Nome in codice Robin Food

Nome in codice Robin FoodMauro Rosati, non passa inosservato.Alto, capelli lunghi, barba curata ma non troppo, look da barricadero e guardo dritto, da hombre vertical, come dicono gli spagnoli. E in effetti Rosati è uno di quelli che non si piegano facilmente e che procedono dritti verso la meta, anche a costo di rimetterci di persona. La sua, di meta, si chiama qualità. Del cibo, ovviamente, ma non solo. Perché per lui il concetto di qualità è una vera e propria filosofia di vita che lo ha portato, nel giro di pochi anni, a diventare una figura di riferimento nel campo dell’agroalimentare mondiale. Uno,  per intenderci, che quando presenta l’atlante Qualigeo o un’altra delle opere prodotte dalla Fondazione, può contare sulla collaborazione concreta e sincera di personaggi come il commissario europeo all’agricoltura o i vari ministri del settore dei diversi Paesi che in lui vedono un riferimento serio e concreto. Lo conosciamo da anni, lo seguiamo nel suo percorso e, tempo fa, l’abbiamo ribattezzato Robin Food.

“È un soprannome  che trovo divertente e appropriato – esclama Rosati -. Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri. Io non rubo ma cerco comunque di portare sulle tavole di tutti il cibo di qualità”. Un progetto ambizioso, per alcuni impossibile, anche per gli interessi in gioco. “Vero – riprende -, ma non impossibile. Nel mondo ci sono tantissimi prodotti di alto livello, si tratta solo di operare su due fronti, tra loro collegati. Da una parte divulgarne la conoscenza, dall’altra spingere chi fa questi prodotti a non mollare e a non cedere alla tentazione di imboccare strade apparentemente più facili e redditizie. È ovvio che se si riesce a  portare tanti consumatori a dirigere la propria  attenzione sui prodotti di qualità, possibilmente certificati, diventa più semplice convincere il mondo produttivo a mantenere, per così dire, la retta via”.

Un problema di non facile soluzione, si tratta di raggiungere le masse e Rosati anche qui ha un asso nella manica un’idea per alcuni provocatoria: Qualivita ha avviato una sorta di partnership con McDonald’s Italia, un matrimonio che farà discutere. “Ma noi non ci sposiamo con nessuno – esclama deciso Mauro Rosati -. Ci limitiamo a sfruttare nel migliore dei modi delle opportunità che ci si presentano. Nome in codice Robin FoodSe McDonald’s ha capito che genuinità e tipicità sono valori fondamentali, io ne sono felice. Trovo sciocco vedere queste grandi catene come il nemico contro il quale combattere, specie quando ci vengono incontro chiedendoci di cooperare. Loro hanno visto in noi un soggetto non ‘inquinato’ e professionalmente credibile e noi riteniamo che, tramite i loro punti vendita, si possa fare e promuovere qualità, specie nei confronti di un pubblico giovane. A questo aggiungiamo il fatto che un’operazione del genere porterà McDonald’s ad acquistare tanti prodotti italiani di qualità, il che non guasta. Insomma, io mi scandalizzo che ci si scandalizzi di fronte a una situazione come questa”.

Un ragionamento che non ha alcuna falla, ma certamente qualcuno si scandalizzerà e griderà allo scandalo. “Questa è una certezza – ribadisce Rosati -. Saranno i soliti soloni, quelli che vivono nelle loro torri d’avorio e che pensano che la qualità dell’alimentazione debba essere patrimonio di un’élite, un privilegio per i pochi che sanno apprezzare quel particolare tipo di formaggio, prodotto in pochissimi esemplari. Ma io voglio dialogare anche con loro, portarli a comprendere che la qualità deve essere un bene comune e che, proprio per questo, si debbono utilizzare anche i canali che possono garantire una comunicazione ampia e diffusa”.

Il tema dei mezzi di comunicazione impone una riflessione sul mondo della scuola, sulla possibilità di usarlo in modo sistematico per l’educazione alimentare dei ragazzi. “Questo tema mi è caro e mi vede ovviamente d’accordo – riprende Rosati -. Ma occorre un grande progetto globale e condiviso non la pletora di iniziative in atto in questo momento che ottengono risultati frammentari e spesso inutili. Finora è mancata una volontà politica per far partire qualcosa di organico e strutturato. Negli States, dove il problema dell’alimentazione è particolarmente sentito, l’educazione alimentare è uno dei punti salienti nell’agenda di Obama. Detto questo, io ritengo che prima ancora di educare i ragazzi andrebbero educati gli insegnanti e anche le famiglie. È assurdo ipotizzare di proporre agli studenti un’alimentazione sana e poi magari i genitori gli comprano delle merendine micidiali”.

