Roma Doc con la presidente Rosella Macchia

Intervista sulla Doc nata nel 2011. Analisi dei cambiamenti in ottica qualità, nel rispetto delle tradizioni ma con la voglia di innovare

Una presidente donna e giovane, per una Doc che porta un nome molto importante. Parliamo di Rosserra Macchia che da luglio scorso è la presidente del Consorzio Roma Doc. Eccola in una intervista che racconta del lavoro di questo ultimo anno, caratterizzato da grandi traguardi ma anche da un carico di responsabilità piuttosto pesante.

Roma Doc con la presidente Rosella Macchia

La Presidente e il vino

“Posso dire di essermelo cercato. Intanto perché sono donna e credo che l’universo femminile debba avere un ruolo nel mondo del vino”, afferma decisa la Presidente Macchia, a cui non possiamo dare torto perché sono ancora pochissime le donne al comando in confronto agli uomini. “Vivo il vino da quando ero piccola grazie a mia nonna – riprende – e l’ho sempre visto come qualcosa di bello e appassionante, e da venti anni sono coinvolta nell’azienda”. Ricordiamo che Rossella Macchia oggi è la responsabile marketing e comunicazione di Poggio le Volpi, importante realtà di Monte Porzio Catone, meravigliosa città del vino alle porte di Roma. “E poi lavorando con Felice Mergè (fondatore con il padre dell’azienda, ndr), entrando sempre di più nel cuore della realtà delle denominazioni di territorio, il vino ha preso un significato ancora più profondo. Ci credi sempre di più perché senti un forte senso di appartenenza. – racconta la Presidente – Mi sono legata particolarmente alla denominazione di Roma Doc, che è la più giovane. Forse è un po’ la sindrome della ‘piccola di famiglia’, quella che ha bisogno di più attenzione, di essere curata e seguita per crescere forte, sana e bella”. Alla grinta si aggiunge quindi un fervore appassionato che spinge a volersi mettere in discussione per ciò che si ama e si vuole sviluppare.

Roma Doc con la presidente Rosella Macchia


Roma Doc: valorizzazione, tutela e promozione

“La percezione della denominazione sta cambiando e in meno di un anno posso dire che ci sono anche riscontri concreti – spiega la presidente -. Cresce il numero dei consumatori che conoscono e apprezzano il vino Roma Doc. Ma ci sono ancora tante cose da fare. Il compito del Consorzio si riassume in tre parole: valorizzazione, tutela e promozione. La promozione e la tutela non riguardano solo i produttori, ma in senso più ampio il territorio, la città di Roma e tutta la regione Lazio”. La rete è alla base di tutte le storie di successo delle più importanti denominazioni italiane, lavorare di concerto condividendo strategie e obiettivi è essenziale ed è un aspetto politico, ma è dal calice che parte sempre l’affermazione. “Prima di tutto vogliamo concentrarci sulla qualità e non sulla quantità – continua la Presindente – per esempio, da poco è andato in Gazzetta ufficiale il cambiamento del disciplinare, con il passaggio da 3.000 a 4.000 ceppi per ettaro per i nuovi impianti per puntare maggiormente sulla qualità.  E poi, sempre in questa ottica  abbiamo introdotto anche la possibilità di produrre un Bianco Riserva, una novità che voi di Berebianco credo apprezziate molto. Mentre per il Rosso Riserva abbiamo codificato l’utilizzo del legno che ora è previsto”. Infatti il nuovo disciplinare, nella produzione del Rosso Riserva, obbliga a una maturazione in legno di almeno nove mesi in recipienti di dimensione superiore a 499 litri, spingendo quindi l’uso del tonneau da 500 litri, più vicino alla tradizione dei legni più piccoli.

Dal disciplinare, nuove disposizioni anche per Roma Spumante

“Un altro aspetto sostanziale riguarda la tipologia Roma Spumante che non si chiama più obbligatoriamente Romanella, tipologia che ora è diventata menzione facoltativa”. Per chi è di Roma e dintorni questo passaggio, seppur riguardi solo una dicitura sulla bottiglia, è sostanziale; nello slang romanesco la parola romanella è utilizzata anche per indicare qualcosa di realizzato in modo approssimativo, in qualunque campo, nonostante abbia una radice legata alla tradizione vitivinicola. La verità è che quella tradizione antica e nobile, a partire dal secondo dopoguerra e in particolare con gli anni Settanta del secolo scorso, aveva preso una deriva rustica e per questo la parola ha iniziato a essere mutuata da altri settori per indicare qualcosa realizzato in modo impreciso.

Roma Doc con la presidente Rosella Macchia

La nuova bottiglia consortile e i tanti progetti per il futuro

Tante regole sono cambiate, quindi, ma la Presidente sembra avere in animo di portarne delle altre. “Stiamo lavorando su altri cambiamenti importanti, ma è prematuro parlarne, dobbiamo prima arrivare a una sintesi condivisa. Una novità che posso rivelare è l’imminente nascita della bottiglia consortile. Un’etichetta comune per il Consorzio Roma Doc. Questa bottiglia rappresenterà il Consorzio in modo uniforme. Non sarà un’etichetta di un singolo produttore, ma un’etichetta che unisce tutti i produttori sotto lo stesso nome”, afferma decisa. Altri consorzi in Italia hanno fatto questo scelta che in prima battuta potrebbe sembrare non avere particolari ricadute. “Credo che, al contrario, potrebbe avere un forte impatto dal punto di vista del marketing – spiega Rossella Macchia -. Una bottiglia consortile potrebbe diventare un simbolo di coesione tra i produttori e di qualità per il consumatore. Pensiamo, per esempio, a un evento istituzionale: avere una bottiglia consortile permette di presentarsi come una comunità coesa e forte. È un messaggio chiaro che trasmette l’idea di unità e qualità”. Dopo una breve pausa aggiunge: “Una bottiglia dotata di un etichetta condivisa, che magari ogni anno porti delle piccole variazioni su un’idea generale fissa per mantenere fresco e interessante il messaggio, diventa un’opportunità per rafforzare l’immagine di Roma Doc”. Non si nasconde Rossella Macchia, proiettata per esperienza verso la comunicazione, sa che non basta creare qualità, si deve anche trasmettere al consumatore molto bene: “La comunicazione è fondamentale. Se facciamo un buon lavoro comunicativo, riusciamo a far percepire Roma Doc non solo come una denominazione di qualità, ma anche come una realtà che rappresenta un territorio con una lunga tradizione e una grande capacità di innovare”.