e usare in vigna. A Conegliano, poi, ci è stato proposto di sviluppare la malvasia puntinata resistente a oidio e peronospora. Si parte dai semi e si fanno incroci sessuati: incrociano la malvasia puntinata (pianta madre) con un padre di lontana origine americana che dopo vari incroci ha esaurito i problemi di sentore di selvatico e di produzione di metanolo tipica degli ibridi americani, conservando una solida resistenza a peronospora e oidio come per le viti americane. Dagli incroci successivi con la malvasia (cicli di incrocio, produzione di frutto e estrazione di seme) si otterrà un prodotto geneticamente simile alla madre, la malvasia del Lazio, ovvero il figlio resistente. Poi si dovrà autorizzare questo nuovo individuo, come hanno già fatto in Francia, dove già esistono discendenti di chardonnay e merlot resistenti e si stanno inserendo nei disciplinari. Con il sostegno di Arsial la sperimentazione sta partendo e in sei sette anni si avranno le prime piante resistenti che dovranno essere propagate; ragionevolmente in dieci anni si inizierà ad avere il primo legno disponibile, tra quindici il nuovo individuo sarà utilizzabile da tutti”.

Un periodo abbastanza lungo in cui molte aziende si ritroveranno a rinnovare i loro vigneti senza ancora poter fruire dei risultati della ricerca. “Per consentire scelte adeguate a un progetto di alta qualità, come si è fatto in altre zone importanti, bisogna rendere per un periodo il disciplinare più elastico: lo abbiamo fatto con la congiunzione e/o tra le due malvasie, ma si deve andare oltre. Il trebbiano verde (o verdicchio), per esempio, oggi può essere usato al 4,5%, invece sarebbe interessante farlo entrare nel gruppo di vitigni che possono concorrere con il 30% perché si tratta di una varietà storicamente presente, messa poi da parte a favore del trebbiamo toscano più produttivo”.

 

La nostra chiacchierata a tutto tondo con Lorenzo ci porta a parlare del suolo di un territorio vocatissimo che lui conosce molto bene, ma che riteniamo avrebbe dovuto godere di investimenti per un’attività di zonazione al fine di codificare le diverse zone che compongono il puzzle prodotto dal grande vulcano. “Un bene comune a tutto il Frascati – spiega Lorenzo – è la presenza minerale decisa legata al terreno vulcanico, anche se le zone hanno terreni diversi perché molti sono figli delle manifestazioni esplosive, e quindi si caratterizzano per diverse matrici dovute all’accumulo di cenere, in altre sono visibili le colate laviche, in particolare la zona di Monte Porzio, e in altre ancora si sono spostate e curvate le colline: roccia lavica, dalla pozzolana a diversi tipi di tufo (più o meno porosi in base alla pressione – praticamente è cenere compressa). Poi in molte zone abbiamo un terreno che è figlio del lahar ovvero una colata di cenere e acqua che si è trasformata in una sabbia finissima, molto drenante e ricchissima di minerali. Lo si trova per esempio a Vermicino, centoventicinque metri di altitudine, dove l’acqua si asciuga immediatamente e non è possibile il ristagno.

Paesaggio Frascati

Ogni zona ha una matrice diversa e se sei a oltre cinquecento metri, sul bordo dell’antico vulcano, con strati di tufo e roccia lavica e grande escursione termica ottieni vini eleganti, più acidi e longevi, mentre a Vermicino hai vini più potenti: per questo è utile avere vigne in zone diverse. E ancora, ci sono terreni che anticamente erano dei laghi, dove gli strati profondi sono rocciosi e sopra si è depositato limo e sabbia a formare una specie di argilla che dà un espressione ancora diversa al vino. Al di là delle differenze quello che accomuna i diversi terreni è sicuramente la presenza di potassio, magnesio e calcio, ma anche di tanti altri microelementi che, semplificando, sono all’origine della sapidità dei vini della denominazione”. Un linguaggio multiforme quello del Frascati, ma con una dote naturale in “salinità gustativa” che rende i vini particolarmente piacevoli, in grado di sollecitare in modo ampio il palato, ma anche di stupire in termini di evoluzione. “Per concludere, da un punto di vista viticolo c’è una conoscenza e una consapevolezza superiore nelle nostre zone. Dobbiamo lavorare di più sulla commercializzazione per spuntare prezzi più alti e poter comprendere voci di costo come la promozione e la ricerca di nuovi mercati”.

 

Le aziende e i vini

A cura di Francesco D’Agostino, Fabio De Raffaele, Antonio Marcianò, Luciano Nebbia, Antonio Pellegrino, Giacomo Vedovato, Francesca Zaccarelli
Cantina Villafranca

“L’azienda nasce da nostro nonno che ha passato il timone ai nostri padri; poi mio cugino e io – ci racconta Felice Gasperini – abbiamo alimentato la storia della nostra azienda. Oggi ci sono i miei figli che stanno entrando in azienda e quindi il futuro è assicurato”. Lo sviluppo iniziale dell’azienda si ha con l’acquisto dei terreni, vitati ma in abbandono, della nobile famiglia Chigi. Come da tradizione la produzione di vino viene venduta tutta sfusa, mentre l’idea di imbottigliarlo è degli attuali conduttori, quando negli anni Sessanta cominciarono il processo per aprirsi successivamente all’esportazione. “Noi siamo nati producendo soltanto vini bianchi, restando ancorati alla tradizione del territorio – riprende Gasperini -. Poi abbiamo piantato anche vitigni internazionali bianchi e rossi, come chardonnay, merlot e shiraz. Oggi produciamo tra le ottocento e le novecentomila bottiglie l’anno più una quantità di sfuso. Normalmente portiamo in cantina tra i diciassettemila e i diciottomila quintali d’uva”. L’azienda dispone di vigneti in tre zone dei Castelli Romani: la Tenuta di Albano, sede aziendale, nei Colli Albani, dove si producono i vini della Doc e i monovitigni; la tenuta di Falcognana, sedici ettari nella zona Marino Doc; la tenuta di Frascati, interamente dedicata alla Doc e alle Docg. “Il Frascati – racconta Gasperini – è sostanziale anche perché va molto all’estero e vale circa il trenta per cento per l’azienda ovvero la parte più importante”. Giappone, Stati Uniti e Nord Europa i mercati più rilevanti.

 

Frascati Doc 2018
12,5% vol

 

Immediato e fruttato, è leggero e di beva. Giallo paglierino chiaro, accoglie di frutto fresco nei riconoscimenti di pesca, arancia, mandorla fresca e secca, mela e pera, percorsi da nuance di talco, con note di mollica di pane e cenni di foglie fresche di menta, origano e melissa. Fresco, leggero, sapido, è subito fruttato di mela, arancia, limone, pompelmo, con note di mandorla fresca, mentre in progressione converge su toni salini, palesando la sua provenienza.