Dopo questa affermazione forte e molto importante, ci interessa affrontare un argomento scottante, un po’ apparentemente per addetti ai lavori, molto importante per i pubblico, il ruolo dei consorzi. “Fondamentale, direi. Loro sono il cuore della qualità, il fil rouge che collega territorio-produttori-consumatori. Il problema è vedere come sono oggi utilizzati. Praticamente la maggior parte del loro lavoro è quello di dirimere le beghe interne mentre invece dovrebbero occuparsi essenzialmente di promuovere il prodotto presso i consumatori e di garantire la qualità del prodotto stesso. D’altra parte manca un criterio di formazione e, spesso, manca il concetto stesso di consorzio. Spesso capita di chiamare un consorzio per avere un’informazione e di sentirsi rispondere da qualcuno che non sa cosa dire. Per dirla tutta, bisognerebbe cambiare radicalmente la struttura dei consorzi italiani, con fondi essenzialmente a carico dei produttori consorziati e con dei compiti ben precisi e non interpretabili a seconda delle esigenze di quel territorio”.

Dritto al punto anche in questo caso, senza girarci intorno! Ma ora ci interessa sapere quali sono le prime cose che Mauro Rosati insegnerebbe a suo figlio se ne avesse. “Ascoltare le persone anziane – ribatte senza indugiare -, che costituiscono un patrimonio fondamentale. Io questa cosa l’ho scoperta tardi e me ne pento, ma sto recuperando. E poi, per quanto riguarda il cibo, gli direi di non sprecarlo mai, perché è prezioso. E, proprio perché è prezioso, di imparare e scegliere le cose buone, quelle che fanno bene e che nutrono non solo il corpo ma anche l’anima”.

Mauro Rosati, non passa inosservato.Alto, capelli lunghi, barba curata ma non troppo, look da barricadero e guardo dritto, da hombre vertical, come dicono gli spagnoli. E in effetti Rosati è uno di quelli che non si piegano facilmente e che procedono dritti verso la meta, anche a costo di rimetterci di persona. La sua, di meta, si chiama qualità. Del cibo, ovviamente, ma non solo. Perché per lui il concetto di qualità è una vera e propria filosofia di vita che lo ha portato, nel giro di pochi anni, a diventare una figura di riferimento nel campo dell’agroalimentare mondiale. Uno,  per intenderci, che quando presenta l’atlante Qualigeo o un’altra delle opere prodotte dalla Fondazione, può contare sulla collaborazione concreta e sincera di personaggi come il commissario europeo all’agricoltura o i vari ministri del settore dei diversi Paesi che in lui vedono un riferimento serio e concreto. Lo conosciamo da anni, lo seguiamo nel suo percorso e, tempo fa, l’abbiamo ribattezzato Robin Food.

“È un soprannome  che trovo divertente e appropriato – esclama Rosati -. Robin Hood rubava ai ricchi per dare ai poveri. Io non rubo ma cerco comunque di portare sulle tavole di tutti il cibo di qualità”. Un progetto ambizioso, per alcuni impossibile, anche per gli interessi in gioco. “Vero – riprende -, ma non impossibile. Nel mondo ci sono tantissimi prodotti di alto livello, si tratta solo di operare su due fronti, tra loro collegati. Da una parte divulgarne la conoscenza, dall’altra spingere chi fa questi prodotti a non mollare e a non cedere alla tentazione di imboccare strade apparentemente più facili e redditizie. È ovvio che se si riesce a  portare tanti consumatori a dirigere la propria  attenzione sui prodotti di qualità, possibilmente certificati, diventa più semplice convincere il mondo produttivo a mantenere, per così dire, la retta via”.

