Andreola: ecco il Màs de Fer Valdobbiadene cru

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Andreola Màs de Fer: un Prosecco Superiore diverso e di gran carattere

Andreola màs de fer

Le dolci colline di Soligo sembrano imbizzarrirsi, la carreggiata si stringe e inizia a inerpicarsi sul colle di San Gallo. Arriviamo a oltre quattrocento metri di altitudine su una strada molto stretta che consente un arrivo agevole alle porte di una vigna speciale. Varcata la soglia lo spettacolo è incantevole: la collina è esposta a sud e lo sguardo si perde fino all’orizzonte, dove cielo e terra si fondono in una linea retta, quasi come se tutta la penisola fosse ai suoi piedi. Nei giorni più nitidi sulla sinistra si scorge il golfo di Trieste. Abbassando lo sguardo sul panorama più prossimo, sembra di stare sul muro di una pista nera e la sensazione di disagio è affievolita dalla presenza della vite, disposta nell’unico modo possibile, a girappoggio ovvero lungo le linee di livello a disegnare come un verdeggiante vestito a fasce tutta la collina: “sono cinque ettari – racconta Stefano Pola, proprietario dell’azienda – che in pratica si riducono a tre utilizzabili, visto che lo spazio scosceso tra un gradone e l’altro pesa molto sulla superficie totale dell’impianto”.

Sono passati quattro anni da quando Stefano ha avuto l’occasione di acquistare questa vigna e non si è lasciato scappare l’investimento: “sono un viticoltore e quando penso a un investimento la prima cosa è la terra”. Il vigneto è dotato di molte piante giovani di cinque-sei anni,mentre alcune sono più vecchie, intorno ai dieci, sono adagiate sulle bancolle, come vengono chiamati qui i gradoni. In vigna
è tutto verde e inerbito: nelle zone piane l’erba è tagliata con un piccolissimo trattore mentre quelle in pendenza vengono tagliate poche volte ogni anno a mano, perché qui si fa tutto a mano, non può essere diversamente. Tante erbe spontanee diverse e tante infiorescenze dal bianco, al giallo e al lilla, impreziosiscono la grande discesa tutta verde. “Un vigneto che soltanto dopo due anni di vinificazioni ho
pensato di portare in bottiglia da solo (ogni partita di uve è vinificata separatamente in azienda, ndr); vini fermi che avevo scoperto di grande sapidità e mineralità, da uve che maturavano prima grazie all’esposizione totalmente a sud, frutto di un terreno argilloso a base di arenarie, abbastanza sciolto. Al terzo anno, ormai convinto che queste fossero le caratteristiche ho deciso di fare Màs de Fer e di dare vita a questo vino così salato”. Màs de Fer è un nome che viene tramandato perché i vecchi della zona avevano notato che qui cadevano molti fulmini e che fosse dovuto a una grande presenza di ferro nei terreni, “così si è guadagnato l’appellativo Màs de Fer ma io non credo che ci sia realmente una maggiore presenza di ferro rispetto ai dintorni quanto piuttosto la sua altitudine rende questo terreno particolarmente esposto ai fulmini”. In effetti il vigneto è diviso in due parti da un edificio molto curato che ospita un interessante ristorante con qualche camera, la Locanda La Candola, dove abbiamo avuto modo di assaggiare un risotto alle erbe in cui la polmonaria, quella che in vigna aveva i fiorellini lilla, era protagonista: squisito! La parte più a est è quella adagiata totalmente su colle di San Gallo, mentre quella a ovest poggia su un prolungamento della collina, chiamato Col de Fer.

Tutto il vigneto dà un raccolto di quasi trecentocinquanta quintali di uva, dotata spesso di un carico zuccherino più alto che nelle altre vigne aziendali (molte sono a Col San Martino), per un vino base di grado alcolico leggermente maggiore. “Il primo anno avevo ottenuto un vino base a dodici gradi che ho ovviamente miscelato con altre vigne. Oggi imbottiglio circa ventimila bottiglie su un potenziale di
trenta-trentacinquemila pezzi”. Il vino è un cru e Stefano preferisce non millesimarlo, anche se è frutto di una sola vendemmia: “Non credo nel blend di annate perché penso non dia un risultato equilibrato, che la parte nuova e vigorosa non riesca mai a fondersi del tutto con quella più matura”. Trovandoci su colline perfettamente esposte in quel di Soligo il vino potrebbe fruire della menzione Rive (come previsto dal disciplinare della Docg), che in questo caso sarebbe “Rive di Soligo”, ma forse trattandosi di un cru, per il Màs de Fer sarebbe quasi una ripetizione ribadire che le uve arrivino da zona specifica. “Ma il problema non è neanche questo – ribatte Stefano – quanto piuttosto il fatto che non si sia puntato su un’unica tipologia ovvero lo spumante, allora la menzione di Riva sarebbe un vero impreziosimento”. Sempre molto discreto e pacato nelle sue affermazioni Stefano Pola, ma ci sentiamo di aggiungere che dietro questa frase c’è un mondo di problemi complessi da risolvere come produzioni piccolissime, da dover giustamente proteggere, o grandissime, che hanno molto peso nelle dinamiche decisionali di territorio: da osservatori privilegiati crediamo che l’unica strada del Prosecco Superiore Docg sia quella dello spumante. Tornando ad Andreola, dobbiamo sottolineare che Stefano Pola ha sempre scelto di menzionare in
modo specifico il territorio, optando, quando ancora non era nata la Docg, per un’etichetta chiara e semplice dove campeggiava solo il nome “Valdobbiadene”, mentre Prosecco era scritto sul retro.

