Allarme spreco. Ogni ora buttiamo 3 grammi di cibo

In Italia, ogni anno vengono sprecate oltre 5 milioni di tonnellate di cibo, un fenomeno che inizia proprio nelle nostre case

L’Italia sta facendo passi avanti nella lotta allo spreco alimentare: oggi ciascun cittadino getta via in media poco più di 550 grammi di cibo a settimana, circa 3 grammi all’ora. È un segnale incoraggiante rispetto al recente passato (-10,3% rispetto ad un anno fa), ma ancora insufficiente. Se guardiamo all’intera filiera, le perdite e gli sprechi superano i 13 miliardi e mezzo di euro, equivalenti a oltre 5 milioni di tonnellate di cibo. Numeri ancora troppo alti, soprattutto se pensiamo al Target 12.3 dell’Agenda Onu 2030, che chiede di scendere sotto i 370 grammi a testa ogni settimana.

Giuseppino Santoianni, Presidente di AIC Nazionale

Il cambiamento parte dalle scelte del consumatore

Così Giuseppino Santoianni, Presidente di AIC Nazionale, commentando i dati del Rapporto “Il caso Italia 2026” dell’Osservatorio Waste Watcher International, diffuso in occasione della 13ª Giornata Nazionale di Prevenzione dello Spreco Alimentare. «Di questi 13 miliardi – prosegue Santoianni – oltre 7,3 miliardi derivano dagli sprechi domestici, quasi 4 miliardi dalla distribuzione, più di 862 milioni dall’industria e oltre un miliardo dalle eccedenze nei campi, causate da fattori climatici o dinamiche di mercato. È evidente che il problema riguarda più livelli del sistema alimentare, ma il cambiamento parte dalle scelte quotidiane dei consumatori, soprattutto nei grandi agglomerati urbani, dove il rapporto con chi produce il cibo è più distante. Filiere lunghe e scarsa consapevolezza fanno perdere la percezione del valore reale del cibo. E lo spreco è l’indicatore più evidente di questa perdita di valore».

Costi ambientali e sociali che restano invisibili

Santoianni spiega che i sistemi alimentari comprendono molto più di ciò che troviamo nel piatto. Quando acquistiamo frutta, verdura o altri alimenti, il prezzo non riflette la complessa rete di connessioni che li rende possibili: benessere animale, lavoro agricolo, biodiversità, tutela dei corsi d’acqua e del suolo. Sono costi ambientali e sociali che restano invisibili, ma che paghiamo comunque, anche come cittadini, sotto forma di imposte. Il monito che lancia il Presidente di AIC Nazionale è quello di iniziare a contabilizzare il cibo in modo diverso, includendo nel prezzo anche il suo costo sociale e ambientale, e investire in una vera educazione agro-alimentare. “Solo così possiamo restituire il giusto valore al cibo e aiutare i cittadini, con numeri chiari ed esperienze di filiera corta, a compiere scelte più consapevoli». Conclude Santoianni.

Amarone Opera Prima 2026

Amarone Opera Prima rivela un'evoluzione verso vini più secchi, speziati e gastronomici; l’annata 2021 privilegia equilibrio e freschezza

Secchi, speziati, gastronomici. Se dovessimo riassumere in sole tre parole com’erano i campioni di Amarone della Valpolicella assaggiati a Amarone Opera Prima, queste renderebbero bene l’idea. Ma andiamo con ordine.

Tanti vini, da un solo vitigno

Nel panorama enologico italiano, la denominazione Valpolicella rappresenta un caso abbastanza unico: con un pugno di vitigni autoctoni si possono fare vini freschi immediati e fruttati, vini corposi, vini importanti da lungo invecchiamento, vini dolci setosi e raffinati. Tutti, volendo dallo stesso vigneto, basta modulare opportunamente i tempi di raccolta e il processo di vinificazione, con o senza appassimento. Questa versatilità dei vigneti, unita alla flessibilità delle percentuali di corvina, corvinone, rondinella (e altre uve locali minori) che possono intervenire nel blend di un vino, è ciò che nel tempo ha contraddistinto quest’area. Punti di forza che oggi si confrontano con le sfide e i problemi di un cambiamento climatico che si sta verificando a un ritmo e con una intensità inaspettati, con risultati che si riflettono anche nel bicchiere.

Amarone, affinamenti prolungati e cambio di stile

Ed è questo che abbiamo constatato in occasione di Amarone Opera Prima 2026, tradizionale presentazione ufficiale dell’ultima annata in commercio (la 2021) dell’Amarone della Valpolicella, quest’anno tenutasi nelle Gallerie Mercatali in zona Fiera, invece che nel consueto centralissimo Palazzo della Gran Guardia di Verona. Poco meno di settanta le aziende presenti e altrettanti i campioni in degustazione per la stampa specializzata, ma non serviva assaggiarli tutti per rendersi conto che nella denominazione si stanno verificando dei cambiamenti importanti. Dei 68 campioni in assaggio, meno di una ventina è già in commercio, tutti gli altri sono ancora in affinamento. Segno che i produttori hanno finalmente capito che per valorizzare di più l’Amarone. anche da un punto di vista commerciale, è necessario dargli il tempo di cui necessita.