Frascati Superiore riserva Docg 2018
13,5% vol

Intenso, floreale e invitante, è giallo paglierino chiaro. Al naso è netto e deciso di frutto e fiori nei riconoscimenti di pesca, arancia, mandarino che dialogano con rosa, gelsomino, rincospermo, sfumati da vegetali di foglia di limone e menta, e ancora ananas, pera, mela e licci. Si aggiungono note di mandorla secca e in confetto insieme a sentori di gesso. Fresco, sapido, di tessitura media, ha piglio dinamico e invitante, e una bella progressione che gli consente di riprendere la dialettica del naso con un finale di frutto polposo, fuso con nette percezioni di salgemma.

 

Cantine San Marco

È nata nel 1972 dall’amore per il Frascati del vignaiolo pugliese Umberto Notarnicola e dell’enologo piemontese Bruno Violo che denominano l’azienda come il primo appezzamento di terreno sul Colle di San Marco. Oggi i fondatori sono coadiuvati dai rispettivi figli Danilo e Pietro. Ed è proprio a questi ultimi che si deve l’innovazione del prodotto, l’inserimento di nuovi vitigni e la loro valorizzazione. I vigneti si trovano tutti nel territorio di Frascati e seguono la linea delle quattro colate laviche che danno diversità espressiva. L’orientamento e l’attenzione per la qualità comprende anche la sostenibilità dichiarata nella volontà di fare un prodotto a impatto ambientale nullo o fortemente ridotto. Per questo nasce il progetto “Cantine San Marco carbon footprint” che misura l’impronta di carbonio prodotta per ogni singola bottiglia e l’ammontare del gas serra. Sempre per l’ambiente, l’azienda ha rinnovato la linea di confezionamento e, con l’utilizzo di nuove tecnologie durante la vinificazione, ha ridotto del quaranta per cento il consumo di energia elettrica. Dai terreni meglio esposti vengono selezionate delle uve che sono sottoposte a crio-macerazione, a cui segue una spremitura molto soffice e una fermentazione a temperatura controllata in piccoli vasi vinari. Con questo processo, i cui prodotti sono identificati con la parola crio in etichetta seguita dal numero di ore del processo, si ottiene un Frascati più longevo ed elegante. L’azienda gestisce anche la produzione dell’Azienda Agricola Biologica L’Olivella, della Tenuta De’ Notari e di Villa Cavalletti.

Frascati Spumante Doc
12,5% vol

Accattivante al naso e teso al palato, è giallo paglierino con perlage sottile; accoglie con floreali di acacia, biancospino e glicine, insieme a mandorla fresca e secca che apre al frutto di arancia, pompelmo, mandarino, pesca bianca, mele, pera, gelso bianco e kiwi, con note di nespola, cenni di panificazione e miele. Molto fresco e sapido, di effervescenza sottile e corpo gentile, subito riporta il frutto che diventa via via più agrumato, con un finale di nespola, ricco di salinità, ancora appena irruente.

De’ Notari Crio 12
Frascati Superiore Docg 2018
12% vol

Freschezza fruttata e mentolata, in questo Frascati che si presenta giallo paglierino chiaro. La frutta di mela, pera, pesca bianca, uva spina gioca con toni vegetali di ortica, mentuccia e salvia, per fondersi con i fiori campestri e il miele di tiglio. Via via emergono note di noce pecan, nocciola secca, salgemma e gesso, in un insieme che risulta sempre pervaso dal frutto croccante e da queste note verdi e fragranti. Al palato è agile, dinamico, di beva invitante. La freschezza e la sapidità conferiscono movimento, esaltando le note fruttate di mela e pera e il nitido ricordo di menta, verso un rapido finale minerale.

 

Cantine Silvestri

“Nasce nel 1929 a Genzano – ci racconta Alfredo Silvestri, terza generazione al timone -, fondata da mio nonno e oggi lì c’è una enoteca gestita dai miei cugini. Quella cantina oggi si direbbe moderna perché era ipogea e sviluppata in verticale; in questo modo mio nonno espandeva un’eredità familiare perché già la bisnonna aveva vigneti. Trenta anni fa mio padre e mio zio hanno realizzato questa cantina – siamo nel grande impianto di Lanuvio – e oggi stiamo progettando il futuro e un nuovo impianto”.
Con la cantina di Lanuvio si sviluppò l’attività di imbottigliamento di vini acquistati, la cui produzione era seguita dal loro enologo: “Ci seguiva il grande Manlio Erba che ci consentì un grande salto in termini di qualità senza avere vigna. Il nuovo sviluppo prevede di tornare al vigneto in quanto mia moglie è una vigneron, con settanta ettari di vigne tra Roma e Marino e ad Albano”. Parlando ora di Frascati, Cantine Silvestri ne ha sempre imbottigliato tanto da avere oggi la deroga di imbottigliamento fuori zona. In totale la produzione vale cinquecentocinquantamila bottiglie di cui trentamila di Frascati Superiore Docg, un’unica etichetta dedicata alla denominazione. “Oggi – riprende – oltre la metà della produzione va all’estero. Venti anni fa avevamo solo tre importatori, in Stati Uniti e Repubblica Ceca, ora siamo ovunque in Europa. È stata la mia missione, cominciai che avevo diciassette anni a Londra quando trovai il mio primo importatore”. Sono passati oltre venti anni e ora l’azienda è presente in Russia, Giappone, Cuba, Etiopia, Nigeria, Australia, Cina e in tanti altri Paesi. “Uno dei primi investimenti fu sulla spumantizzazione: dopo la seconda guerra mondiale gli Americani per festeggiare a Roma volevano Champagne e nonno investì e fece uno Charmat lungo dal nome evocativo Rouge et Noir (ottenne anche una diffida…) e così iniziò la nostra attività di spumantisti, oggi molto importante”.

Frascati Superiore Docg 2018
12,5% vol

Immediato e di grande bevibilità, è giallo chiaro e molto gentile nel porgere aromi di fiori di campo, riconosciamo la camomilla e tarassaco, e fieno, fusi con toni minerali di pietra pomice, tufo e salgemma. Il frutto ricorda mela anche essiccata, pera, pesca, a-rancia in nettare e limone, con sentori di melone maturo. Fresco, sapido, leggero, ripropone il frutto del naso con decise note minerali di salgemma, tutto sfumato da sfumature di caramelle al miele.

 

Cantine Volpetti

Le Cantine Volpetti si trovano nel cuore della zona di produzione dei Colli Albani, richiamata più volte nelle testimonianze di Catone e Orazio, che comprovano la presenza della vite già in tempi remoti. Nati come imprenditori alimentari e proprietari di diverse rivendite di vino e gastronomia in varie parti di Roma, (ancora oggi troviamo lo storico negozio in via della Scrofa), la famiglia Volpetti inizia l’avventura nel 1958, occupandosi direttamente della produzione dei vini che servivano per i propri negozi, con l’obiettivo di valorizzare e portare alla conoscenza del vasto pubblico i prodotti enologici più tipici dei Castelli Romani.
Siamo oggi alla terza generazione e dalla vendita in fiaschi (così veniva venduto un tempo il Frascati), l’azienda produce oggi un totale di centocinquantamila bottiglie, tra vari prodotti che rappresentano un mix di territorio e vigneti, con vitigni autoctoni come malvasia puntinata, cesanese e bellone, vitigni nazionali come sangiovese, montepulciano e trebbiano per arrivare a quelli internazionali che più si sono adattati al territorio come il syrah e lo chardonnay. “…La situazione è critica – afferma Mauro Volpetti, proprietario – aziende storiche e grandi cooperative chiudono, rendendo necessaria l’individuazione di una strada comune per affrontare il mercato. Da parecchi anni la scelta di proporre i nostri vitigni storici è stata recepita bene anche dall’estero. Avanti dunque con i monovitigni anche sulla Doc Roma, con il Cesanese in prima linea sulla lista delle preferenze. È questa la vera rivoluzione”.

