Il Taurasi Docg di Feudi San Gregorio si presenta in verticale

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Una verticale di sei millesimi del Taurasi Docg di Feudi San Gregorio, dal 1996 al 2013, è stata realizzata per celebrare l’anniversario dei venticinque anni della denominazione garantita

di Giovanna Moldenhauer

Le prime tre annate

La cantina, nata in Irpinia nel 1986, da allora è interprete del rinascimento della viticoltura del sud Italia a livello sia nazionale che internazionale. Oggi alla guida c’è Antonio Capaldo, giovane e appassionato imprenditore che, in circa duecentocinquanta ettari di vigneto, produce diverse linee che alternano etichette da viti centenarie, etichette di prestigio e vini più quotidiani. Sua è stata una breve introduzione dell’Irpinia e la presentazione del collega Alessandro Palmieri, responsabile aziendale della rete vendita Italia e appassionato ambasciatore di questo vino straordinario, che ha condotto la verticale.

L’Irpinia, situata nell’entroterra campano, è un territorio prevalentemente montuoso con vette che superano i 1800 metri di altitudine. Si trova tra il Vesuvio e il Vulture e comprende principalmente tutta la provincia di Avellino. Orazio là definì una terra di lupi, è una zona molto luminosa, verdeggiante con inverni rigidi e nevosi; la pioggia non manca (oltre cento giorni di precipitazioni all’anno per milleduecento-milletrecento millimetri di acqua, praticamente più del Friuli), le escursioni termiche sono decise e l’estate non è mai troppo calda. Gli impianti delle viti antiche che con il passare dei decenni hanno raggiunto altezze anche sino ai due metri, hanno potature solo su rami di 2 anni e non più su quelli vecchi. Grazie ai suoli che presentano in ampie zone forti matrici vulcaniche e sabbiose, le viti sono state preservate dall’epidemia di fillossera che pure è arrivata in territorio intorno al 1910. Questi suoli unici hanno consentito all’Irpinia di essere letteralmente la culla della nuova viticoltura europea. Da allora la sapienza dei gesti, il modo di coltivare la terra e il rapporto stesso con essa sono rimasti praticamente cristallizzati, conservando la conoscenza di pratiche preziose, altrove dimenticate. La zona dell’aglianico, e in particolare della denominazione del Taurasi Docg sul quale si basa, si estende su diciassette comuni di cui Taurasi è il principale. L’aglianico, vitigno principe dei vini del Sud, interpreta con eccellenza la potenza e la profondità dell’Irpinia e rappresenta circa il 30% degli ettari vitati di Feudi di San Gregorio; di questi il 10% è costituito da viti superiori ai settanta anni di età. I vigneti in media hanno un’estensione da mezzo ettaro a un ettaro e mezzo e sono gestiti con vendemmia solo manuale; alcuni sono di proprietà di piccoli conferitori.

Feudi di San Gregorio interpreta la denominazione principe con tre vini: il Taurasi Docg, che dal 1994 esprime, a ogni annata, le migliori partite dell’intero parco vitato dell’azienda, la Riserva Piano di Montevergine, che nasce invece da un singolo vigneto a circa trecentosessanta metri di altitudine, dove da sempre la vite convive con alberi di nocciole e ulivi. Qui oggi c’è anche un filare sperimentale composto dai migliori cloni di aglianico di tutto il territorio. Il terzo vino, sempre ottenuto da aglianico, è Serpico, prodotto da viti secolari, patriarchi della viticoltura campana, che offrono emozioni fuori dal tempo sia alla vista sia al gusto. Serpico è quindi l’espressione più profonda di questo territorio unico.

La masterclass ha visto in degustazione una verticale di sei annate che hanno lasciato il segno nei vini Taurasi 2013, 2012, 2011, 2010, 2009, 2006. Nella zona di Taurasi l’aglianico trova il suo territorio ideale – incontaminato, vulcanico, impenetrabile – che regala un vino pieno ed equilibrato.

Il 2006 era un vino dal colore granato impenetrabile, con frutta sotto spirito tra cui l’amarena, note di caffè, pepe rosa, toni di spezie non amare, chiodi di garofano, tostature. In bocca quello che colpisce è la grande freschezza, tannini setosi, lunghezza con ritorni di pepe rosa e polvere di caffè.

Il millesimo seguente 2009 aveva note cupe di spezie, cuoio e animali, poi di frutta rossa surmatura e di rovo, con a chiudere una percezione di smalto, di frutti di rovo e sentori speziati.

Nel 2010 emergevano subito sentori di liquirizia, tabacco e boisé, poi frutta sotto spirito con sensazioni eteree foriere di sentori terziari. L’assaggio ha evidenziato note di legno non perfettamente integrate, nel complesso il vino era morbido, ma non perfettamente equilibrato.

Antonio Palmieri (foto Novelli-Visualcrew)

Dal millesimo successivo l’uso di barrique ha modificato l’affinamento dei vini. Il 2011 esordiva con una tonalità rosso granato, aveva note fresche e balsamiche con un frutto di amarena fresca e polposa, di lampone, una nota di salvia. Al palato una sensazione iniziale di maggior spessore, quasi materica per l’apportotannico, poi seguiva la freschezza, un finale lungo non spigoloso.

Il 2012 era ancora diverso con un colore tra il granato e il rubino, un’amarena polposa, seguita da liquirizia, caffè in polvere, più morbido del precedente nell’assaggio, con qualche piccolo spigolo e minore lunghezza.

Il 2013, annata da poco in commercio, aveva un colore più rubino, frutti maturi di piccola dimensione, dall’amarena alla mora, al mirtillo, seguiti da note balsamiche, poi cacao, radice di liquirizia; al palato una percezione alcolica non ancora perfettamente integrata, ma già una bella morbidezza di tannini setosi, una interessante lunghezza che crescerà ulteriormente, nel complesso una buona armonia.

In conclusione l’annata più vecchia, la 2006, era in assoluto la più in forma ed emozionante all’assaggio ché l’Aglianico nel Taurasi con lo scorrere del tempo si armonizza e proponendosi di grande eleganza.

Ingresso della sala (foto Novelli-Visualcrew)

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