La rivincita degli amaroni secchi perfetti con arrosti e carni alla griglia

Tornando ai vini assaggiati, se ad alcuni possono bastare pochi mesi in più (alcuni vini saranno in commercio già nella primavera di quest’anno), ad altri – la maggioranza in verità – servono anche tre o quattro anni in più. A questa enfasi su un invecchiamento prolungato si accompagna un’altra interessante tendenza: la scomparsa degli Amarone palestrati e “piacioni”. Finalmente, dopo anni di residui zuccherini fuori scala perfino per vini che si dichiaravano solo un po’ più “morbidi” o “accattivanti”, in quest’anteprima abbiamo assaggiato Amarone della Valpolicella semplicemente secchi. Complessi (ma non muscolosi come un tempo), giustamente “seri”, e con un tenore alcolico giocoforza importante nel gusto, ma in genere ben integrato e non prevaricante. Quel tipo di vini, insomma, che ti mette fame di un pezzo di arrosto o carne alla griglia, perché sono stati fatti per accompagnare il cibo, e non per fare i fenomeni in perfetta solitudine fuori dalla tavola.

Dalla ciliegia sotto spirito al bouquet di spezie

Il terzo shift notato è di carattere più organolettico. Per anni l’Amarone della Valpolicella ha avuto nella ciliegia sotto spirito uno dei suoi tratti più distintivi. Solo col tempo questa ciliegia si ricopriva di cioccolato fondente con una sfumatura di spezie. Questa, almeno, era la prima sensazione che si provava assaggiando un Amarone della Valpolicella. Negli assaggi fatti quest’anno questa ciliegia si avverte meno spesso di un tempo: ora in primo piano ci sono le spezie, seguite da note articolate di frutti rossi, sentori balsamici e perfino ematici. Un cambio di stile? A volte sì. Ci sono produttori che per ragioni di mercato stanno sperimentando tagli con percentuali di corvinone più elevate rispetto a pochi anni fa. Altre volte è il cambiamento climatico che impone ai produttori di fare certe scelte: il corvinone è più rustico e robusto della corvina. Così in alcune annate si aumenta la sua presenza per aumentare struttura, colore e componente polifenolica del vino finale. E il contributo del corvinone alle caratteristiche olfattive e gustative dell’Amarone sono proprio le spezie, presenti anche nelle fasi iniziali della vita di questo prodotto, e non solo nel lungo periodo.

Gli assaggi

Ciò premesso, quali Amarone della Valpolicella 2021 vale la pena acquistare? Dei molti che ci sono piaciuti, tra i pochi già in commercio consigliamo i seguenti, che coprono le tre grandi aree della denominazione: Valpolicella Classica, Valpantena, Valpolicella Orientale.

Acinatico Amarone della Valpolicella Docg 2021
Accordini Stefano
Un Amarone dal taglio “classico”: fine, fruttato, con una buona amarena sotto spirito, con profumi di fiori secchi, dattero, frutta secca, e un bell’ equilibrio tannico-alcolico che lo rende molto bevibile.

Amarone della Valpolicella Docg 2021
Torre del Falasco
L’approccio al naso è molto gentile, con sentori floreali di fiori secchi in pot-pourri, accompagnati da dattero, prugna disidratata, frutta secca. In bocca è più scuro e severo, ma resta ben equilibrato e dotato di buona beva.

Santico Amarone della Valpolicella Docg 2021
Santi
I profumi floreali-fruttati che si combinano tra naso e bocca rendono questo elegante vino un degno compagno della tavola, con una grande bevibilità. Un altro ottimo esemplare dell’annata 2021, considerata di grande qualità con punte di eccellenza.

Foto @ Consorzio Tutela Vini Valpolicella

A Roma, cucina moderna giapponese nel nuovo Sakaba le Koji

Un bancone da condividere, venti piatti da scegliere interi o mezza porzione e altrettante etichette di sake

Un paio di mesi fa, a Roma in via Emilio Fàa di Bruno 31 ha aperto Sakaba Ie Koji, il nuovo progetto firmato dallo chef Koji Nakai insieme al socio Roberto Salvati. Un locale che nasce come naturale evoluzione dell’esperienza dell’izakaya Ie Koji, non molto distante, che in poco tempo è diventato uno dei riferimenti cittadini – ma che qui guarda con decisione al Giappone più moderno, al mondo del sake e a una cucina panasiatica pensata per essere condivisa, provata, assaggiata e vissuta in libertà.

Una proposta gastronomica snella e flessibile

Sakaba, in Giappone, è il luogo dove si va prima di tutto a bere: un rifugio urbano in cui sake, birre, vini e distillati scandiscono il ritmo della serata e il cibo accompagna, sorprende, invita a ordinare “un’altra piccola cosa”. Il nuovo locale dello chef e imprenditore riprende proprio questo spirito, costruendo una proposta gastronomica di circa venti piatti, tutti disponibili in mezze porzioni o porzioni intere, concepite per gli appetiti più diversi: perfette per l’aperitivo, per una cena informale o anche per un dopo-cena fatto di piccoli assaggi. Con questo nuovo progetto Koji Nakai desidera dare ai clienti la possibilità di vivere il suo mondo gastronomico in modo più libero e contemporaneo.

