Scacciadiavoli e il metodo classico, storia e futuro
Scacciadiavoli è immersa nelle colline umbre, tra Foligno e Todi. Parliamo con Liù Pambuffetti dei loro spumanti dal debutto ai nuovi progetti
Dal 2000 la tenuta Scacciadiavoli è stata interamente ristrutturata conservando gli elementi architettonici originali, essendo al tempo stesso profondamente rinnovata dal punto di vista tecnologico, oltre a essere ammodernata nelle attrezzature. Il ricorso alla viticoltura di precisione le consente di applicare una gestione specifica nel vigneto, migliorando il processo decisionale sulle scelte agronomiche da compiere. L’azienda riesce quindi a ottimizzare le risorse a disposizione, a limitare gli input chimici ed energetici, riducendo l’impatto ambientale e incrementando qualità e sostenibilità dell’attività vitivinicola. La ricerca dell’eccellenza nelle tecniche colturali e nella produzione, obiettivi principali della filosofia Scacciadiavoli, viene soddisfatta, sotto la guida costante ed esperta dei fratelli Amilcare, Carlo e Francesco Pambuffetti, da Liù (figlia di Amilcare) e Iacopo (figlio di Francesco), con la consulenza di Stefano Chioccioli enologo e agronomo di fama internazionale.

Una visita in cantina ci ha permesso di assaggiare degli ottimi Metodo Classico portandoci a pensare di volerne saperne di più. Così abbiamo fatto qualche domanda a Liù Pambuffetti, a partire dalla nascita dell’idea e del prodotto.“Abbiamo avuto l’idea di produrre Metodo Classico da uve sagrantino nel 2005, quasi venti anni fa. Siamo stati i primi e da quello che so ancora gli unici a usare sagrantino per questo tipo di vino. Il progetto è partito da noi, da un’intuizione di mio padre che immaginava dopo il grande boom del Prosecco, l’aumento della richiesta dei Metodo Classico italiani da uve autoctone. Questo è successo come lui aveva previsto. Il rosé in particolare, solo da uve sagrantino, ha avuto molto successo e il progetto è rimasto lo stesso. Invece riguardo al Brut bianco negli ultimi tiraggi, disponibili sul mercato dal prossimo anno, abbiamo eliminato lo chardonnay per introdurre il vitigno autoctono trebbiano spoletino. Il nuovo blend sarà quindi 50% sagrantino vinificato in bianco e 50% trebbiano spoletino. Abbiamo introdotto anche uno spumante solo da uve trebbiano spoletino che sarà Doc”.

Entriamo poi nei dettagli, viso che il Brut rimane sui lieviti per almeno trentasei mesi, il Rosé almeno ventiquattro, con una breve permanenza sule bucce. “Dopo diversi esperimenti – riprende -abbiamo visto che il Rosè si esprime almeno dopo due anni, mentre il Brut ha bisogno di più tempo e quindi almeno tre. Siamo partiti da duemila bottiglie e ora l’ultimo tiraggio era di 65.000 bottiglie divise tra le due tipologie. Quindi per noi il progetto è diventato molto rilevante. Questi numeri includono anche la nuoca versione del Brut, senza chardonnay”. L’ampliamento deriverà invece dallo Spoleto Doc Spumante da trebbiano spoletino. I numeri in gioco non sono affatto trascurabili, specialmente per un’azienda che produce spumante in Umbria. Il peso delle bollicine rispetto a tutta la produzione aziendale è un dato che chiediamo: ““Gli spumanti costituiscono al momento un quarto della produzione”.
L’aspettativa è grande nei confronti dei due nuovi Metodo Classico che immaginiamo saranno interessanti visto il team che li realizza e la loro decisa passione per le bollicine.