Le Piantate
Frascati Superiore Docg 2018
12,5% vol

Vino tutto giocato su una beva fresca e scorrevole che fa della immediatezza la sua arma migliore. Si offre di un bel colore giallo chiaro e luminoso. Al naso è dolce e fresco di aromi fruttati di pesca, sia fresca che in sciroppo, limone, lime, gelso bian-co, mela, ananas poco maturo, nespola, fiore e sciroppo di sambuco, timo, maggiorana e fieno secco, il tutto su una leggera scia minerale. Bocca anch’essa fresca e scorrevole, sapida e misurata nei ritorni fruttati e vegetali, dove possiamo ritrovare agrumi, fieno e sambuco.

 

Casale Vallechiesa

Il nostro giro nella denominazione ci porta in via Pietra Porzia, nel cuore del Frascati. Ci accoglie in Casale Vallechiesa Cristina Piergiovanni, moglie di Aristide Gasperini che col figlio Bruno produce Frascati partendo da una tradizione ormai arrivata alla quinta generazione, che ha vissuto gli alti e i bassi di questo territorio. Ed è proprio col figlio Bruno che parte un nuovo progetto tutto votato alla qualità, espresso da un restyling che investe non solo l’immagine e la comunicazione, ma anche un nuovo passo in vigna e in cantina: grande attenzione alle rese, nuovi impianti che privilegiano le uve qualitativamente più interessanti, prima fra tutte la malvasia puntinata, un nuovo enologo, Carlo Roveda, e nuove etichette per valorizzare al meglio i vitigni autoctoni e il territorio del Frascati. La superficie vitata si estende attorno alla cantina per circa tredici ettari, di cui cinque di proprietà e otto in conduzione, per una produzione di oltre duecentomila bottiglie, divise in tredici referenze, più una in arrivo prossimamente, la Riserva del Frascati Docg. Delle varie etichette centocinquantamila circa rientrano nella denominazione del Frascati Doc e Docg, altre sono dedicate ai vitigni autoctoni in purezza, per un mercato diviso tra Italia ed estero a vantaggio di quello nazionale, circa l’ottanta per cento, con un venti per cento estero che vede il Giappone in prima fila. Insomma un bel panorama per raccontare al meglio un grande territorio.

Le Rubbie Frascati Doc 2018
13% vol

Goloso e dinamico, è di colore giallo paglierino chiaro. Ha naso dolce fruttato che sa di arancia, pesca, albicocca, pompelmo maturo, mela, mandarancio il tutto anche in gelatine e ancora mandorla fresca e secca, note floreali di mimosa e una sottile vena minerale di gesso e pietra calcarea. Bocca fresca e di buon equilibrio, di beva invitante, con un retrolfatto che ripropone il frutto polposo con un finale di agrumi anche in confetture.

Heredio
Frascati Superiore Docg 2018
13% vol

Minerale ed evoluto, colora il calice di un giallo paglierino brillante ed esprime una fase olfattiva che fonde il frutto dolce con toni di macchia mediterranea, alloro, timo, rosmarino, mirto, con sfumature di genziana. Il frutto ricorda pesca matura e in sciroppo, pera, albicocca, arancia, bergamotto, kumquat, percorso da una vena minerale di salgemma. Bocca di tessitura agile, sapidità importante, con un retrolfatto dominato dalle note di salgemma, che accompagna il frutto e il vegetale della via diretta.

 

Casata Mergè

Ha le radici nella prima metà del Novecento, nell’attività viticola di Manlio Mergè, e oggi l’azienda con Jacopo, figlio di Massimiliano, è già pronta con la quarta generazione ad affrontare le nuove sfide del mercato. Il testimone di Manlio fu raccolto da suo figlio Luigi, che a sua volta lo ha passato ai figli Marco, Mariabeatrice, Marianna e Massimiliano. La cantina è ubicata al confine tra Frascati e Monte Porzio Catone e attualmente “possiamo contare su una superficie di dieci ettari di proprietà – ci specifica Massimiliano – e circa quindici in conduzione. Il nostro obiettivo è stato sempre la ricerca della qualità – ci tiene giustamente a precisare Massimiliano – sia in vigna sia in cantina e in Maurilio Chioccia (l’enologo, ndr) abbiamo trovato il tecnico capace di interpretare i nostri desideri e trasportarli nei vini che volevamo produrre”. Negli ultimi dieci anni la produzione ha trovato una maggiore stabilità di standard qualitativo e una più decisa serbevolezza. Attualmente l’azienda ha in listino solo il Frascati Superiore Docg e il Frascati Superiore Riserva Docg e per scelta non produce Frascati Doc. Il mercato di riferimento è sicuramente quello locale e nazionale, mentre l’esportazione si rivolge principalmente a Regno Unito, Germania e Messico. “Nel cassetto abbiamo un paio di progetti che stiamo già portando avanti – ci confessa Massimiliano – spero a breve vedranno la luce, uno potrebbe rientrare nella linea di alta gamma Sesto 21”.

1960 Frascati Superiore Docg 2019
13% vol

Intenso ed e-legante anche nella sua salinità, ha un colore giallo chiaro e si esprime subito fresco e con i toni dolci del frutto. Arancia, anche in gelatine, pesca, mo-re,gelso bianco e pera, per poi passare alle note tropicali di mango, papaia e ananas. Si affacciano anche toni di fiore e bacca di sambuco, quindi ca-chi e albicocca. Bilanciato, fresco, di bella sapidità e dinamica, torna sui toni del naso con maggior croccantezza, accompagnati da nuance vegetali di melissa e salvia, con un bel finale di salgemma.

Sesto 21 Frascati Superiore Riserva Docg 2018
13,5% vol

Elegante, invitante e pieno, è di colore giallo intenso e apre sui fiori di mimosa per poi offrire le note fruttate di arancia, pesca e albicocca, percorsi da una percezione balsamica di eucalipto e menta, raggiunte a breve da bacche e foglia di mirto bianco. I toni tropicali ricordano l’ananas e il licci, poi kiwi, mandarino, per chiudere sulla vena minerale di gesso. Bilanciato, di grande tessitura e dinamica, con una dote salina che lo sostiene per tutto il percorso, capace di ribadire lo spartito già proposto al naso, con sfumature di miele, pappa reale e cera d’api.

