patata turchesa

La patata turchesa: delizia del Parco del Gran Sasso

In In evidenza, Prelibatezze by 280188Leave a Comment

Condividi
  • 1
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    1
    Share

Patata turchesa

Ritrovata la patata turchesa del Parco del Gran Sasso e Monti della Laga

Il Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga con i suoi circa cintocinquantamila ettari è sicuramente uno dei più estesi d’Italia. Protagonisti assoluti di questi luoghi sono i gruppi montuosi degli Appennini. Un territorio plasmato anche dall’agricoltura e dalla pastorizia, praticate con molta difficoltà da uomini e donne su terreni ostici a queste pratiche. Nel tempo la tenacia degli agricoltori e dei pastori, ha fatto diventare questi luoghi un vero giacimento di prodotti tipici, di varietà e diversità in alcuni casi ormai scomparse. È il rischio che ha corso la patata turchesa. Le montagne abruzzesi hanno visto la coltivazione delle patate già dalla fine del Settecento e una delle varietà più diffuse era proprio la patata dalla buccia viola, quella che veniva definita turca o turchesa, per distinguerla da quella simile ma con la buccia rossa. Dalla buccia sottilissima e dalla pasta soda, compatta e con poca acqua, è contraddistinta, oltre dal colore della buccia, dalla particolare e diffusa occhiatura, caratteristica propria delle patate rustiche, antiche e non manipolate geneticamente. Questa coltivazione poteva essere praticata anche ad altitudini elevate, fino ai milleseicento metri di altitudine e questo consentiva per la prima volta agli agricoltori montanari, oltre a soddisfare il fabbisogno personale (un vecchio detto recita: ”La patane è mezze pane“) di disporre di un quantitativo di tuberi tale da poterli commercializzare o renderli merce di scambio per i prodotti di altri coltivatori della vallata. La coltivazione delle patate modificò anche l’assetto urbano, poiché per conservarle, si scavarono gallerie e magazzini sotterranei dove poter ricoverare i tuberi dalle insidie della luce e dell‘umidità dannose alla specie.

Con il passare del tempo però la patata turchesa si è dimostrata poco produttiva, ha una resa per ettaro inferiore di circa il 20% rispetto ad altre varietà, e la sua diffusa occhiatura la rendeva poco appetibile al consumatore. Pian piano fu sostituita con cloni più produttivi e dai canoni estetici migliori, conformi quindi alle richieste del mercato. Nell’anno 2000 la patata dalla buccia viola era ormai quasi definitivamente scomparsa. Un progetto dell’Ente Parco fece sì che si scoprirono trentatré tuberi sopravvissuti nelle mani di un anziano contadino di San Pietro di Isola del Gran Sasso. Pochi altri ne furono poi trovati a San Giorgio di Crognaleto. Da questi partì il vero e proprio progetto di recupero. Prima la moltiplicazione in laboratorio, affinché si potesse ricostruire l’integrità sanitaria, poi la moltiplicazione in campo per poterne quindi valutare le caratteristiche agronomiche e identificare la migliore tecnica di coltivazione.

Una volta conclusa la fase di sperimentazione, che ha comportato anche la moltiplicazione in diversi ambienti pedoclimatici del Parco, se n’è estesa la piantagione in tutta l’area protetta. Nel 2009 si è costituita l’associazione dei produttori della Patata Turchesa del Parco. Uno dei primi coltivatori, denominati custodi della patata vista la difficoltà iniziale a recuperarne il seme, a credere in quest’antica cultivar è stato Massimiliano Rosati: ”Ho iniziato la coltivazione – ci dice Massimiliano – nel 2008 nel paese di Nommisci, con le tecniche identificate dagli studi condotti dall’Ente Parco e tutt’oggi, con le dovute rotazioni, da quegli stessi terreni ricavo ancora il mio raccolto“. Come dicevamo la patata turchesa ha una sottile buccia viola-bluastro con dei riflessi che tendono al metallico; anche un sottile strato di polpa sottostante è viola e ha una profonda e diffusa occhiatura. ”Questa speciale varietà di patata – continua Massimiliano – in tempi antichi era coltivata in queste zone (siamo nel comune di Amatrice) e la conferma l’ho avuta quando, una volta ricavato il primo raccolto, alcuni anziani della zona hanno riconosciuto i tuberi che nel tempo poi sono andati sparendo dai campi coltivati.

patata turchesa

L’associazione produttori della patata turchesa del Parco

L’associazione che abbiamo costituita funge già da primo organo di controllo, poiché all’atto dell’iscrizione fornisce un codice di tracciabilità e poi assegna un numero di sacchetti, dove poter confezionare le patate, in base alla superficie di terreno coltivata e quindi commisurati all’entità del raccolto“. Elementi che aggiunti alle tecniche di coltivazione consigliate e a un’area specifica e identificata sono già un buon viatico per un disciplinare e quindi per il riconoscimento di una denominazione. ”La sua pasta bianca e compatta – riprende Massimiliano – la rende ideale per la preparazione degli gnocchi, perché richiede una minore quantità di farina. Durante gli studi di ricerca condotti dall’Università dell’Aquila, è stato riscontrato un alto potere antiossidante (il colore viola riporta alla concentrazione di antociani contenuti nella buccia dell’uva a bacca rossa) e, a differenza di altre tipologie, questa è ricca in modo naturale di selenio che quindi non viene aggiunto dall’uomo; frutto questo dell’antica varietà mai modificata. A giugno scorso abbiamo avuto modo anche di farla conoscere in Germania, insieme con altri prodotti della conca amatriciana, in occasione dell’Enit di Francoforte“.

Il consiglio è di non bollirle, ma di cuocerle al vapore con tutta la buccia, oppure al forno, fritte o, per chi ne avesse la possibilità, farle cuocere lentamente così come sono sotto la brace di un camino. Questi sono sicuramente i modi migliori per apprezzarne a pieno le caratteristiche organolettiche e per conservare integralmente tutti gli elementi utili alla salute del nostro organismo. La patata turchesa come tutte le patate, deve essere conservata al buio e in ambienti asciutti. Come il resto delle solanacee quando presentano una colorazione tendente al verde, è preferibile non mangiarle poiché questo è indice di maggiore concentrazione di solanina, un alcaloide glicosidico che può rivelarsi tossico per l’uomo.

di Fabio De Raffaele

About the Author
silvio torterolo

280188


Condividi
  • 1
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
  •  
    1
    Share

Iscriviti alla newsletter di Cucina & Vini !

Leave a Comment

Time limit is exhausted. Please reload CAPTCHA.