I Sangiovese senza fretta di Vecchie Terre di Montefili
Vecchie Terre di Montefili è posta a 500 metri di altitudine a poca distanza dal centro abitato di Panzano, nel cuore del Chianti Classico
Si dice sempre che il vino migliore è quello che, nel bicchiere, si esprime senza bisogno che qualcuno te lo spieghi o te lo descriva. I Sangiovese dell’azienda Vecchie Terre di Montefili sono così: versati nel bicchiere, dopo qualche minuto iniziano a “parlare” dei luoghi da cui provengono, fatti di singolarità, di tante particelle simili ma non uguali, che nel tempo diventa sempre più interessante imparare a conoscere, proteggere, assecondare, anche quando l’annata non è delle migliori. Perché il carattere del luogo è proprio ciò che rende unica e identificabile un’azienda. Nota già negli anni Settanta, quando i primi proprietari, la famiglia Acuti, piantarono le vigne di sangiovese, oggi Montefili si distingue per una viticoltura che è soprattutto viti-cultura: competente, precisa, attenta e tanto paziente.
L’azienda oggi
Alla guida di questa realtà bellissima da visitare, una piccola gemma protetta da boschi e piena di luce, c’è una agronoma ed enologa vivace ed entusiasta: Serena Gusmeri. Bresciana d’origini, vive Montefili da dieci anni, dopo aver lavorato in Franciacorta e Campania. “Montefili è un’azienda che ho imparato a conoscere, anche chiedendo un po’ in giro – ci racconta -. Aveva già una storia bellissima, solo gli ultimi anni erano stati un po’ complicati, anche finanziariamente. Per me è stata una sfida importante per tre aspetti. Primo, io non ho mai fatto vino rosso in vita mia, questo Sangiovese è stato il primo, perciò questa è stata un’occasione che mi ha permesso di sfruttare la mia esperienza nel mondo dei bianchi. Secondo, io non ho radici toscane. E qui la territorialità è sentita in modo molto forte. Terzo aspetto, la proprietà non è italiana, ma americana, perché nel 2015 l’azienda è stata acquistata da tre amici americani, appassionati dell’Italia e della sua enogastronomia”.

I dodici ettari e mezzo di vigneto sono tutti a sangiovese, salvo un ettaro e mezzo di cabernet sauvignon (piantato ancora dal primo proprietario, sulla scia dell’entusiasmo generale per i Super Tuscan). “Ma io sono più una da vitigni autoctoni, l’esperienza campana a base di fiano, falanghina, coda di volpe, biancolella e forestera ha modellato la mia attitudine – continua Serena – Infatti il cabernet lo vinifico in purezza”. Lo stesso dicasi dei suoi sangiovese, al plurale, ai quali fin dall’inizio ha dedicato studi e cure personalizzati. “Quando siamo arrivati qui, la mia priorità è stata il vigneto – dice -. Non era nelle migliori condizioni, perciò ci siamo focalizzati sui lavori più semplici, per cominciare a vedere un po’ l’equilibrio nelle vigne.”
Con il tempo e l’aiuto del team di agronomi di ViteNova Vine Wellness, la conoscenza della biodiversità dei vigneti di Montefili è diventata la chiave interpretativa di scelte agronomiche mirate, basate sul campionamento del suolo e il monitoraggio costante del loro stato di benessere, la certificazione della biodiversità di flora e fauna nella tenuta, la verifica dell’assenza di plastiche nel terreno, e il non uso di fitofarmaci potenzialmente dannosi per la salute degli addetti. “Se ai nostri vigneti, e ai terreni dove camminiamo, non garantiamo uno stato di salute, poi anche le nostre piante ne risentono. Questa è stata la cosa su cui ho puntato tanto. Mi piace da sempre il vigneto, per me è il posto dove tutto accade”. Questo impegno di ricerca costante e puntuale nel 2022 è diventato una nuova certificazione: Diversity Ark. “Dopo dieci anni, possiamo dire di aver trovato la quadra, qui a Montefili – conclude l’enologa -. Quando siamo arrivati, c’era molto da fare, perché bisognava riprendere in mano tutto, ma un pezzo alla volta. Ora sono contenta perché vedo che le piante hanno risposto bene”. E non solo loro, anche i collaboratori. Negli anni infatti si è creata una piccola squadra tanto efficiente quanto affiatata, che condivide la passione e la filosofia della loro responsabile.
La verticale
I vini non possono che essere il risultato di questo approccio: ogni parcella di vigneto viene vinificata separatamente, la fermentazione avviene in acciaio con lieviti indigeni e anche la fermentazione malolattica è spontanea. Per l’affinamento si usano solo botti di legno di rovere medio-grandi e tonneau. La produzione risente delle annate, e oscilla tra 34 e 38 mila bottiglie annue, tutte di rossi, con la sola esclusione di uno Chardonnay e di un Sangiovese in rosa.

Delle complessive nove etichette firmate Montefili, la più rappresentativa dell’azienda è Anfiteatro Toscana Igt. Quest’anno festeggia i suoi primi 25 anni, perciò meritava un momento di attenzione dedicato: una piccola verticale, dal 2000 all’anteprima del 2020.
Anfiteatro è un Sangiovese che racconta la sua vigna (nella foto di apertura), composta da piante con una età media di 35-40 anni. Il suo terreno si caratterizza per la presenza di pietraforte, la durissima pietra tipica dell’edilizia toscana.
Anfiteatro 2000 è un vino che appartiene ancora alla precedente gestione, e la differenza si avverte chiaramente, più in bocca che al naso. Nel bicchiere presenta un color rubino con sfumature color mattone, mentre nei profumi prevalgono note terziarie di foglia di tabacco, frutta secca e funghi. Il gusto è coerente, con sfumature balsamiche e una freschezza ancora ammirevole.
L’annata 2015 dello stesso vino segna l’ingresso a pieno titolo in azienda di Serena Gusmeri, che fin da subito punta alle fermentazioni spontanee, all’uso dell’acciaio e alla vinificazione separata per particelle. A distanza di 10 anni, questo Anfiteatro è rubino rosso scuro, con un naso fresco di fiori rossi e rosa, una nota di arancia rossa al naso, e poi di datteri e ciliegie in composta. Al palato ha ancora una leggera astringenza, con sentori di frutta rossa croccante. Del resto, l’acidità è una delle note più caratterizzanti dei terreni di quest’azienda. Il 2017 ha un colore analogo, ma un naso fruttato più dolce, con fiori rossi e rosa. In bocca rivela una grande freschezza, con ricordi di chicchi del melagrana e una bella sapidità che lo rendono ancora più bevibile. Anfiteatro 2019, annata attualmente in commercio, esprime al naso un floreale rosso ancora più ricco, seguito da sentori di frutta rossa piccola e matura, mentre al palato è gentile, carezzevole. Se volessimo usare una metafora equestre, potremmo dire che i Sangiovese di Montefili scalpitano molto nei primi anni, ma poi si mettono al passo, con un’andatura più tranquilla e rilassata. Succoso e bevibile, a dispetto dell’alcol (14,5%) sfoggia un grande equilibrio, tannini setosi e una bevibilità eccellente. Anche il 2020 promette bene: fresco, fruttato, elegante, sarà in vendita nei prossimi mesi. Il nostro consiglio è di farne scorta: sarà ottimo subito, ma dopo qualche anno sarà perfino migliore. Quando si ha in mano una bottiglia di vino non bisogna avere fretta. Lì il tempo ha un’altra dimensione.