 

Castel de Paolis

L’azienda Castel de Paolis è stata fondata nei primi anni Settanta, ma è con l’incontro avvenuto nel 1985 dell’allora sottosegretario al ministero dell’agricoltura Giulio Santarelli, proprietario, e il docente universitario Attilio Scienza che si diede inizio alla produzione di grandi vini in una delle zone certamente più vocate d’Italia: Grottaferrata, a duecentosettanta metri di altitudine, su terreni vulcanici posti alla giusta distanza dal mare per un clima mite, ideale per la vite. Si adottarono innovative tecniche di impianto con rese basse, completando gli ingredienti necessari per la produzione di vino di qualità e di forte personalità. Nel 1993, anno della prima vendemmia, venne costruita ex novo la cantina di vinificazione, dotata di tini in acciaio inox termorefrigerati e presse a polmone, per una produzione totale di circa centomila bottiglie di cui trentamila Frascati Doc e ventimila Docg. Incontriamo Fabrizio Santarelli, figlio di Giulio, attuale proprietario dell’azienda, che ci dice: “…in due anni è andato perduto circa il sessanta per cento dei vigneti del territorio con le istituzioni che non hanno saputo trovare un valido rimedio a questa emorragia. L’incolto determina gravi conseguenze sull’assetto del territorio, la cura delle campagne è necessaria a preservare la stessa dai continui dissesti del terreno, oltre chiaramente a contrastare l’avanzamento del cemento. Insomma un quadro enigmatico che pone serie perplessità sul futuro del Lazio, ma uno sponsor d’eccezione, il sindaco di Grottaferrata, si sta impegnando in prima persona per creare un fronte comune con la ristorazione castellana, al fine di promuovere e salvaguardare il territorio”.

Campo Vecchio Frascati DOC 2018
13,5% vol

Vino di bello stile, piacevolmente vibrante che si manifesta nel bicchiere con un colore giallo paglierino chiaro mentre al naso è vivace e dolce, con toni di frutti sia freschi che in gelatine. Troviamo mela, pesca, arancia e limone, percorsi da note vegetali di salvia, foglia di limone e tè, floreali di biancospino e caprifoglio, con sentori di mandorle sia secche che gentilmente tostate e cenni di orzo. La bocca è fresca e ben bilanciata, sapida e di beva invitante, in grado di riprendere lo spartito del naso con finale leggermente agrumato e salino.

Frascati Superiore DOCG 2018
14% vol

Vino di bella stoffa, complessità ed eleganza, si offre di colore giallo pieno e luminoso. Al naso è intenso di frutto polposo e goloso, in bella fusione con note minerali di salgemma. Troviamo pesca, mango, melone, intriganti note di fragola, pera e mela. Si aggiungono note vegetali di timo, rosmarino, salvia, mentuccia, nocciola, mandorla e noce brasiliana secche, con particolari nuance minerali di grafite. Bocca ben integrata e dal largo impatto, fresca e morbida, di bella energia ed equilibrio, con le carte in regola per ribadire, in ampiezza e persistenza, la tavolozza scoperta al naso.

 

Conte Zandotti

Tra le prime cantine a imbottigliare il Frascati, questa azienda ha una ricca storia che comincia nel 1734, quando il cardinale Francesco Aluffi Pentini, antenato dell’attuale Conte Zandotti, ereditò dal cardinale Federico Cesi, fondatore dell’Accademia dei Lincei, un’antica riserva di caccia, trasformata dal cardinale in una vera e propria azienda vitivinicola, importando i primi vitigni dalla Francia e dalla Grecia per produrre vini di pregio destinati al Vaticano. È quanto ci racconta Leone Zandotti, che ci accoglie e prosegue il suo racconto fino ad arrivare agli anni Cinquanta, quando suo padre, con u-na visione molto avveniristica per quegli anni, “si appassionò a questa che era solo una delle sue attività – parole di Leone Zandotti – e cominciò a progettare l’imbottigliamento e a puntare sull’esportazione all’estero. Noi già negli anni Settanta esportavamo in Germania e Stati Uniti”. L’azienda ha oggi una superficie vitata di trentacinque ettari di cui circa venticinque rientrano nelle denominazioni di Frascati, delle quali produce tutte le declinazioni, Cannellino e spumante compresi; il sessanta per cento della produzione è esportata all’estero, il rimanente nel territorio nazionale. Altri temi affrontati nel nostro incontro sono stati quelli della riduzione delle superfici vitate del Frascati e della crisi della denominazione. “La nostra azienda fa parte del territorio comunale di Roma, ha quindi dovuto resistere alla grande urbanizzazione e alla scomparsa di terreni agricoli che lo sviluppo della Capitale richiedeva. Un’altra grande intuizione che mio padre ebbe in quegli anni fu certamente quella di puntare su uno dei nostri vitigni bianchi più rappresentativi: la malvasia puntinata che, sia vinificata in purezza che in blend nel Frascati, ci ha dato e continua a darci grandi soddisfazioni”. E, aggiungiamo noi, ha permesso di mantenere i vini della denominazione a un alto livello qualitativo.

Frascati spumante Brut Doc 2016
12,5% vol

Spumante che si caratterizza per la dolcezza del frutto e la sapidità, ha colore giallo paglierino animato da un sottile perlage. Accoglie al naso floreale e fruttato: biancospino, sfumature di acacia, fiori secchi e fieno secco, pesca, kiwi, mela, ananas maturo e in sciroppo, arancia, albicocca, pera e mandorla fresca si avvicendano e sono percorsi da una vena minerale di roccia calcarea. Bocca decisamente sapida, di adeguata freschezza e media tessitura che propone al retrolfatto subito la parte fruttata di agrumi dolci e pesca in evidenza, per un finale tutto minerale e sapidità.

Castello della Colonna Cannellino di Frascati Docg 2019
10,5% vol

Vino vivace e goloso dal colore giallo argenteo con riflessi ramati, al naso è fresco e dolce e offre frutta fresca, in gelatine e in caramelle, nei riconoscimenti di pesca, mela, pera, melone, cedro, arancia, Limone d’Amalfi, banana e ananas, e ancora lavanda, salvia e menta e note floreali di glicine, giacinto e rincospermo. Bocca dolce, leggiadra, caratterizzata da una buona acidità e una beva piacevole che consente un bel ritorno alla via diretta, con mandorla in confetto in evidenza.

