San Leonardo e il suo Carmenère
San Leonardo, iconica cantina del basso Trentino, produce il Carmenère dal 2007, arrivato in azienda nel periodo tra le due guerre
Antico vitigno bordolese, quasi scomparso per a fillossera, al suo arrivo a San Leonardo il carmenère fu confuso con il cabernet franc. Un errore che fu fatto in diverse aree dell’Italia. A San Leonardo furono nel 1989 Attilio Scienza, ordinario di viticoltura all’università di Milano, e l’indimenticabile Giacomo Tachis, enologo dell’azienda, a risolvere l’equivoco ampelografico.
Quell’uva aveva un peso importante nella cifra stilistica aziendale, espressa in modo estremamente identitario nel vino più importante, il San Leonardo, con la sua eleganza gustativa e i suoi riflessi speziati e intrigantemente vegetali. Quell’uva, una volta riconosciuta, fu protetta e sviluppata, grazie a un progetto di selezione massale nel vigneto aziendale, per preservarne il patrimonio genetico.

La nascita del vino
Siamo al 2007, quando Anselmo Guerrieri Gonzaga (nella foto di apertura), conduttore dell’azienda, decide di produrre il Carmenère in assolo, imbottigliando 1.724 magnum a ricordare l’anno in cui allignano le radici della tradizione vitivinicola dei Guerrieri Gonzaga.

Oggi il Carmenère è figlio di un vigneto di cinque ettari, da cui si producono cinque-seimila bottiglie da tre quarti solo nelle annate migliori. Siamo su terreni sabbiosi in cui la potatura delle viti è stata riportata nel 2015 a pergola trentina doppia, sistema che limita naturalmente la produttività e protegge i grappoli.
La vinificazione avviene in vasche di cemento da cinquanta e ottanta ettolitri, con fermentazione spontanea. La maturazione del vino avviene per il 70% in barrique di rovere francese, di primo, secondo e terzo passaggio, il resto in tonneaux. Dopo l’imbottigliamento affina due anni prima della commercializzazione.
La degustazione
Segue il racconto di due annate. Nel calice è un vino che predilige l’eleganza, in cui la vinificazione, per nulla invasiva, lascia emergere in modo deciso le differenze di annata, un aspetto che rende questo calice particolarmente interessante. Questa identitarietà marcata viene sottolineata dai diversi parametri chimici nel vino in funzione dell’annata, che nel nostro caso partano a una differenza in gradazione alcolica sostanziale. Più vigoroso il 2018, più gentile il 2020.

Carmenère 2018
Vigneti delle Dolomiti Igt
13% vol
Rubino impenetrabile e luminoso con nuance ancora violacee, è gentile e avvenente di gelso nero, mora e visciola, espressi anche in nettare, con soffi di liquirizia su una trama balsamica soave di menta, mentre emerge la frutta secca con netti riconoscimenti di gherigli di noce. Ecco ciliegia e amarena sotto spirito che poggiano su una tessitura pepata nera garbata, percorsa da respiri di inchiostro, china e rabarbaro insieme a nuance di sottobosco e spezie che danno profondità e raffinatezza. In bocca c’è grande bilanciamento in un insieme di media energia, dotato di un tannino ben integrato, che nel finale mostra leggermente la sua energia, mentre una nota salina dà verve in un insieme di buona compattezza. Frutto e inchiostro comandano, poi focalizza su note scure, tra grafite, liquirizia e pepe, con una speziatura che ora comanda.
Carmenère 2020
Vigneti delle Dolomiti Igt
12% vol
Rubino con riflessi violacei, appena versato porge intenso il frutto di ciliegia, visciola, mora e mirtillo che passano la mano in favore di un’articolazione che declina cipria, sentori di rovo e lentisco, con soffi salmastri e una carica balsamica di pino che sposa un cenno fumé e tostature scure. Ecco la speziatura di pepe, bianco e nero, insieme a respiri fioriti appassiti di rosa e viola, a note prugna disidratata in contrasto felice con un tratto scuro di grafite e ardesia, mentre emerge il peperone verde. Bocca succosa e bilanciata, gentile all’ingresso, con un tannino ancora un po’ vibrante nell’insieme di struttura media e di sviluppo scorrevole. Il retrolfatto riprende il naso ma con una note vegetale di peperone verde che affascina.