Un luogo pensato per far incontrare ritualità e contemporaneità

Il progetto architettonico è firmato da Valeria Vecellio, che ha interpretato questo locale in chiave moderna attraverso spazi diversi ma comunicanti, con un design di arredo fresco e contemporaneo. All’ingresso, un lungo bancone in legno accoglie otto posti in cui lo chef prepara a vista tutta la parte cruda: un gesto che rompe le distanze e riporta la cucina al centro della sala. Le altre due sale alternano tavoli alti con sgabelli e un ambiente più tradizionale con sedute basse, per complessivi 32–34 coperti interni, a cui si aggiungono circa 15 posti all’esterno. L’ambiente è lineare, dinamico e informale, attraversato dal legno e da superfici naturali, pensato per serate che possono iniziare con un sake e finire con una chiacchiera tra amici.

Il regno del sake: 20 etichette, degustazioni e bottiglie da acquistare

Uno degli elementi centrali del progetto è la collaborazione con Shibataya, azienda leader in Italia nella distribuzione e nella divulgazione del sake. All’interno del locale, una vetrina-bottigliera riunisce una selezione di circa venti etichette, disponibili sia in mescita sia per l’acquisto da asporto. Due volte al mese Sakaba Ie Koji ospiterà serate di degustazione firmate Shibataya, mentre tutto il personale di sala ha seguito una formazione dedicata per accompagnare gli ospiti alla scoperta di un prodotto che si sta facendo conoscere in Italia. Accanto al sake, troviamo vini naturali, vino giapponese, birre nipponiche e cocktail a base di distillati giapponesi a completare la proposta beverage, ampliando le possibilità di abbinamento con la cucina.

Cucina giapponese moderna e la formula pranzo a 15 euro

In menu convivono tecnica giapponese, richiami internazionali e incursioni panasiatiche: carne, pesce, verdure e molte erbe e spezie – coriandolo, menta, anice stellato – costruiscono una cucina moderna, ricca di contrasti, dove spesso è presente la cottura alla brace. L’intento è offrire un’esperienza dinamica, in cui si possano assaggiare molti piatti in un’unica serata. Tra le preparazioni più rappresentative c’è l’hakozushi, il tradizionale sushi pressato di Osaka. Non mancano piatti caldi, tra cui il Kasu Jiru (zuppa di pesce nipponica a base di sake kasu, la feccia del sake) e l’Houbayaki (lambuga cotta nella foglia di magnolia direttamente sulla griglia). Bella la formula pranzo ispirata agli obanzai, la cucina casalinga di Kyoto fatta di piatti semplici, stagionali e preparati con rispetto per gli ingredienti. Sul bancone verrà allestita una selezione di piccole preparazioni che lo chef servirà direttamente agli ospiti: un rito informale che racconta un altro volto del Giappone. Il prezzo si aggira intorno ai 15 euro.

Sakaba Ie Koji
Via Emilio Fàa di Bruno, 31
00195 Roma
Tel. 392 4799773

Signorvino punta sulla Capitale e raddoppia!

La grande cantina italiana apre il suo secondo locale a Roma. Sceglie di nuovo il centro, a due passi via del Corso

Inaugura oggi, mercoledì 4 febbraio, il secondo locale a marchio Signorvino nel cuore di Roma a due passi da via del Corso. Il progetto punta su una location di assoluto prestigio e su uno spazio ampio ed accogliente con l’obiettivo di riportare il vino al centro della vita cittadina.

Uno spazio di 200 metri quadrati

Signorvino, l’insegna di ristoranti con enoteca fondata nel 2012 da Sandro Veronesi, consolida il suo legame con la Capitale e apre un secondo locale in centro! Dopo il successo del locale in piazza Barberini, la Grande Cantina Italiana sceglie il cuore pulsante del centro storico con un locale nuovo Largo dei Lombardi 8, in una posizione strategica a due passi da via del Corso, con uno spazio di 200 metri quadrati, 60 posti a sedere all’interno e altri 40 in un dehors di grande impatto visivo sulla piazza.  Anche per questa seconda sede romana, come già accaduto per le recenti aperture in Piazza delle Erbe a Verona e Piazza Vittorio Veneto a Torino, Signorvino ribadisce la volontà di occupare spazi di eccezionale valore per sottolineare l’importanza della socialità contemporanea.

Cucina, dj-set e corsi di vino

L’offerta gastronomica e la carta dei vini seguiranno la linea già tracciata dal locale di Piazza Barberini, mantenendo lo stesso equilibrio tra qualità e prezzo che ha reso celebre il format. Oltre alla cucina e alla vendita, il punto vendita di Largo dei Lombardi sarà un centro vitale di eventi e divulgazione. Il calendario prevede cene con degustazione insieme ai produttori, eventi lifestyle con DJ set e degustazioni guidate. “Posizionarci in location di prestigio nel cuore delle città rispecchia una volontà precisa: riportare il vino italiano al centro della socialità urbana – spiega Federico Veronesi, AD di Signorvino – Il centro di Roma rappresenta perfettamente questa nostra visione di convivialità accessibile a tutti, i turisti ma anche chi vive la città ogni giorno e cerca esperienze autentiche. Non siamo solo una vetrina, ma un luogo di cultura e incontro: per questo teniamo molto all’organizzazione di eventi e a una comunicazione diretta, capace di educare senza mai risultare inaccessibile.”