 

Fontana Candida

Stella facente parte dal 1986 della galassia del Gruppo Italiano Vini, si trova a Monte Porzio Catone, sulla collina da cui prende il nome. Una storica cantina della denominazione che ha iniziato la sua attività di imbottigliatrice nel 1958, raggiungendo nel 2001 il ragguardevole record di undici milioni di bottiglie. Fu l’anno in cui entrò in azienda Mauro Merz, oggi direttore di cantina. Trentino di nascita, iniziò la sua esperienza in una grande cantina della sua regione: “Poi fui chiamato in questa zona da una storica azienda, nella quale rimasi per alcuni anni – ci spiega – prima di assumere l’incarico all’interno di Fontana Candida. Accettai la sfida perché ero convinto delle gran-di potenzialità del territorio”. Nel tem-po il mercato è cambiato e oggi l’azienda si è attestata sulla produzione di due milioni e mezzo di bottiglie. “Con undici milioni di bottiglie – prosegue Mauro Merz – rappresentavamo circa il trentotto per cento, oggi, con la produzione attuale, incidiamo per il quaranta per cento sull’intera produzione del Frascati, questo la dice lunga sul cambiamento di mercato”.
“Nel 2007 – riprende Mauro Merz – siamo partiti con un progetto qualità, le innovazione tecnologiche della cantina erano già state effettuate all’inizio degli anni Duemila, quindi era la volta di quelle in vigna. Iniziammo così, anche con l’aiuto di un nostro agronomo, a indirizzare i nostri conferitori nella ricerca della migliore qualità delle uve, remunerando di più quelle più sane e al giusto punto di maturazione”. Da tempo la cantina ha iniziato una ricerca per la sanificazione di alcuni biotipi di malvasia puntinata selezionati nella zona.

Luna Mater Frascati Superiore Riserva Docg 2018 (Anteprima)
14,5% vol

Vigoroso ed elegante, è di un bel giallo luminoso e approccia con le note dolci della frutta, percorse da respiri floreali di sambuco, biancospino e glicine. Il comparto fruttato si apre su pesca, pera e melone bianco, poi si passa alla mandorla e alla nocciola secche, e sottilmente ricoperte di zucchero. L’arancia e il mandarancio si esprimono anche con la loro scorza candita, quindi albicocca, gelso e ananas. Chiude su toni minerali di salgemma. Bocca di grande bilanciamento, che riesce a integrare l’importante grado alcolico grazie alla considerevole struttura, mentre la verve acido-sapida vivacizza e dà continuità all’assaggio. Coerente il retrolfatto per profondità e ampiezza.

Luna Mater Frascati Superiore Riserva Docg 2017
14,5% vol

Potenza e territorio nel calice giallo brillante, che apre su evidenti toni di macchia che si fondono con i sentori minerali di salgemma e scisto, per poi regalare un frutto che sa di pera, arancia, pesca, albicocca e ananas. Poi si passa al melone bianco e alla mandorla fresca e secca, su note di miele di eucalipto e foglia di tè. Bocca piena, bilanciata, di grande tessitura, che integra agevolmente la potenza alcolica, anche in virtù di una vivacità acida e salina. I ritorni sono densi di frutti, accompagnati dalla nota minerale.

 

Gabriele Magno

Un’azienda giovane (la prima vendemmia è del 2015), che nasce su terre antiche, vulcaniche e da una storia di famiglia, oggi di nuovo viva grazie alla passione di Gabriele Magno e Luigi Fragiotta. L’amore per il proprio territorio e per il vino ha portato i due amici a creare questa realtà virtuosa che vuole fare il Frascati genuino di una volta, fedele alla terra e alle tradizioni da cui proviene, ma utilizzando le accortezze e le conoscenze attuali, per compiere come dice Luigi “un passo indietro per farne due a-vanti”. Le vigne sono quel-le dei nonni di Gabriele, figli a loro volta di viticoltori dell’Ottocento: troviamo piante di malvasia puntinata e qualche vite di trebbiano che hanno visto cinquanta vendemmie e la cui produzione non supera i cin-quanta quin-tali per ettaro, e poi quasi un ettaro di cesanese, tutto coltivato in modo biologico. La produzione annua è di circa centocinquantamila bottiglie tra Frascati Superiore, Frascati Superiore Riserva, Cannellino e un Cesanese che ha l’eleganza di un Pinot Nero. Il loro Frascati ha un’anima duplice: è strutturato e profumato, ma anche fresco, elegante e longevo. Questa completezza è ottenuta vendemmiando un venti per cento dell’uva in modo anticipato – per non perdere la spalla acido-sapida e la freschezza di frutto e fiore – la restante parte in tardo ottobre per avere un mosto zuccherino e ricco di aromi maturi. Il tutto viene poi assemblato in fase post-fermentativa e fatto affinare insieme (in acciaio per la versione Superiore, in barrique di primo passaggio per la Riserva).

Frascati Superiore Docg 2018
13% vol

Di penetrante immediatezza, è giallo con riflessi dorati. Il piacevole profilo olfattivo si apre sulla mineralità e sul fiore dolce appassito, dove si riconoscono tiglio, acacia e calicante. Il frutto regala note di mela, pera, pesca bianca e un leggerissimo cedro. A impreziosire l’insieme soffi d’erba medica e dragoncello, avvolti dal ricordo dell’erba di prato appassita dall’estate. In bocca è morbido ed equilibrato, disteso sull’asse orizzontale. La sapidità la spunta sulla freschezza, che pur caratterizza un sorso focalizzato sull’agrume, in piacevole contrasto con la nota di salgemma.

Vigneto La Torretta di Valle Marciana Frascati Superiore Riserva Docg 2017
14% vol

Caratterizzato dall’eleganza dei fiori e delle note terziarie, è giallo chiaro brillante. Accoglie fine e floreale di glicine, ciclamino, iris e mughetto. Effonde poi nocciola e mandorla, insieme alla frutta fragrante di mela, pera, pesca, limone, cedro, anche candito, bergamotto e banana acerba. Sul finale, ecco un verde delicato di salvia e rosmarino unito a gesso e talco. In bocca è pieno, morbido e caldo. La frutta e il fiore giocano con sensazioni sapide e una vena fresca che dona una discreta dinamica. Persiste il frutto, unito al fiore e a una nota di vaniglia, verso un finale che lascia il palato sapido e minerale.

 

Gotto d’Oro – Vinea Domini

Fondata nel 1945, conta duecentoventi soci e circa millecento ettari; deve il suo nome all’etimo latino “guttus” (bicchiere di vetro di buona capacità e il suo contenuto in vino). Ogni anno vengono lavorati circa centoventicinquemila quintali di uva in una cantina che dispone di impianti moderni, funzionali e tecnologicamente avanzati con la presenza anche di vinificatori orizzontali. La filosofia dell’azienda si basa sul controllo continuo della qualità e dal mantenimento del legame con le origini e la tradizione.
Nel 1989 è stata nominata “società cooperativa di interesse nazionale” e nel 2011 si sono svolte opere di ammodernamento strutturale e tecnologico, divenendo così un complesso all’avanguardia nel settore enologico, rispettoso dell’ambiente e del prodotto, e concluse nel 2015 con il controllo qualità interno che ha ridisegnato tutto il percorso della produzione. L’azienda è certifica Iso 9001-Ifs e risponde a criteri di sostenibilità a circuito chiuso (certificazione Aua). Le uve che interessano la produzione della linea Vinea Domini (nome dovuto a papa Ratzinger che definì i vigneti aziendali “le vigne del Signore”) sono controllate direttamente da uno staff aziendale. Questa linea è una piccola cosa rispetto agli otto milioni di bottiglie prodotte, ma consente all’azienda di raggiungere una fascia di mercato diversa. La lavorazione avviene in uno spazio a parte sotto il controllo dell’enologo Paolo Peira e la linea comprende dodici referenze riservate al canale horeca. La produzione del Frascati è di diecimila ettolitri per la Doc (marchio Gotto d’Oro) e quaranta-cinquanta ettolitri per la Docg nella linea Vinea Domini.

