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Pink Groove: waiting for Bererosa 2014…

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Verso Bererosa: il mercato del vino rosato

Nella prima metà degli anni Novanta si diceva che andassero di più i bianchi, poi è cominciato il periodo del “delirio rosso”, quando quello importante, fino al vino superstrutturato, tipo “mangia e bevi”, nelle interviste al pubblico registrava la maggior parte delle preferenze, specialmente quelle del mondo femminile. Insomma, al di là dei dati globali di mercato che registrano lievi cambiamenti ogni anno a favore di una o l’altra “specie”, a livello di indice di gradimento nei consumi di vini di qualità abbiamo sempre assistito a questa altalena. Mai che si parlasse di vino rosato. A inizio anni Duemila, nel gioco delle preferenze si è inserito il vino spumante perché le bollicine stavano realmente trovando un favore importante presso i consumatori. Mai però che si parlasse di rosati. Il successo delle bollicine forse ha fatto bene anche al vino in rosa perché lo spumante rosé è piaciuto creando una vera e propria moda, un solco in cui il mondo del bere rosa dei vini fermi ha portato le proprie tradizioni e la propria cultura.

Proprio per soddisfare questa curiosità diffusa sui rosati, su un modo di bere conosciuto da sempre solo nel luoghi di produzione, nasce la nostra manifestazione estiva Bererosa: alla seconda edizione dello scorso 27 giugno ha registrato un successo che ha dato ragione alle nostre previsioni, superando anche le aspettative. “È una vetrina eccellente per i territori dei rosati – afferma Lucia Letrari dell’omonima azienda trentina -; i vini fermi con una forte identità hanno certamente ottenuto grande giovamento dal bagno di folla di Bererosa. Per chi fa vino fermo in rosa senza forti tradizioni territoriali alle spalle si fa fatica sia sul mercato che nelle manifestazioni. Noi infatti abbiamo interrotto la produzione di rosato fermo da uve lagrein mentre abbiamo due Trentodoc rosé che in Italia vanno benissimo; infatti a Bererosa eravamo nello spazio comune dedicato al Trentodoc, insieme agli altri produttori della denominazione, e la postazione è sempre stata assediata dal pubblico”.

Da un lato c’è fame di conoscenza di vini rosati e quindi qualche chance di incremento di consumi interni in un momento in cui il vino nel suo insieme registra decrementi continui nei Paesi tradizionalmente produttori, a causa della crisi economica; sono molti anni che il rosato è in controtendenza a livello globale e lo spazio Bererosa asseconda anche questa tendenza di mercato. “La verità – afferma Tilli Rizzo di Fratelli Berlucchi – è che, seppur utilissima per il suo successo, Bererosa è una goccia nel mare, perché non si fa quasi nulla in Italia per i rosati. Noi facciamo il nostro Franciacorta rosé praticamente da sempre, dal 1977, e negli ultimi cinque anni abbiamo continuamente incrementato la produzione (oggi a venticinquemila bottiglie, ndr) per rispondere alla domanda e lo vendiamo anche all’estero; nonostante tutto il vino in rosa resta un prodotto di nicchia anche legato alle mode, misconosciuto e in balia di luoghi comuni, insomma un vino che necessita di essere raccontato e di eventi per svilupparsi veramente”.

Da una parte esiste quindi un problema culturale, specialmente fuori delle zone di produzione, mentre dall’altra la generale situazione del commercio interno sollecita giocoforza tutti i produttori ad andare all’estero a proporre i propri vini, trovando, nel caso dei rosati una situazione unica di mercato, teoricamente piuttosto favorevole, visti i numeri che per comodità riportiamo: l’Italia consuma grossomodo un quarto di quanto produce (5,5 milioni di ettolitri di rosato nel 2010), mentre la Francia per esempio ne beve 7,6 milioni producendone 6,6 e nel mondo si arriva a 22,4 milioni. Insomma il nostro Paese è il più importante esportatore di vino rosato. Sembra un mestiere facile vendere rosati all’estero.

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Tradizione, cultura, territorio o marchio?