Signorvino per una cultura del vino sana, inclusiva e accessibile

Signorvino rappresenta oggi un punto di riferimento per la valorizzazione dell’eccellenza enogastronomica italiana. Il format unisce l’esperienza dell’enoteca (con oltre 2.000 etichette di vini italiani) a una cucina di qualità in un ambiente accogliente, urbano e contemporaneo. La Grande Cantina Italiana Signorvino promuove un modello di consumo consapevole e una cultura del vino inclusiva e accessibile. Secondo Federico Veronesi “il modello di consumo che promuoviamo in Signorvino è lontano dall’idea dell’eccesso. Bere vino significa condividere un piacere con gusto, scoprire territori e tradizioni, approfondire un’esperienza sensoriale. Il vino accompagna la nostra cultura da millenni e, come in tutto, il nemico è solo l’eccesso.” Con questo nuovo locale, Signorvino arriva a 43 punti vendita complessivi di cui due all’estero (a Parigi e Praga).

Signorvino
Largo dei Lombardi, 8
00186 Roma


Il cioccolato di Modica. L’unico cioccolato IGP al mondo!

Scuro, quasi opaco, con una superficie irregolare che rivela la sua anima artigianale. È il cioccolato di Modica!

Il Cioccolato di Modica IGP non è semplicemente un dolce, è un frammento di storia che si è cristallizzato nel tempo tra le ripide stradine barocche di questo bellissimo borgo dell’entroterra siciliano. Ovviamente siamo a Modica, per l’esattezza nei laboratori dell’azienda dolciaria Peluso che dal 1964 è ambasciatrice nel mondo di tutta la dolcezza made in Sicily.

La lavorazione senza concaggio

Se c’è chi strizza l’occhio alla cremosità del burro di cacao, la famiglia Peluso ha scelto di restare fedele alle sue radici. La tecnica, ereditata dagli spagnoli che a loro volta la appresero dagli Aztechi nel Nuovo Mondo, è rimasta pressoché immutata: una lavorazione “a freddo” che evita la fase del concaggio. Ed è proprio questo passaggio mancante, che contribuisce a dare al cioccolato di Modica quella caratteristica particolare che si svela però solo all’assaggio… E allora, partiamo con la degustazione analizzando l’aspetto estetico della tavoletta: si presenta scuro, quasi opaco, con una superficie irregolare che rivela la sua anima artigianale. La consistenza anche ha delle caratteristiche inconfondibili: poiché la massa di cacao non supera mai i 40°C, i cristalli di zucchero rimangono integri e si amalgamano con la massa senza mai sciogliersi del tutto. E così al primo morso, il cioccolato si sgretola sprigionando una granulosità irresistibile che danza sul palato. E poi l’esplosione del gusto: essenziale, primordiale!

In purezza ma non solo!

Il cacao è il protagonista assoluto, ma nei laboratori Peluso in questi oltre 60 anni di attività, il cacao ha trovato il perfetto abbinamento con prodotti tipici della Sicilia: le scorze d’arancia e di mandarino, il peperoncino, la cannella e ancora il sale di Trapani, il pistacchio siciliano, e poi mandorle e nocciole… Una lista lunghissima e dolce! Naturalmente al primo assaggio, il consiglio è di gustare il Cioccolato di Modica in purezza scegliendo in base ai propri gusti la percentuale di pasta di cacao che può essere al 60% , al 70% all’80% e persino al 90%.

Il marchio IGP, promessa di qualità

Come è noto dal 2018 , il cioccolato di Modica ha ottenuto il riconoscimento di Indicazione Geografica Protetta, oltretutto quale unico Cioccolato al mondo! L’IGP non è solo un bollino, ma una promessa fatta ogni giorno al consumatore. Quel marchio garantisce che ogni tavoletta sia prodotta esclusivamente nel territorio di Modica, rispettando un disciplinare rigoroso che tutela la tecnica del “freddo” e l’assenza di grassi vegetali aggiunti ad eccezione del burro di cacao naturalmente presente nelle fave di cacao. Il cioccolato di Modica ha tra gl’ingredienti quello immateriale della memoria, in grado di dargli quel gusto unico che ha il sapore della storia antica, una unicità che gli ha permesso di essere conosciuto ed apprezzato non soltanto in Italia, ma anche all’estero. Il cioccolato di Modica IGP prodotto nei laboratori Peluso 1964 vola fino agli Stati Uniti e nel prossimo futuro anche in Cina e Giappone.

Perfetto insieme a un goccio di Marsala superiore!