Frascati Superiore Docg 2018
13% vol

Loquace e invitante, ha carattere ben definito. Giallo chiaro lucente e subito leggiadro di fiore, che ricorda gelsomino, ginestra, pitosforo, acacia, magnolia e fiore di limone; segue il frutto di pesca bianca, pera, mela, gelso, fragolina di bosco, arancia bionda, con tracce mellite invitanti, insieme a mandorla e nocciola secche, torta margherita al limone con nuance di gesso. In bocca c’è freschezza e sapidità, equilibrio e dinamica che sostengono ritorni ricchi di frutto, con il fiore in secondo piano, e una mineralità di salgemma che fonde il bel retrolfatto.

 

L’Olivella

Situata tra Frascati e Monte Porzio Catone, l’azienda, creata nel 1986 da Umberto Notarnicola e Bruno Violo, è posta sulle colline a pochi chilometri a sud di Roma in un territorio di grande fascino e un paesaggio vivo di storia, arte e cultura; incantevole e rilassante terrazza naturale su Roma, fu meta ambita dalla nobiltà romana e descritto con amore da Goethe. Siamo alle pendici del monte Tuscolo, in una zona esposta a continua ventilazione, fattore che ha contribuito a sollecitare la proprietà alla conduzione agricola biologica.
La ricchezza di potassio e fosforo, la presenza di calcio e magnesio e la povertà di azoto, ne fanno il luogo ideale per la coltivazione della vite e per la produzione di vini di elevata qualità organolettica. A tal proposito è molto interessante scoprire le due colate successive di lava suddivise da uno strato di arenaria e ben visibili nell’area dell’azienda, dove si trova anche un antico cunicolo scavato nella roccia. L’Olivella, sorta da un’antica residenza contadina della fine dell’Ottocento, grazie alla passione delle famiglie dei proprietari e alle caratteristiche pedoclimatiche, ha contribuito alla realizzazione di vini che a pieno titolo possono essere definiti ottimali per gli abbinamenti con i piatti tipici locali, quelli nati dalla fusione tra la cucina povera e la sofisticata arte culinaria delle corti papali. Infatti, l’azienda prevede visite guidate che includono degustazioni dei vini in abbinamento a prodotti gastronomici tipici. Inoltre offre servizio di soggiorno in uno scenario molto suggestivo. Da ricordare infine, che L’Olivella produce un ottimo olio extravergine di oliva da cultivar frantoio, leccino e rosciola.

Racemo Frascati Superiore Docg 2018
12,5% vol

Abbraccio tra dolcezza ed eleganza, è giallo pallido e apre su toni golosi e leggiadri, dove si alternano essenza di rosa, uva spina e licci. Seguono arancia, bergamotto e ricordi di foglia di limone, in un corredo floreale che accoglie gelsomino, glicine e fiore di sambuco. In secondo piano cenni di pepe bianco e mineralità di arenaria. Lentamente si presentano delicate note di mandorla fresca, bacca di mirto bianco e foglia di tè. Sorso di media struttura che regala buon equilibrio e interessante persistenza, marcata dalla freschezza del bergamotto e dell’arancia, avvolti da echi d’albicocca.

 

Merumalia

“Io cercavo una casa grande e un giardino piccolo per farne la dimora di campagna da godere con la famiglia, il vino non era ancora nei miei progetti…”. Nasce così il racconto di Luigi Fusco, racconto lungo e avvincente di cui riportiamo solo una parte ridotta. “Io sono barese e sono un fisico – racconta Luigi -, ho sempre vissuto in città, prima all’estero e poi, nel 1980, il lavoro mi ha portato a Frascati, dove ho abitato all’inizio in una parte della fattoria privata di villa Aldobrandini, per poi comprare un terreno edificabile sul Tuscolo dagli Aldobrandini e qui ho costruito la casa, dove attualmente vivo. I miei vicini erano i contadini degli Aldobrandini, una famiglia di marchigiani di grande cultura contadina, con il fratello più grande (nonno Attilio) che aveva più o meno l’età di mio padre e i miei figli sono nati e cresciuti coccolati da nonno Attilio e nonna Maria che sono diventati per me dei genitori adottivi, trasmettendomi la loro passione e la loro cultura per la terra. Nei primi anni Novanta, sempre spinto da nonno Attilio, ho comprato il mio primo vigneto a Frascati e lì è cominciata la mia avventura col vino”. Avventura che è continuata comprando e sistemando altri vigneti attorno a quella che è oggi la sede aziendale, in un posto panoramico dei Castelli Romani a circa tre chilometri da Frascati. Arriviamo nel racconto agli anni 1995-1996. “Dopo un primo periodo di conferimento a grosse cantine del Lazio – continua Luigi -, sono riuscito a costruire la cantina e ho cominciato a vinificare in proprio. Attualmente la superficie aziendale è di circa undici ettari, di cui quasi nove vitati. Tengo le rese basse e da un potenziale di circa ottantamila bottiglie ne faccio circa venti-venticinquemila, vendendo il resto dell’uva”. Alla nostra curiosità circa il nome Merumalia, Luigi ci chiarisce che deriva dal latino “merum et alia”, (vino e altre cose) e la prima bottiglia col marchio Merumalia esce nel 2013. La produzione consta di sette etichette (sei bianchi e un rosso) di cui quattro nella denominazione Frascati. La filosofia aziendale risente della provenienza dal mondo scientifico del produttore, con particolare attenzione alla sostenibilità ambientale e alla conduzione biologica, sempre pronta, comunque, a recepire gli stimoli e le novità del mondo della ricerca.

(Abbiamo realizzato l’intervista a Luigi Fusco circa un mese prima della sua prematura scomparsa dello scorso 8 aprile 2020)

Primo Frascati Superiore Riserva Docg 2017
14,5% vol

Vino importante e di beva invitante, che colora il calice di un giallo pieno luminoso con riflessi dorati; accoglie al naso con l’articolazione minerale che va da arenaria, argilla, scisto bagnato, pietra focaia e salgemma che rivelano lentamente il frutto di cedro anche candito, pesca, kiwi, nespola, bergamotto, chinotto, mandorla, nocciola, noce, a cui si aggiunge la speziatura di pepe bianco, noce moscata e zenzero. Bocca piena, bilanciata, di grande struttura, ricca di acidità e sapidità che integrano l’alcol importante. Il retrolfatto riprende la via diretta con un frutto più polposo.

Canto Cannellino di Frascati Docg 2018
13% vol

Vino vivace e goloso, di colore giallo dorato, accoglie con un mix di miele con la frutta fresca, in sciroppo e candita a seguire di arancia, pera, mela anche cotta, percorse da castagna glassata, pasticceria alla crema chantilly con caramello croccante, note balsamiche di sandalo ed eucalipto e sentori di cioccolato bianco, noce, mandorla e nocciola, anche pralinate, noce moscata… Bocca fresca e morbida, sapida, dolce ma non stucchevole, di buona tessitura, che ripropone la via diretta per stringere su toni di marron glacé e pan di Spagna con bagna alcolica.

