Viaggio tra i piatti del Free Beach Village

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Ma che bella sorpresa! Un villaggio dove si mangia bene

La struttura sarda sembra smentire tutti i luoghi comuni sulla ristorazione nei villaggi

Diciamocelo francamente, chi lavora nel mondo dell’enogastronomia finisce con lo sviluppare un minimo di razzismo. Dovunque vai, quando arriva il momento di metterti a tavola o di degustare un vino, drizzi le antenne, diventi critico, noti tutto. È un riflesso pavloviano, non puoi combatterlo.

E così capita che scegli per la tua vacanza un meraviglioso villaggio sulla costa sudorientale della Sardegna, zona Costa Rey. Arrivi e, dopo aver constatato che la stanza è più che confortevole e che offre una vista mozzafiato su un mare da brividi, decidi di scendere in spiaggia. Bianca, con un sabbia finissima che ti massaggia i piedi… una delizia. Ti avvicini esitante al bagnasciuga, quasi temendo una qualche delusione. E invece un tuffo al cuore: un mare tra i più belli mai visti (e sì che io sono di origine sarda e quindi me ne intendo). Cristallino, trasparente e nemmeno freddo. Dal tuffo al cuore a quello in acqua il passo è breve e ricco di soddisfazioni per il corpo e per l’anima. Nuotare in un mare così più che un piacere è un privilegio.

 

Ma ora rimane l’ultimo scoglio: il pranzo.

Insomma, la ristorazione nei villaggi turistici non gode di fama straordinaria, anzi. Mi avvicino al ristorante e devo ammettere che, almeno a livello visivo, è bellissimo. Vista da standing ovation, legno bianco, mise en place all’altezza della situazione. Mi accoglie un maitre dall’aria competente e professionale, gentile al punto giusto. Guida me e i miei ospiti verso un tavolo e ci illustra il menu con precisione, fornendo i giusti consigli.

 

Quaranta minuti dopo sono un uomo soddisfatto. Tutti i miei dubbi, tutti i miei preconcetti spazzati via da un pranzo assolutamente all’altezza del paesaggio. Ottima materie prime, piatti ben elaborati e presentati con maestria. Persino il vino, un Bianco Isola dei Nuraghi, fa la sua bella figura.

Decido di presentarmi, dico di cosa mi occupo. I due maitre, Paolo Tangianu e Silvio Spanu, rispondono alle mie domande con cortesia e precisione. Lavorano da anni per la Gestitour e basta vederli muoversi tra i tavoli per capire di avere a che fare con due autentici professionisti. E alla fine del pasto, quando anche l’ultimo ospite ha lasciato la sala, mi presentano l’Executive Chef. Giovane, aria sveglia e pulita. Si chiama Daniele Mussinu e accetta volentieri di rispondere ad alcune domande.

D: Come sei arrivato al Free Beach?

R: È una storia lunga. Giovanissimo mi sono trasferito in continente, come noi Sardi chiamiamo il resto dell’Italia. Più precisamente a Camogli, dove ho frequentato una scuola di attività marinare. Ho cominciato dalla gavetta, facendo il cameriere.

A 15 anni ho iniziato a lavorare sulle navi da crociera, un’esperienza decisamente formativa che mi ha insegnato mille cose. Da lì una scalata gerarchica, se così vogliamo definirla, che nel ’96 mi ha portato a lavorare a terra, sempre nel mondo della ristorazione. Per anni ho perfezionato il mio stile ai fornelli e quando nel 2006 la Gestitour mi ha offerto il posto di Executive Chef al Free Beach ero pronto ad affrontare l’avventura. Talmente pronto da chiedere carta bianca: volevo fare di questo posto un luogo che fosse in grado di soddisfare anche i palati più attenti.

D: Direi che ci sei riuscito in pieno. Ma tu sei consapevole del fatto che, nell’immaginario collettivo, la ristorazione da villaggio turistico non gode di buona fama?

R: Indubbiamente è una ristorazione che paga lo scotto di alcuni dati inconfutabili. Intanto si tratta di una ristorazione orientata obbligatoriamente sui grandi numeri e, come ben sai, raramente in questo caso quantità fa rima con qualità. E poi nei villaggi, come anche nelle crociere, la regola fondamentale è quella di far sì che il cliente abbia sempre la possibilità di riempirsi la pancia, il come e con che diventa di secondaria importanza. Qui siamo riusciti a coniugare le due cose. Il cibo non manca ma la scelta della materia prima e la cura nei piatti fa sì che si riesca a soddisfare tutte le esigenze. Non è stato facile e si è trattato di un processo piuttosto complesso la cui attuazione è stata resa possibile soprattutto dalla disponibilità della direzione nel seguirmi in un percorso che poteva sembrare rischioso. Insomma, proporre qualità ha un costo elevato.

D: Ma è elevata anche la soddisfazione del pubblico, direi.

R: I nostri ospiti apprezzano quello che riusciamo a proporre quotidianamente e capiscono la differenza. Magari non immaginano tutto il lavoro che c’è dietro. Qui al Free Beach abbiamo 3 ristoranti e, dalla colazione alla cena, serviamo migliaia di pasti. Riuscire a mantenere uno standard qualitativo alto richiede un impegno costante. Una brigata di cucina composta da quasi 50 elementi, un numero adeguato di camerieri, turni serrati. Ma alla fine il risultato soddisfa tutti: gli ospiti e noi ancor più di loro.

Di Stefano Carboni

 

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