andreola màs de fer

Viticoltura eroica

Una vigna speciale, dove tutto è difficile e unico, porta a fare questi discorsi: la pendenza infatti va ben oltre il 30% e in dei punti si avvicina di molto alla verticale; la nostra camminata lungo la vigna, a tal proposito, ci porta a effettuare dei passaggi certamente facili, ma impegnativi, possibili soltanto tenendosi a un filo di ferro opportunamente disposto e legato a dei pali. Giocoforza che in un vigneto del genere tutte le attività lavorative siano complesse, specialmente se si devono portare carichi come in vendemmia, quando non si può fare a meno di unaspecie di carrello cingolato motorizzato su cui sono trasportate le cassette di uva. “Qui non si possono certo usare trattori condizionati dove ascoltare la musica a tutto volume. Sono campagne difficili, che per la pendenza non comune sono considerate vigne di
montagna e riconosciute tali dal Cervim”. Cervim sta per Centro di Ricerca, Studi, Salvaguardia, Coordinamento e Valorizzazione per la Viticoltura Montana, un organismo internazionale nato per salvaguardare e promuovere la viticoltura eroica. L’azienda Andreola è oggi iscritta al Cervim – il grosso delle vigne aziendali è in zone a grande pendenza -, il cui logo viene riportato sulle etichette Docg, per essere testimone di una viticoltura eroica, dove ogni attività viene svolta a mano e dove la passione gioca un ruolo sostanziale, come nelle scelte di Stefano, figlio d’arte che non ha esitato un attimo a indirizzarsi nello stesso mondo del padre. “Nel 1998 – riprende – sono entrato stabilmente in azienda con mio papà Nazareno, a ventidue anni, anche se avevo sempre fatto qualcosa; da febbraio 2010 l’azienda è nelle mie mani”.

Fondata nel 1984, prende il nome della mamma di Nazareno, Orsola Andreola. “Nel 1989 – racconta Stefano – mio papà comprò le autoclavi e il primo impianto di imbottigliamento con Denis Spagnol. Dopo cinque anni ognuno prese la propria strada. Intanto cresceva lentamente la disponibilità di vigneti e anche la produzione fino a oggi che abbiamo ventidue ettari di proprietà, otto in gestione e conferitori per una decina di ettari”. Dopo l’ultimo investimento in terreni, quello di San Gallo, l’azienda Andreola – negli ultimi anni il suo nome è stato semplificato – si sta concentrando nella realizzazione di un nuovo impianto produttivo: “I lavori della nuova cantina sono iniziati nel 2007, siamo attivi in vinificazione da quattro anni e con la pigiatura da due. Ora stiamo finalizzando la linea di imbottigliamento, la zona di stoccaggio vini finiti e gli uffici”. Un nuovo impianto che segna anche una tappa importante per la famiglia Pola, nell’ottica della continuità: “Da due anni vinifico da solo – riprende -, è stato un passaggio naturale con papà. Ho sempre fatto le cose con la sua supervisione mentre oggi sono io che quando ho dubbi lo cerco mentre lui si occupa dei vigneti”.

L’attenzione

In vinificazione non ci sono segreti e tutti i Docg utilizzano lo stesso processo: “L’uva viene passata in uno scambiatore per abbassare la temperatura e intera arriva in pressa tra i 15 e i 20 °C. Stiamo installando un altro scambiatore che agirà sul mosto garantendo sempre il raggiungimento dei 15 °C anche in annate calde come l’ultima. Poi avviene la pigiatura del fiore a 0,5 atmosfere e il secondo fiore a 1,5
atmosfere e le due masse non si toccheranno più. Il mosto viene poi decantato passando alla flottazione, un metodo che consiste nell’inserire azoto nella massa dal basso, utilizzando anche un agitatore; in questo modo si forma un cappello con le particelle in sospensione, il torbido sale verso l’alto e il mosto viene svinato da sotto”.

La fermentazione a 18 °C costanti si svolge in quindici-venti giorni e quando non è ancora totalmente esaurita viene fatto un travaso per evitare riduzioni e sentori di feccia. “Inizia ora il processo di travasi del vino base, non effettuo filtrazioni in questa fase per non spogliarlo. In circa venti giorni faccio sei travasi, i primi quattro molto serrati a distanza di due; il settimo dopo altri venti giorni. Durante tutto il processo la temperatura scende gradualmente fino a 10 °C”. È questo il momento della selezione delle masse e della definizione dei blend, le percentuali da ricreare in ogni momento quando si deve spumantizzare. “Mi confronto con l’enologo che segue da sempre la nostra cantina, Loris Dall’Acqua, ed effettuiamo un assaggio organolettico e tecnico finalizzato alla realizzazione di ciascun prodotto”. Un lavoro meticoloso che consente di definire la ricetta di ogni etichetta. I vini base si conservano intorno agli 8-10 °C e dopo una filtrazione con farine fossili (non si usano filtri tangenziali per non stressare un vino molto delicato) si assembla la massa da mandare di volta in volta in autoclave per la spumantizzazione. Non si fa molto, la ricetta è semplice, ma “il Prosecco è pura attenzione”, conclude Stefano.

di Francesco D’Agostino

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silvio torterolo

280188


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