 

Poggio le Volpi

L’origine dell’azienda è nel 1920, quando Manlio Mergè iniziò a produrre e a commerciare vino sfuso. Dopo di lui il figlio Armando e quindi il nipote Felice, che consegue gli studi di enologia a Marsala ed entra in azienda. Nel 1995 nasce la Femar Vini (da Felice Mergé Armando) e l’anno successivo Felice fonda l’azienda agricola Poggio le Volpi a Monte Porzio Catone. Intorno all’azienda ci sono i vigneti delle uve tipiche del Frascati: malvasia del Lazio, malvasia di Candia e trebbiano su terreni vulcanici a medio impasto, con profilo argilloso. Con questi vitigni vengono prodotti i due Frascati Superiore Docg: “la Riserva Epos – racconta Rossella Macchia, responsabile marketing dell’azienda – fa un affinamento di almeno un anno tra acciaio e legno e viene prodotta in oltre trentamila bottiglie”.
Poi c’è il People e il Frascati Brut Asonia, metodo classico da sole uve malvasia di Candia, prodotto in tre-quattromila bottiglie. “Per quanto riguarda il vigneto siamo attualmente in espansione e quindi disponiamo di una superficie tra i cinquanta e i settanta ettari per una produzione di circa un milione di bottiglie, inclusa la linea di vini pugliesi prodotti con le uve della nostra azienda Masca del Tacco, acquisita nel 2010. Comunque il pe-so delle denominazioni di Frascati è il maggiore”. La vinificazione avviene in vasche di cemento modernizzate con sistemi per controllare la temperatura, un metodo che è rappresentativo della filosofia di Felice Mergè, ovvero l’esperienza unita alla tipicità, puntando sempre al rispetto e all’esaltazione della ricchezza ampelografica del territorio. In virtù di questo l’azienda è stata tra le prime a sposare anche l’idea della Doc Roma.

Epos Frascati Superiore Riserva Docg 2017
13% vol

Estroso, complesso e di carattere è giallo chiaro, luminoso. Impatto agrumato, con arancia, pompelmo, lime e cedro ben in vista, seguiti da decise note di maggiorana e salvia. Poi la dolcezza di fiore di sambuco, rosa bianca, pera, pesca. Profilo inusuale, marcato da noce brasiliana, zenzero fresco e una nota di idrocarburo che, priva d’invadenza, accompagna l’intera olfazione. Molto verticale al palato, sia nell’intensità delle sensazioni che nella freschezza, accompagnata da una lunga scia sapida. Pregevole lunghezza, proiettata su note di succo di lime e zenzero fresco, accompagnate da avvertibili cenni di salgemma.

 

Principe Pallavicini

L’azienda Principe Pallavicini è ricca di storia e cultura, una storia secolare che risale alla seconda metà del 1600: una famiglia che ha espresso personaggi illustri, vari cardinali, un papa, Clemente IX, uno dei primi sindaci di Roma e che vanta forniture di vino al Vaticano e poi alla regina d’Inghilterra. Ci accoglie Giulio Senni, amministratore delegato dell’azienda. “La nostra – ci racconta Senni – è un’azienda molto bella paesaggisticamente, posta dentro al territorio del comune di Roma, su un pendio del vulcano che domina il panorama della città, situata su uno strato di lava, (sotto c’erano le cave di basalto per fare sanpietrini). In una zona di forte urbanizzazione, la famiglia Pallavicini ha preservato il suo territorio che rappresenta oggi un mondo a parte, un polmone verde rispetto ai suoi dintorni. Si fa sentire l’influenza del mare abbastanza vicino in linea d’aria, con la brezza del ponentino che dona salubrità ai vigneti, in produzione da trecentocinquanta anni; probabilmente quella dei Pallavicini è la più grande realtà vitata di Roma, grazie a settantacinque ettari con una prevalenza di bianchi (quasi il settantacinque per cento) e la denominazione Frascati che rappresenta circa il sessanta per cento della superficie vitata in bianco. L’azienda – riprende Giulio Senni – ha subito un po’ la storia generale del Frascati, con produzioni spinte dettate dal successo di questo vino nel mondo, fino a che non ci si è resi conto che bisognava puntare sulla qualità. Da una decina d’anni la nostra azienda ha incrementato ulteriormente questo approccio”. Principe Pallavicini punta molto sulle varietà autoctone, malvasia puntinata in primis, con i suoi dieci ettari di vigneti, in una delle zone più vocate per i vini bianchi, ma che può esprimere anche ottimi vini rossi e da una decina di anni ha come consulente Carlo Ferrini, uno degli enologi più importanti del panorama vitivinicolo nazionale. Produce circa quattrocentomila bottiglie di cui il sessanta per cento  nelle denominazione di Frascati.

Frascati Doc 2019
13% vol

Assaggio figlio di un’ottima annata, ha colore giallo chiaro, naso fresco che offre subito note vegetali di salvia e foglia di limone che anticipano cedro, pesca, pera, mandarancio, con nuance di albicocca, e ancora kiwi, cachi e papaia, profumi floreali di acacia, percorsi da respiri minerali di selce. Bocca caratterizzata da una sinergia acido-sapida sostenuta da adeguata morbidezza che rende l’assaggio piacevole e dinamico, dal finale ancora dai tratti giovanili visto il recente imbottigliamento.

Poggio Verde Frascati Superiore Docg 2018
13,5% vol

Vino dinamico e appagante che invita al riassaggio e colora il calice di giallo paglierino carico; naso molto articolato, che offre subito pesca anche in sciroppo, fiore di sambuco, kiwi, albicocca, Limone d’Amalfi, mandarancio, note vegetali di salvia e menta, mandorla secca, sfumature di miele, frutto della passione, licci, percezioni floreali di rosa e minerali di cipria per un insieme invitante. Bocca di bella tessitura, sostenuta da una sapidità decisa, ma mai coprente, che alimenta la dialettica retronasale, coerente con la via diretta fino alle intense note di rosa.

 

Tenuta di Pietra Porzia

La storia della Tenuta di Pietra Porzia è strettamente legata alle vicende dell’antico Impero Romano prima e alle immense proprietà dello Stato della Chiesa nell’Agro Romano poi. Circa un secolo fa Vittorio Giannotti, nonno degli attuali proprietari, la famiglia Giulini, acquista la tenuta e successivamente fa edificare dall’architetto Luccichenti la bella villa in stile postmoderno, oggi trasformata in un agriturismo con dodici camere, ristorante e piscina.
Pietra Porzia oggi produce duecentocinquantamila bottiglie annue di vino che includono le denominazioni Frascati Doc, Frascati Superiore Docg, Cannellino di Frascati Docg, Castelli Romani Doc e Roma Doc, con uve provenienti unicamente da vigneti di proprietà e con tecniche di produzioni che garantiscono un bassissimo contenuto di solfiti, pari a meno della metà delle quantità consentite dalla legge. Dotata delle più moderne tecnologie, la cantina è stata inserita sulla architettura di quel-la antica del 1892, per non alterare l’armonia del paesaggio. Il vigneto di trentasei ettari occupa l’a-rea dell’anfiteatro in cui un tempo era ubicato l’antico lago Regillo, prosciugato duemila anni fa. Vittorio Giulini, attuale proprietario e presidente della Tenuta di Pietra Porzia ci racconta: “…la mia famiglia, produce tutti i suoi vini a basso tenore di solfiti e non usiamo legno in modo di esaltare i profumi naturali dell’uva di origine, anche di vitigni autoctoni dimenticati come il lecinaro, permettendoci di far riscoprire quei sapori autentici oramai dimenticati”.