E infine, un ultimo piccolo suggerimento per una degustazione in vero stile siciliano: spezzate un quadratino di cioccolato di Modica e accompagnatelo a un bicchiere di Marsala Superiore o a un distillato morbido. La grana dello zucchero pulirà il palato, lasciando spazio all’intensità del cacao.
E per i più golosi, i lavoratori Peluso hanno realizzato anche un preparato dolciario a base di scaglie di cioccolato di Modica, che nasce dalla frantumazione delle barrette originarie. Si possono aggiungere all’impasto di un ciambellone, di una torta margherita ma anche al mattino nei pancakes!

Tenuta di Castellaro, magia mediterranea vulcanica

A Lipari, nel 2005, la famiglia bergamasca Lentsch viene completamente sedotta dall'isola e da una sua particolare area agricola

Un vulcano quiescente che emerge per poco più di seicento metri, sviluppandone almeno mille dentro il mare. Siamo a Lipari un’isola che nella sua storia ha subito modifiche morfologiche continue fino all’ultima eruzione nel tredicesimo secolo, un luogo scelto da millenni da tutti i popoli per la sua vocazione agricola. Al di là della storia e della scienza, Lipari è un’espressione estremamente contagiosa di bellezza paesaggistica, fusa con tradizioni profonde e una identità straripante. Insomma, un luogo a cui non si può restare indifferenti e che può realmente irretire. È quanto accaduto a Massimo Lentsch e alla sua famiglia venti anni fa, sviluppando un desiderio e una volontà ferrea di alimentare quella bellezza, unicità e identità.

Massimo Lentsch

La visione

“Il nostro – afferma Massimo Lentsch- è un progetto enologico e di valorizzazione di un intero terroir attraverso il quale si cerca la sintesi perfetta tra territorio, vigne e persone. Il viticoltore del futuro non vede la vigna come uno spazio limitato avulso dal contesto, ma come la piccola parte di un sistema molto complesso, del quale deve comprendere la storia e rispettare ogni interazione, al fine di curare ogni particolare con la passione e l’attenzione di un artigiano”. E allora per i vini non si cercano modelli, tutte le energie sono utilizzate per ottenere l’espressività più identitaria dei luoghi, una tavolozza di terreni figli delle diverse eruzioni.

Il vigneto e la cantina

La vigna è sempre stata una delle coltivazioni più diffuse sull’isola e Tenuta di Castellaro è riuscita a dotarsi di un vigneto di ventiquattro ettari in totale, dislocato in due aree: a nord ovest e a trecentocinquanta metri di altitudine la Piana di Castellaro, a sud est, quasi a lambire il mare, la Vigna del Cappero. E poi la scelta di alimentare la storia e la tradizione cercando e isolando dei biotipi delle varietà storiche dell’isola, la malvasia delle Lipari e il corinto nero. Ne sono stati scelti diversi (selezione massale) per ciascun vitigno, con l’aiuto della storica azienda francese Pépinières Guillame e poi sono stati moltiplicati e impiantati nelle diverse aree. A completare, il carricante per le uve bianche e il nero d’Avola per le nere. Tutti allevati ad alberello con densità per ettaro che arrivano a novemila ceppi.
I vini sono prodotti in una cantina completamente interrata e realizzata con metodi avveniristici, tali da conservare i diversi strati presenti nel sottosuolo, originati dalle colate vulcaniche, sostenuti da un struttura portante armata. Tre livelli di lavoro per sfruttare la gravità, riducendo l’impatto sul vino, ma anche sull’ambiente. Non solo, per climatizzare gli ambienti sotterranei si utilizza una torre a vento e per l’illuminazione dei camini solari, riducendo così al minimo l’utilizzo di energia elettrica.

Una colonna del livello più profondo della cantina

Gli assaggi

Bianco Pomice Terre siciliane Igt 2023

Figlio di malvasia delle Lipari al 60% vinificata in acciaio e carricante in vecchie barrique, parla di frutto, agrumi in bella evidenza, vento e macchia mediterranea con freschezza e grande dinamica; un calice immediato, invitante che non si smette di bere per il suo bilanciamento e la sua delicata salinità.

Euxenos terre Siciliane Igt 2022

Malvasia delle Lipari in purezza, vinificata con fermentazione spontanea in vaso vinario di coccio pesto, dove il vino resta a cappello sommerso per trenta giorni. Più complesso e profondo del Bianco Pomice, ma anche meno esuberante nell’espressività che fonde un frutto polposo e anche candito con richiami di erbe di macchia e nette mineralità marine. Dote quest’ultima che al palato si ritrova in uno spessore salino che aggiunge ulteriore struttura a un vino importante, diverso, che vuole ancora tempo per concedere appieno la sua complessa identità.

Nero Ossidiana Terre Siciliane Igt 2021

Corinto nero 90% e nero d’Avola vinificati in rosso senza controllo della temperatura e con parte dei grappoli interi. Malolattica e maturazione di otto mesi in botti usate. Irretisce il naso con dense percezioni fruttate fresche con tratti in sciroppo, fuse a note di macchia mediterranea, percorse da respiri salini e da tocchi speziati che arrivano alla liquirizia. Bocca invitante, dinamica, succosa e ben integrata nelle nota tannica che vibra il giusto e si fonde con la bella sapidità.

