Pomario, la forte identità di una tenuta in Umbria
Piegaro, una località in mezzo al bosco a due passi da Città della Pieve e dal confine con la Toscana, qui nasce Pomario
Che bella storia da raccontare. Un insolito pomeriggio uggioso nelle vie di Roma oggi. Nei pressi del Quirinale, un incontro che non t’aspetti. Due persone speciali a riceverci all’interno di uno dei palazzi più belli della città. Speciali in tutto. Le persone che sono, la loro storia, i loro luoghi e le loro passioni. Si avverte un calore umano, un rispetto e un’eleganza d’altri tempi. Parliamo dei Conti Spalletti Trivelli. Di Giangiacomo e Susanna d’Inzeo. I due padroni di casa che ci accolgono e raccontano le loro emozioni e i loro progetti, di vita e di vino.
Anno 2004, alla ricerca del luogo del ”buen retiro” dove trascorrere giorni sereni, lontani dal caos e dalla concitazione cittadina, tra Umbria e Toscana, a due passi da Orvieto e dal Trasimeno, su un poggio a 500 metri d’altitudine, immerso in un bosco, tra vigne ed ulivi abbandonati, Giangiacomo e Susanna si innamorano di un vecchio rudere stretto nella nebbia e nel silenzio. Qui dopo averlo riavviato a nuova vita, aver ripristinato antiche vigne e sciolto dall’abbraccio stretto degli arbusti olivi secolari, fanno si che la Tenuta cominci a muovere i suoi primi passi nella produzione di vino e olio. Come dicevamo, olivi “umbri” di cultivar tradizionali quali moraiolo, leccino e frantoio, vecchie viti di aangiovese, trebbiano e malvasia alle quali aggiungono una piccola quota di merlot e ottomila metri quadrati di sauvignon e riesling, per produrre anche un passito che si rivelerà poi un muffato ovvero caratterizzato da uve colpite da muffa nobile.
Il tutto in coltivazione e vinificazione biologica e biodinamica.
Oggi la Tenuta Pomario offre fiera i frutti del lavoro di questi ultimi vent’anni, in cui i Conti si sono fatti affiancare da due figure fondamentali nella riuscita dell’ambizioso progetto: l’agronoma Federica De Santis e l’enologa Mery Ferrara. Anni ricchi di riconoscimenti e gratificazioni, che hanno portato a ottenere vini fieramente identitari, eleganti e austeri al contempo. Note che accumunano tutta la produzione.
Dall’Arale, frutto di trebbiano e malvasia, che si offre dorato, rotondo e consistente. Note di erbe aromatiche, agrumi dolci e frutta disidratata danzano, tra soffi floreali ed eleganti, sottili speziature, che lasciano la bocca soddisfatta, sapida e minerale.

Al Sariano, Sangiovese purosangue colorato di rubino, che si presenta con riconoscimenti invitanti di amarena, arancia rossa e prugna che poi introducono, delicati ma chiari, accenni di viola e fiori di campo appena appassiti. Humus, tabacco e spezie completano il bouquet. Il palato è fresco e vivace, sapido e morbido al contempo, dove il tannino si presenta netto, ma senza serrare il sorso.

Per finire al Muffato delle Streghe, oro puro per gli occhi e i sensi tutti. Caleidoscopio di frutta stramatura e candita, di miele, spezie e caramello. Note di Botrite e toni pacati balsamici, caratterizzano l’esperienza. Al gusto è morbido, dolce, fresco e sapido, al punto che obbliga al riassaggio, pensandolo accompagnare foie gras o formaggi ben stagionati. Infine un plauso sincero al nettare d’oliva. Extravergine biologico di raro equilibrio e intensità. Mixa perfettamente i classici sentori del carciofo e dell’erba appena tagliata, con note avvolgenti di frutta matura. Giustamente piccante, rimane elegante, sobrio e sofisticato, senza perdere corpo e struttura. Buonissimo. Di grande pregio.
