Export vino tra dati e conferme

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Export: la corsa del vino italiano continua, record dopo record, cavalcando e superando l’onda dell’agroalimentare nazionale che in dieci anni segna +67%

di Francesco D’Agostino

vino allo scaffale

È una bella sensazione. Raccontare da quasi venti anni un settore che inanella successi, che cresce senza sosta e che manifesta di poter raggiungere traguardi sempre più importanti, dà soddisfazione. Senza retorica, ci si sente un piccolissimo ingranaggio di una macchina colossale che insieme al patrimonio storico-artistico e al paesaggio costituisce un unicum che distingue l’Italia nel mondo. Dati alla mano, nella finestra temporale degli ultimi dieci anni le esportazioni italiane globalmente sono cresciute del 23%, quelle del sistema agroalimentare del 67% e quelle del vino del 71% (vedi Tab. I). Il mood positivo sul made in Italy è stato costruito e consolidato anno dopo anno dalle migliori produzioni del Bel Paese che sempre più spesso coincidono con le espressioni intimamente legate ai territori di provenienza, quelle che la legislazione europea chiama indicazioni geografiche, ovvero le Dop e Igp: un patrimonio che in Ue conta 2.927 origini (al 20 gennaio 2018), di cui ben 819 sono in Italia, leader mondiale indiscusso del vino e del cibo con origine e regolamento produttivo certificati. Il numero di indicazioni geografiche italiane in dieci anni è cresciuto di 235 unità, ovvero del 40%, segnando un incremento in valore (fonte Qualivita) del 70%, da 8,7 miliardi di euro a 14,8. Insomma, la esportazioni-italiane-2007-2017tendenza del sistema agroalimentare italiano è decisamente positiva, con l’ambizione, più volte manifestata dall’ex ministro Martina, di superare nel 2020 la quota di sessanta miliardi di euro di export (vedi Tab. II). Sono previsioni che ovviamente si basano sulla qualità dei beni, sulla capacità produttiva, di penetrazione sui vecchi e nuovi mercati. Aggiungiamo un dato per dare una dimensione al mercato già accessibile: Assocamere estero valuta in cinquanta-esportazioni-agroalimentare-2007-2017sessanta miliardi di euro la taglia del mercato dell’italian sounding, dei prodotti che richiamano all’Italia sulle confezioni per ingannare il consumatore, un’attività non considerata frode, molto difficile da combattere nei tribunali, da affrontare sul campo grazie alla notevole differenza di qualità tra il prodotto vero e quello imitazione. Lo stesso ente quantifica in ben venti miliardi di euro il fatturato perduto dalle aziende agroalimentari italiane sul mercato mondiale nel 2016. Poi c’è il mercato delle vere frodi, ovvero la contraffazione, ma è più difficile da misurare. Il Censis ha stimato che in Italia nel 2015 l’industria del falso ha fatturato quasi sette miliardi di euro, il 15% di tale valore dovuto al contributo dell’agroalimentare. Un dato molto importante tenendo conto del livello di controlli esistente in Italia nel cibo e nel vino, sistema di accertamento, quello vinicolo in particolare, preso come modello da tanti Paesi del mondo. Esistono anche delle stime sul valore dei traffici internazionali di merci contraffatte, sono valutazioni realizzate da Ocse e da Euipo (l’ufficio dell’Ue per la proprietà intellettuale): per il 2013 tale commercio è stato stimato in 461 miliardi di dollari. Del mercato mondiale delle esportazioni l’Italia, seppur piccola, detiene circa il 3% (fonte Ministero Sviluppo Economico). Mettendo insieme questi dati e adottando per il mercato mondiale la stessa percentuale di frode che l’agroalimentare incontra sul mercato nazionale (valutazione decisamente per difetto, visto il buon livello dei controlli in Italia rispetto al resto del mondo), si può stimare una perdita di esportazioni annua del settore agroalimentare, dovuta solo alla contraffazione, di oltre due miliardi di euro. Insomma il totale delle perdite reali, ovvero quel mercato accessibile che non viene acquisito a causa di contraffazione e pubblicità ingannevole vale ogni anno 22 miliardi di euro. Questo spiega l’ottimismo del ministero delle politiche agricole e il traguardo auspicato per il 2020: ci sono tutti gli elementi perché il bel trend di crescita che l’agroalimentare italiano vive – quest’anno oltre il 5% di incremento – possa continuare, portando a nuovi ambiziosi obiettivi. Certo, raggiungere sessanta miliardi entro due anni è molto ambizioso perché richiede una crescita percentuale a doppia cifra, sensibilmente maggiore di quella attuale, ovvero un impegno produttivo, finanziario e commerciale da parte del nostro comparto agroalimentare molto importante in un lasso di tempo ristretto. Forse basterà soltanto un anno in più!