Terre Siciliane Corinto Igt 2021

Solo corinto nero che vieni diraspato e vinificato in botti di rovere francese. Segue un travaso in fusti da cinquecento litri dove il vino svolge la malolattica e matura per oltre un anno. Ricco di frutto, declinato sia in note di prugna e uva sultanina che ciliegia e mora, con tratti di sciroppi e confetture, ben condito da note di macchia, ginepro e mirto in evidenza, da speziature articolate, dalla noce moscata alla liquirizia. Bocca bilanciata, succosa e sapida, dalla trama tannica ben integrata e un allungo salino coinvolgente. Giovane e di bel potenziale.

Malvasia delle Lipari Doc 2023

Alla malvasia, come da tradizione, si aggiunge un 5% di corinto nero. Le uve, prodotte nella Vigna del Cappero, sono stese al sole dopo la vendemmia per quindici giorni, avendo la cura di coprirle la notte. La fermentazione in bianco in botti di rovere è lenta e dura diversi mesi, interrompendosi naturalmente per la concentrazione zuccherina. Segue un affinamento in bottiglie di almeno diciotto mesi. La grande articolazione golosa di frutto disidratato ma anche fresco irretisce e invita all’olfazione. L’insieme è percorso da respiri vegetali di macchia secca dai riscontri balsamici, con tratti fioriti leggermente appassiti di acacia e sambuco, con spunti di zenzero fresco e candito. Bocca avvolgente e vitale, veramente invitante anche per la pennellata salina. Una spremuta di territorio.

L’accoglienza tra micro residenze, bistrot e degustazioni

Non ci si è limitati a creare una cantina affascinante, ovviamente visitabile, ma anche delle strutture per accogliere gli ospiti. “Abbiamo trasformato tre antichi ruderi, completamente immersi nei vigneti, in esclusive micro residenze dotate di ogni comfort e progettate con le più moderne tecnologie impiantistiche, nel rispetto della natura”, racconta Massimo Lentsch. E poi degustazioni, pic-nic in vigna, brindisi al tramonto tra vigneti e mare, con un bistrot che propone il territorio nel piatto. Tutto questo per i proprietari è la sintesi perfetta tra territorio, vigne e persone.

Roma brinda all’eccellenza enologica calabrese

Dal Cirò alla Locride! Erano ben 96 vini della Regione Calabria presenti a Palazzo Ripetta nel cuore della Capitale.

A Palazzo Ripetta i vini calabresi hanno conquistato la scena: la Regione Calabria è stata protagonista con “Calabria: la storia nel calice”, l’evento che ha portato nel cuore della Capitale quasi cento vini d’eccellenza attirando oltre 250 operatori del settore interessati a scoprire i vitigni e i produttori che continuano a scrivere la storia d’eccellenza di questo territorio.

I grandi vini calabresi nel cuore della Capitale

Dal Cosentino alla Locride non dimenticando il Cirò, la selezione di vini a cura di ARSAC ha offerto una panoramica completa sui pilastri dell’enologia calabrese ovvero il Gaglioppo e il Magliocco, insieme ad altri autoctoni come il Pecorello, il Mantonico, il Greco Bianco e lo Zibibbo, raccontandoli nelle loro diverse versioni. La degustazione ha infatti spaziato dai bianchi fermi agli sparkling, passando per le sorprendenti versioni rosate fino ai grandi rossi e ai passiti, mostrando così tutte le sfumature di una produzione enologica che continua a stupire. “L’incontro di Roma è stato davvero importante – ha sottolineato Gianluca Gallo, assessore all’Agricoltura della Regione Calabriain quanto ci ha permesso di consolidare il dialogo e le relazioni strategiche con i professionisti che contribuiscono alla diffusione e alla conoscenza dei nostri prodotti in quello che per numeri costituisce il mercato nazionale di riferimento. Questo appuntamento rappresenta un punto di partenza: siamo già infatti a lavoro per definire le ultime attività del calendario 2026 che ci vedrà presenti nelle principali manifestazioni di settore, sul territorio nazionale e all’estero, e protagonisti di altrettante occasioni di incontro con il trade per continuare a promuovere l’identità, riconoscibile e distintiva, vero quid plus dei nostri vini.”

E poi salumi, formaggi, conserve… tutto il buono della Calabria!

Accanto ai vini d’eccellenza, un paniere di prodotti tipici che hanno completato la narrazione del variegato e ricco patrimonio agroalimentare della Calabria. Dai salumi simbolo del territorio, ai formaggi stagionati in grotta, passando per le conserve di pesce, fichi, cedro e bergamotto, Federica Di Lieto, chef freelance calabrese, ha saputo valorizzare al meglio le tipicità della propria regione insieme ai vini in degustazione, offrendo ai presenti un’esperienza completa e stimolante tra i sapori dell’antica Enotria.Roma brinda all’eccellenza enologica calabrese

Il boutique hotel di Otranto con all’interno un museo nautico

Questo boutique hotel a due passi dal centro storico di Otranto è impreziosito da tantissimi reperti marinareschi

C’è una Puglia che si muove al ritmo del vento e della luce, tra sentieri sterrati e strade che costeggiano il mare. Quella Puglia autentica si ritrova negli spazi curati di un boutique hotel che promette all’ospite di continuare quel viaggio, fatto di vento e mare, anche quando è nella comodità della sua camera.
È Corte di Nettuno, il boutique hotel nel cuore di Otranto.