Non sono un pentito, uno che rinnega i nomi delle meravigliose denominazioni italiane: sono carichi, di storia, culture, significati, ma sono facilmente comprensibili e individuabili, talvolta con “qualche” difficoltà, solo da noi italiani che consumiamo sempre meno. Senza stravolgere i nomi delle nostre Doc forse qualche riflessione in più dovremmo farla: “In America la richiesta di rosati è veramente importante – afferma Antonio Chiavaroli, direttore dell’importante realtà abruzzese Marramiero -; la verità è che quando ci presentiamo col nostro bellissimo nome, Cerasuolo d’Abruzzo, il consumatore americano non capisce che si tratta di un rosato e prima di lui il compratore”. Facile la conclusione di queste argomentazioni, sarebbe stato sufficiente chiamare il vino Abruzzo Rosé Cerasuolo, per esempio. “La nostra azienda – riprende Chiavaroli – negli ultimi anni ha potuto assorbire la crisi del mercato interno perché il grande impegno profuso nello sviluppare l’export ha dato eccellenti risultati”. Ovvero il vino di qualità si riesce a esportare nonostante la grande concorrenza mentre laddove ce ne dovrebbe essere meno, nel campo dei rosati, si fatica di più.

Si potrebbe affrontare il tema della comprensibilità della provenienza del vino inserendo il nome della regione in testa a quello della denominazione ed è quello che hanno fatto in Sicilia recentemente quando hanno modificato il disciplinare di tre denominazioni: le Doc prevedono ora di poter porre in etichetta Sicilia Contessa Entellina, Sicilia Eloro e Sicilia Noto. Pochi sanno in Italia dove sia il territorio Contessa Entellina, un suggestivo comune in provincia di Palermo, figuriamoci all’estero, ma quella terra paradisiaca che è la Sicilia, scrigno paesaggistico, artistico e culturale mondiale, la conoscono tutti.

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L’altro aspetto critico sono i nostri nomi tradizionali che dobbiamo certamente conservare ma che all’estero necessitano di essere meglio leggibili, specialmente nel nuovo mondo dove la legislazione vinicola è meno articolata, le tradizioni meno radicate,… insomma luoghi e mercati dove la capacità di poter capire è concentrata in pochissimi appassionati. “All’estero è difficile che possano comprendere le nostre denominazioni – afferma Angelo Peretti, direttore del Consorzio del Bardolino -. È un problema di comunicazione perché i numeri in gioco sono piuttosto bassi. Il nostro Chiaretto rappresenta la denominazione italiana in rosa più importante in numeri (undici milioni di bottiglie), ma è piccolissima rispetto alla Provenza che presenta le sue tante denominazioni sotto il cappello comune ‘Provenza’ e raggiunge il mondo intero con i suoi duecento milioni di bottiglie”.

La ricetta che Angelo prospetta va oltre il problema del nome delle denominazioni “perché è un problema di comunicazione e di promozione – riprende -. La Spagna per esempio ha cominciato a promuovere i suoi rosati sotto un cappello comune ed è stato boom di vendite. Noi dovremmo mettere le tre zone più importanti, Salento, Abruzzo e Garda che insieme raggiungono i trenta milioni di bottiglie, promuovendole come rosati italiani. Sono tutti vini buonissimi e profondamente diversi che potranno avere più vantaggi che svantaggi da una comunicazione del genere: saranno i compratori e i consumatori stranieri a scegliere il proprio preferito”.

Non possiamo non approfittare di Peretti per parlare di promozione e consumi interni e l’informazione che otteniamo ci rincuora: “Il Bardolino Chiaretto è sempre stato imbottigliato nella quasi totalità della quantità in funzione del consumo nei mesi caldi, da fine primavera a inizio autunno, mentre lo scorso anno si è protratto sino a fine autunno per soddisfare le richieste importanti d’inizio inverno”. L’evoluzione dei nativi dei territori del rosato sta portando quindi alla destagionalizzazione del prodotto mentre fuori delle zone vocate la curiosità è molta ma i consumatori sono decisamente in ritardo: “eventi lontani da queste zone – conclude Angelo Peretti -, dedicati in modo trasversale ai rosé, come Bererosa a Roma, sono un percorso necessario per la promozione del consumo dei rosati di qualità”.
Insomma l’unica strada efficace sembra essere quella degli eventi: arrivederci a Bererosa 2014.

di Francesco D’Agostino

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Redazione Cucina e Vini


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