Nome in codice Robin FoodUn problema di non facile soluzione, si tratta di raggiungere le masse e Rosati anche qui ha un asso nella manica un’idea per alcuni provocatoria: Qualivita ha avviato una sorta di partnership con McDonald’s Italia, un matrimonio che farà discutere. “Ma noi non ci sposiamo con nessuno – esclama deciso Mauro Rosati -. Ci limitiamo a sfruttare nel migliore dei modi delle opportunità che ci si presentano. Se McDonald’s ha capito che genuinità e tipicità sono valori fondamentali, io ne sono felice. Trovo sciocco vedere queste grandi catene come il nemico contro il quale combattere, specie quando ci vengono incontro chiedendoci di cooperare. Loro hanno visto in noi un soggetto non ‘inquinato’ e professionalmente credibile e noi riteniamo che, tramite i loro punti vendita, si possa fare e promuovere qualità, specie nei confronti di un pubblico giovane. A questo aggiungiamo il fatto che un’operazione del genere porterà McDonald’s ad acquistare tanti prodotti italiani di qualità, il che non guasta. Insomma, io mi scandalizzo che ci si scandalizzi di fronte a una situazione come questa”.

Un ragionamento che non ha alcuna falla, ma certamente qualcuno si scandalizzerà e griderà allo scandalo. “Questa è una certezza – ribadisce Rosati -. Saranno i soliti soloni, quelli che vivono nelle loro torri d’avorio e che pensano che la qualità dell’alimentazione debba essere patrimonio di un’élite, un privilegio per i pochi che sanno apprezzare quel particolare tipo di formaggio, prodotto in pochissimi esemplari. Ma io voglio dialogare anche con loro, portarli a comprendere che la qualità deve essere un bene comune e che, proprio per questo, si debbono utilizzare anche i canali che possono garantire una comunicazione ampia e diffusa”.

Il tema dei mezzi di comunicazione impone una riflessione sul mondo della scuola, sulla possibilità di usarlo in modo sistematico per l’educazione alimentare dei ragazzi. “Questo tema mi è caro e mi vede ovviamente d’accordo – riprende Rosati -. Ma occorre un grande progetto globale e condiviso non la pletora di iniziative in atto in questo momento che ottengono risultati frammentari e spesso inutili. Finora è mancata una volontà politica per far partire qualcosa di organico e strutturato. Negli States, dove il problema dell’alimentazione è particolarmente sentito, l’educazione alimentare è uno dei punti salienti nell’agenda di Obama. Detto questo, io ritengo che prima ancora di educare i ragazzi andrebbero educati gli insegnanti e anche le famiglie. È assurdo ipotizzare di proporre agli studenti un’alimentazione sana e poi magari i genitori gli comprano delle merendine micidiali”.

Dopo questa affermazione forte e molto importante, ci interessa affrontare un argomento scottante, un po’ apparentemente per addetti ai lavori, molto importante per i pubblico, il ruolo dei consorzi. “Fondamentale, direi. Loro sono il cuore della qualità, il fil rouge che collega territorio-produttori-consumatori. Il problema è vedere come sono oggi utilizzati. Praticamente la maggior parte del loro lavoro è quello di dirimere le beghe interne mentre invece dovrebbero occuparsi essenzialmente di promuovere il prodotto presso i consumatori e di garantire la qualità del prodotto stesso. D’altra parte manca un criterio di formazione e, spesso, manca il concetto stesso di consorzio. Spesso capita di chiamare un consorzio per avere un’informazione e di sentirsi rispondere da qualcuno che non sa cosa dire. Per dirla tutta, bisognerebbe cambiare radicalmente la struttura dei consorzi italiani, con fondi essenzialmente a carico dei produttori consorziati e con dei compiti ben precisi e non interpretabili a seconda delle esigenze di quel territorio”.

Dritto al punto anche in questo caso, senza girarci intorno! Ma ora ci interessa sapere quali sono le prime cose che Mauro Rosati insegnerebbe a suo figlio se ne avesse. “Ascoltare le persone anziane – ribatte senza indugiare -, che costituiscono un patrimonio fondamentale. Io questa cosa l’ho scoperta tardi e me ne pento, ma sto recuperando. E poi, per quanto riguarda il cibo, gli direi di non sprecarlo mai, perché è prezioso. E, proprio perché è prezioso, di imparare e scegliere le cose buone, quelle che fanno bene e che nutrono non solo il corpo ma anche l’anima”.

di Stefano Carboni