Reperti marinareschi

Il mare in ogni dettaglio

Non solamente un hotel, Corte di Nettuno è un piccolo museo del mare che ospita una collezione privata di strumenti di bordo, carte nautiche, bussole e modellini navali.  Gli ambienti, arricchiti da mosaici artigianali e arredi in stile nautico, raccontano la storia del Mediterraneo con discrezione e fascino. Qui il mare non è solo una vista: è una presenza viva, che abita ogni dettaglio. Le camere, arredate in stile nautico, accolgono con sobrietà e comfort. Alcune si aprono su una terrazza solarium con vasca idromassaggio Jacuzzi®, uno spazio intimo sui tetti della città dove rilassarsi tra le vele sospese e i suoni del Colle della Minerva. Basta un caffè in ghiaccio, un libro e il tempo per ascoltare il silenzio.

La Cava di Bauxite nei pressi di Otranto

In sella per scoprire la natura salentina

Ma Corte di Nettuno è anche un luogo pensato per chi ama esplorare. La vocazione bike friendly si traduce in una serie di servizi dedicati ai viaggiatori su due ruote: biciclette a noleggio, ricovero attrezzato, spazi per lavaggio e ricarica e-bike, e persino la possibilità di prenotare un massaggio decontratturante presso la SPA del Basiliani, poco distante dall’hotel. I percorsi ciclabili nei dintorni sono sorprendenti per varietà e suggestione. Si pedala verso sud lungo strade che portano al laghetto della cava di Bauxite, alla spiaggia delle Orte e poi ancora fino al faro di Punta Palascìa e alla baia di Porto Badisco, dove il blu dell’acqua incontra il verde della macchia mediterranea. Oppure si vira verso l’entroterra, tra i megaliti di Giurdignano, i castelli e i santuari di Palmariggi, passando per le formazioni rocciose dei Massi della Vecchia e la chiesa della Madonna dell’Altomare, affacciata sulla baia di Otranto. E ancora, ci si può lasciar condurre dalla costa lungo uno dei tratti di litoranea più iconici della Puglia: la strada che collega Otranto a Castro, tra torri, pinete, falesie a picco sul mare e viste che sembrano cucite per restare nella memoria.

Rassegne culturali: si parte con quella dedicata al caffè in ghiaccio!

Corte di Nettuno con l’arrivo della primavera si apre anche alla città con una rassegna di appuntamenti aperti al pubblico esterno, pensati per celebrare la cultura del territorio attraverso esperienze semplici ma evocative. Tra gli eventi più attesi, le degustazioni dedicate al caffè in ghiaccio, il rito salentino che è diventato recentemente PAT – Prodotto Agroalimentare Tradizionale. Non si tratta solo di una bevanda, ma di un gesto che racconta storie, affetti, ritmi lenti e pause all’ombra: un simbolo identitario che unisce generazioni e stagioni. Le terrazze dell’hotel e gli spazi interni saranno il palcoscenico di incontri sul tema, con momenti guidati da esperti del gusto, baristi locali e appassionati narratori del territorio, per scoprire – e riscoprire – il sapore autentico del Salento, un sorso alla volta.

Boutique Hotel
Corte di Nettuno – CDSHotels
Via Madonna del Passo, 68
73028 Otranto (LE)
Tel. 0832 351321
https://cdshotels.it/corte-di-nettuno/

Lampedusa da scoprire tra dammusi e escursioni in caicco

Padre, madre e figlio accolgono gli ospiti in questo angolo di paradiso nell'isola di Lampedusa. Mare, escursioni e benessere!

Fra poco l’inverno ci saluterà e sarà di nuove tempo di sole e mare. Pensare all’estate ed ai luoghi da visitare fa bene a cuore ed anima, come El Mosaico del Sol. Un bellissimo dammuso che si trova nell’isola di Lampedusa perfetto per accogliere famiglie, coppie e piccoli gruppi di amici. Insomma, il luogo ideale per trascorre giornate estive indimenticabili.

Dammusi vista mare e poi tutti a bordo del Danzar

El Mosaico del Sol potremmo definirlo l’estensione della casa della famiglia Righi. Renato insieme a sua moglie Raffaella ed al figlio Rocco, accolgono gli ospiti proprio come farebbero a casa loro: con quella gentile e genuina ospitalità che accoglie e abbraccia. Agli ospiti spetta solo di scegliere dove alloggiare se nel resort o in uno dei sei dammusi vista mare. In entrambe i casi, si avrà la possibilità di vivere l’isola lontano dalle spiagge affollate, organizzando le escursioni con l’elegante caicco Danzar con al timone il comandante Orazio che, secondo molti ospiti, è anche il miglior cuoco dell’isola. Orazio infatti prima di salpare, sceglie il pesce fresco al mercato la mattina presto, per offrire agli ospiti a bordo un’esperienza di gusto autentico: squisiti gamberi rossi marinati, sgombri freschi fritti, paccheri ai totani sono solo un esempio di quello che si potrà gustare durante il giro dell’isola.