Vino in cifre

Nel mercato globale del vino l’Italia conserva una posizione di leadership in termini quantitativi, manifestando anno dopo anno un incremento importante in termini di valore. I dati e la loro storia spiegano tale posizionamento. La produzione globale export-vino-italiano-per-paesedi vino del 2016 è stata stimata da Oiv in 26,7 miliardi di litri, mentre i consumi nello stesso anno ammontavano a 24,1 miliardi, con una tendenza alla leggera crescita (vedi Tab. III). In questo contesto l’Italia ha prodotto 5,1 miliardi di litri, ovvero quasi il 20% della produzione del pianeta! I consumi domestici italiani si sono assestati sul valore di 2,25 miliardi di litri, sottolineando la grande vocazione all’export del Paese, visto che il dato Istat di esportazioni del 2016 dichiara 2,08 miliardi di litri per un valore di 5,6 miliardi di euro. Focalizzando per un momento sui consumi interni, giova sottolineare che l’Italia si trova in leggera controtendenza rispetto al resto dei Paesi del vecchio mondo: i consumi si manifestano in leggerissima ascesa, sembrano aver superato il loro minimo. Francia, Germania, Gran Bretagna e Spagna sono ancora in fase di discesa, alla ricerca del loro punto di equilibrio. Guardando ora i dati, pensando ai mercati più interessanti, salta agli occhi la tendenza dei consumi negli Stati Uniti e in Cina, entrambi in crescita, con un consumo pro capite che mostra margini di incremento molto importanti: sono i mercati in cui oggi e in futuro si potrà ancora trovare un buono spazio per le esportazioni (vedi Tab. IV e V). Interessante notare che nel 2016 gli Stati Uniti si sono confermati il mercato più interessante in valore e quantità, ma anche e soprattutto per il valore della bottiglia importata, seguiti dalla Cina; i Paesi europei in classifica, Germania e Gran Bretagna, importano prodotti a valore unitario più basso. Analizzando invece i dati dei Paesi esportatori, la Francia è nettamente leader in valore e la sua supremazia è ancora più ampia se si guarda al valore unitario, dove è seguita dall’Italia a grande distanza. Un gap che nell’ultimo decennio si è ridotto però in modo importante, periodo in cui il nostro Paese ha incrementato le esportazioni di imbottigliato e ridotto lo sfuso.

I numeri dell’Italia del vino

Tornando alla “retorica” iniziale, in Italia il vino è un fenomeno sociale e culturale con radice plurimillenaria. La cosa fantastica è che quella visione contadina antica che suggeriva ai Greci di chiamare la nostra penisola “Enotria”, si è rivelata una previsione strategica sul tipo di sviluppo agricolo che avremmo avuto nei millenni a venire. Il mondo apprezza l’Italia per tanti aspetti, ma nel campo agroalimentare i numeri parlano chiaro, il vino occupa il primo posto tra le famiglie di prodotti che registrano numeri più alti nelle esportazioni (vedi Tab. VI). Una fortuna costruita nella storia, che ha come presagio proprio quel nome, Enotria.classifica-paesi-esportatori-vino

Interessante ora focalizzare sull’evoluzione degli ultimi venti anni, sulla prestazione esportativa vinicola italiana. I numeri che Istat ci mette a disposizione sono straordinari, suddivisi per ogni destinazione mondiale del nostro vino e consentono di analizzare nel tempo il comportamento dell’Italia nei diversi mercati del mondo, alla luce delle informazioni riportate nelle tabelle IV e V (vedi Tab. VII).

Il primo aspetto da sottolineare è il dato d’insieme e la sua evoluzione in venti anni: in valore la crescita dell’export è stata del 215% mentre in volume il dato è cresciuto soltanto del 46%. Tutto questo è evidenziato dalla grande crescita del controvalore del vino per bottiglia, più che raddoppiato, che sta a sottolineare la decisa riduzione delle esportazioni di vino sfuso.

Nella tabella trovate i dati di esportazione verso i primi dodici Paesi nella classifica del 2017. Osservando con attenzione questo articolato elenco si possono evidenziare moltissimi aspetti, ciascuna riga ne suggerisce alcuni. Inexport-agroalimentare-italia-2016tanto l’incremento entusiasmante della penetrazione del mercato americano che è diventato il più importante per noi, raddoppiato in quantità e più che quadruplicato in valore. E poi lo scambio al vertice della classifica, avvenuto già nel 2007: la Germania in quesportazione-vino-italiano-1997-2017esti ultimi venti anni ha dimostrato di essere essenziale per le esportazioni italiane, un mercato stabile in quantità, il più importante, che in valore cresce molto lentamente, esibendo un controvalore per bottiglia pari a soli 1,70 euro nel 2017 mentre gli Stati Uniti sono quasi a 4,20. In questa speciale classifica la maglia nera alla Francia, che per l’Italia rappresenta un mercato con controvalore medio per bottiglia inferiore a 1,60 euro! È nella logica delle cose. In questi venti anni il Regno Unito, sempre alla terza posizione, si è accaparrato una bella parte delle nostre esportazioni, quasi quadruplicandole in valore. Vi lasciamo leggere e commentare i dati relativi a ciascun Paese, a noi corre l’obbligo di citare l’ultimo nella classifica dei primi dodici del 2017, la Cina. Insignificanti i dati del 1997, oggi esportiamo circa centoventi milioni di euro di vino con un incremento in dieci anni del 700% e un valore medio attuale per bottiglia di 3,36 euro. È solo l’inizio della penetrazione italiana del mercato cinese che rappresenterà certamente nel prossimo futuro il canale di sviluppo più importante per il vino italiano. Appuntamento, quindi, ai prossimi successi nonostante il millesimo 2017 per il vino sarà ricordato come il più scarso della storia recente non avendo neanche superato la quota di quattro miliardi di litri. I prezzi cresceranno? I Paesi del nuovo mondo, Australia e Cile su tutti, si accaparreranno altre posizioni di mercato? A inizio 2019 il seguito della storia.

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