Ferraris, dalla passione per il Ruchè a quella per l’Alta Langa

La bella realtà del Monferrato, profondamente legata alla nascita e allo sviluppo della Docg Ruchè, propone la propria visione di Alta Langa

L’incontro con Luca Ferraris, esuberante conduttore e proprietario dell’azienda di famiglia, la Ferraris Agricola, è sempre interessante, non solo per gli assaggi, ma anche per il racconto molto appassionato del vino e del territorio. Il Ruchè di Castagnole Monferrato è una denominazione giovane, riconosciuta Doc solo nel 1987 e Docg nel 2010. Si basa sull’omonimo vitigno di origine italica, parente della croatina piacentina e della malvasia aromatica di Parma, mai considerato interessante tranne che da quel “matto” del parroco di Castagnole, don Giacomo Cauda, che negli anni Sessanta si accorse che quell’uva, nella vigna parrocchiale, aveva qualcosa di eccellentemente diverso, dandole spazio. Quella vigna (nella foto di apertura) è la radice della piccola denominazione, oggi circa 150 ettari e poco più di un milione di bottiglie, ma è anche la carta d’identità di Luca Ferraris che ha raccolto il testimone del parroco, realizzando da quel vigneto un vino che è diventato l’icona della denominazione, portandone tutta l’eredità. È il Vigna del Parroco Ruchè di Castagnole Monferrato Docg. Icona è la parola giusta, tanto che Luca Ferrarsi non riporta sull’etichetta frontale il nome dell’azienda. Sono ben cinque le declinazioni di Ruchè di Castagnole Monferrato Docg aziendali, cinque etichette molto diverse tra loro che esprimono la grande flessibilità di un vitigno rosso semiaromatico (ce ne sono veramente pochissimi) il cui timbro fiorito e speziato è inconfondibile. Abbiamo assaggiato il Vigna del Parroco 2022, esuberante al naso di rosa e peonia, ma anche di glicine, che incontrano un frutto intenso rosso e nero, anche in sciroppo, con tocchi di ginepro,pepe, ardesia, cioccolato al latte e nuance mentolate; bocca vitale, ritmata, avvincente, appena giovane nel tannino ben integrato dall’avvolgenza e dalla succosità.

Ferraris, dalla passione per il Ruchè a quella per l’Alta Langa

Subito dopo la Riserva Castelletto di Montemagno 2021, un Ruchè di Castagnole Monferrato Docg con una struttura più marcata che sta piacendo moltissimo ai consumatori italiani più appassionati. Il frutto è denso e arriva a cenni golosi di marmellata con una speziatura netta e un tocco fiorito inconfondibile in contrasto con il fondente. La bocca è potente e vitale, di stile più scuro, molto speziata, giovane e dal tannino più importante, in contrasto con una delicata nota vanigliata.

Ferraris, dalla passione per il Ruchè a quella per l’Alta Langa

La passione è evidentemente anche il sentimento che pervade l’animo di Luca Ferraris che ha voluto raccogliere un’altra sfida, quella del metodo classico Alta Langa Docg. Una sfida perché la produzione di un Alta Langa è un progetto lungo visto che richiede una sosta sui lieviti di almeno due anni e mezzo e un vino base millesimato, aspetti che richiedono di partire da un vigneto dedicato, ben codificato al momento della scelta della parcella. In sostanza per uscire sul mercato sono necessari almeno sette anni, partendo da zero, come capita per la maggioranza dei nuovi produttori piemontesi. Lo abbiamo assaggiato e seppur giovanissimo abbiamo notato una differenza rispetto alla tendenza imperante di una produzione senza zuccheri aggiunti in fase finale, ovvero non dosata: “Sono un amante del metodo classico e preferisco rifarmi alla tradizione francese cioè di vini particolarmente freschi ma con un adeguato dosaggio di zucchero, nella categoria Brut”, spiega Luca Ferraris che ha chiaro in testa il suo progetto e gli obiettivi, che non coincidono con alcune tendenze o mode attuali.

Ferraris, dalla passione per il Ruchè a quella per l’Alta Langa

E allora il Tenuta Santa Chiara Alta Langa Docg 2020, figlio di pinot nero e chardonnay e di una maturazione sui lieviti di trenta mesi, nonostante la sboccatura recente al momento del nostro assaggio, ha manifestato una espressività nitida giocata su una freschezza primaverile che punta su toni di Limone di Sorrento in scorza e polpa, insieme allo stesso in gelatine e canditi, aggiungendo una declinazione agrumata articolata, dall’arancia al pomelo, sfumata da note aggraziate fiorite e da una mineralità che ricorda salgemma e gesso, con cenni fragranti di pane, pandolce e torta margherita. In bocca la freschezza vivace è ben contrastata dalla buona morbidezza per un insieme coerente che si palesa adatto al consumo a tavola. Noi lo abbiamo assaggiato insieme a un risotto alla bisque di gamberi, con gamberi crudi, stracciatella e zenzero. Non male per una prima annata!