Gold Label Frascati Superiore Docg 2018
13% vol

Goloso e intenso, ha colore giallo luminoso con riflessi dorati. I fiori e il frutto sono in primo piano, con l’acacia, la mimosa, il biancospino e note di miele anche in caramella, che si fondono con mela, pera, limone maturo e arancia, pesca in sciroppo, ananas anche in nettare e kiwi. Seguono nocciola, mandorla e il minerale chiaro, tutti fusi a note di fieno, camomilla e tiglio essiccati e zenzero fresco. In bocca è caldo, con una tessitura dinamica e una struttura media. La morbidezza e la rotondità sono intervallate dall’acidità leggera e dalla buona sapidità. Torna la frutta dolce bianca e gialla, con ricordi di zenzero e un finale delicato e minerale.

 

Valle Vermiglia

Mario Masini, proprietario di Valle Vermiglia, è legato a doppio filo con la storia e il territorio del Frascati. Fu proprio grazie al suo intervento diretto che si arrivò nel 2011 al riconoscimento della Docg per il Frascati Superiore, quando era deputato al parlamento italiano, lavorando alla stesura dei testi per l’aggiornamento del vecchio disciplinare insieme ai produttori del Consorzio Tutela Denominazioni Vini Frascati.
Quarantacinque anni prima fu invece il nonno materno, l’onorevole Pietro Campilli, già ministro della Repubblica, ad attivarsi per il riconoscimento della Doc per il Frascati, il 3 marzo del 1966. Oggi Mario Masini contribuisce al rilancio della denominazione producendo un vino e uno soltanto con la sua azienda Valle Vermiglia, posta nella zona più prossima al ciglio dell’antico vulcano, in alta collina. Prima di trovare il territorio sul quale si è poi fermato, ha perlustrato per anni i Castelli Romani alla ricerca delle migliori condizioni per il suo progetto. Il suo approdo è stata la zona incontaminata e suggestiva del monte Tuscolo a Monte Porzio Catone, sui terreni che appartengono all’Eremo dei Camaldolesi Coronesi, in un posto “baciato da Dio”, qui nel senso stretto del termine, dove ha impiantato otto ettari di vigneto. La collina del monte Tuscolo è un punto di osservazione dal quale si riesce ad abbracciare con lo sguardo sia la città eterna che la maggior parte del bacino del vulcano laziale. La varietà cardine è la malvasia puntinata, accompagnata da quella di Candia, mentre trebbiano giallo, trebbiano toscano e bombino contribuiscono alla restante parte in quote variabili in base all’andamento dell’annata.

Eremo Tuscolano Frascati Superiore Docg 2018
13% vol

Immediato e fruttato, è leggero e di beva. Giallo paglierino chiaro, accoglie di frutto fresco nei riconoscimenti di pesca, arancia, mandorla fresca e secca, mela e pera, percorsi da nuance di talco, con note di mollica di pane e cenni di foglie fresche di menta, origano e melissa. Fresco, leggero, sapido, è subito fruttato di mela, arancia, limone, pompelmo, con note di mandorla fresca, mentre in progressione converge su toni salini, palesando la sua provenienza.

 

Villa Simone

Villa Simone nasce nel 1982 a Monte Porzio Catone, fondata dai Costantini, famiglia di viticoltori marchigiani. “Nel 1954 zio Piero e papà vennero a Roma per cercare lavoro – racconta Lorenzo Costantini attuale conduttore -, rientrando settimanalmente nelle Marche per seguire l’azienda. Furono aperte varie enoteche ma la voglia di fare agricoltura li portò nel 1982 ad acquistare il podere che anticamente era il Casale Ianari del cardinale Pallotta”. Ai quattro ettari e mezzo iniziali si aggiunse Casale Filonardi con tre ettari, e poi acquisti successivi nel comune di Frascati, sia in zona Vermicino che in zone più alte, fino al vigneto urbano, il Falconieri, appena entrato in produzione; ultimo acquisto, un vigneto isolato non lontano dall’autostrada su cui si lavora in biologico, come voluto dall’ultima generazione in azienda, la figlia di Lorenzo. “Oggi siamo a ventitré ettari che valgono centocinquantamila bottiglie e un po’ di sfuso venduto ad altre aziende. Trattando nelle enoteche i grandi vini del mondo, abbiamo sempre sentito la sfida dell’alta qualità e per questo limitiamo l’imbottigliamento alle partite che reputiamo idonee”. In questa ottica i Costantini hanno sposato da subito la malvasia del Lazio, il cui utilizzo alla nascita dell’azienda era limitato al trenta per cento. “Il mio ideale è arrivare all’ottantacinque per cento di malvasia del Lazio – riprende Lorenzo – e poi il saldo ancora da definire, con diversi cloni di grechetto, trebbiano giallo e verde. La cosa più importante è lavorare molto in vigna e conoscere le piante: per avere uve in perfetta forma servono piante in grande equilibrio con germogliamento omogeneo e parete fogliare adeguata”.

Villa dei Preti Frascati Superiore Docg 2018
13% vol

Fresco, invitante, fine e salino. Giallo chiaro, accoglie minerale e vegetale nei riconoscimenti di selce, salgemma, salvia, menta che si fondono con fiore di sambuco, pesca bianca, licci, mela, cedro, sfumati da nuance di zenzero anche candito, e ancora nespola, ananas, susina goccia d’oro e melone. Fresco, sapido, di bella tensione e dinamica, ha tessitura media e continua e bella progressione salina; il retrolfatto è coerente e più croccante, ma accompagnato da una delicata dolcezza di frutta in pasticceria con un finale di mandorla secca e in confetto.

Vigneto Filonardi Frascati Superiore Riserva Docg 2018
13,5% vol

Complesso ed elegante, è giallo paglierino luminoso con riflessi argento, è gentile e articolato nel presentare scorza di limone e cedro, anche canditi, che dialogano con profumi di fiore di sambuco e rosa, sfumati da zenzero, e ancora arancia, alchechengi, kumquat, pera. L’insieme è percorso da note di burro di cacao e polvere di caffè, mentre a-nice stellato, menta e salgemma avvolgono il bouquet. Equilibrato, fresco e sapido, di bella tessitura e progressione continua, aggiunge all’espressione del naso sentori di nocciola e mandorla, con una nitida e lunga percezione di sale marino. Molto interessante.

About the Author
Francesco D'Agostino

editor


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