Benessere e cura del corpo

Il benessere del soggiorno al Mosaico Del Sol, con le sue escursioni e sapori, si completa con un servizio di trattamenti olistici di benessere e detossinanti (su prenotazione all’atto della conferma del soggiorno) che saranno effettuati, a scelta del cliente, in camera o in terrazza.  Gli ospiti avranno una consulenza personalizzata e la possibilità di richiedere trattamenti su misura, massaggi ayurvedici che vedranno l’utilizzo di prodotti biologici e certificati: un’esperienza che parte dalla pelle e arriva al cuore, un’occasione imperdibile per completare una meravigliosa vacanza olistica. Il trattamento corpo e viso, prevede uno scrub a base di miele e sale di epsom per esfoliare la pelle e poi si prosegue effettuando il brossage con spazzola a setole naturali per riattivare la circolazione sanguigna e linfatica, seguito da oleazione con olio di mandorla e olio essenziale specifico per la persona trattata e Pindasweda per nutrire in profondità (composto da semi, argilla, essenze, erbe e fiori). E sempre a base di prodotti naturali, c’è anche il massaggio “annaLEPA”, realizzato con un impacco composto da farina di ceci, oli essenziali personalizzati, erbe essicate, polveri e radici scelte in base alle proprie esigenze,

El Mosaico del Sol
Contrada Madonna
Lampedusa, Italy
Tel. 0922 973074
www.elmosaicodelsol.it

Vitello tonnato, cotoletta, pizza bassa e croccante. Dove? A Napoli!

I classici napoletani ma anche tanti piatti della tradizione italiana. Inclusa una pizza sottile dal crunch assicurato, tutta da condividere!

Cucina italiana, semplicità e tradizione. Ecco cos’è Casa Vittoria a Napoli, ristorante di cucina classica italiana che vuol essere un ritorno alla cucina tradizionale, rassicurante e chiara nei sapori. Si trova al civico 6 dell’elegante Piazza Vittoria, un luogo che si svela completamente solo varcandone la soglia: una casa classica e contemporanea al tempo stesso, elegante nelle finiture, accogliente nei dettagli, dal colore alla mise en place. 

Un casa classica capace di accogliere

Il progetto di interior porta la firma di Fadd Architects: linee curve e morbide, arredi su disegno, pavimenti dal sapore rétro e poi i colori, scelti con cura, per accogliere all’insegna di una conviviale eleganza. Un verde salvia tenue colora le pareti e il soffitto, un rosso rubino intenso scandisce gli spazi fortemente connotati da soffitti a volta ed archi, guizza sul pavimento a losanghe ed esplode nei bagni. Gli arredi e il pavimento, in seminato veneziano nella sala principale e quello in maioliche vietresi nel corridoio, sono tutti su disegno esclusivo e realizzati da maestranze artigiane campane. 

Piatti di gusto tra classici napoletani e amarcord italiani

In cucina ci sono i fratelli Fabio e Gioacchino Francesco Vorraro, professionisti di lunga esperienza, napoletani, già noti per il loro Mamma Elena a San Giuseppe Vesuviano. La loro cucina conquista per i sapori veri e immediati, senza fronzoli, appaganti al gusto e tecnicamente contemporanei nella preparazione. Il menu di Casa Vittoria si muove così tra grandi classici napoletani e piatti intramontabili come il vitello tonnato. C’è la costoletta alla milanese e c’è la polpetta classica al ragù. Ci sono le puntarelle con le alici e i carciofi alla romana. C’è lo spaghetto Casa Vittoria e c’è una pasta e piselli che piacerà senza riserve. C’è anche una pizza in menu, “crunch e da condivisione”, che gli chef propongono come incipit gastronomico variando di mese in mese il topping.

Foto © Alessandra Farinelli

Un lavoro di squadra

Da Casa Vittoria trovano spazio comodamente ben 65 coperti distribuiti tra le due sale, una con tavoli tondi e poltroncine, l’altra con tavoli rettangolari e panche dalla linea ondulata. Nella veranda esterna trovano spazio altri 20 coperti.  Casa Vittoria Ristorante è un progetto che nasce dalla lunga esperienza nel campo dell’accoglienza e della ristorazione di quattro soci: sono Vincenzo Cerbone e Tommaso Ambrosio founders di 12 Morsi e i fratelli Fabio e Gioacchino Francesco Vorraro chef e patron di Mamma Elena a San Giuseppe Vesuviano. Selezionatore di materie prime, attento conoscitore di carni e frollature, Fabio. Chef di esperienza, Gioacchino Francesco, creativo e di sostanza, napoletano con visione internazionale. Dunque un lavoro di squadra che ha dato vita ad un locale che non punta a colpire l’ospite con gli effetti speciali, ma che accoglie attraverso un servizio attento e una proposta gastronomica semplice che, attenzione, non vuol dire banale.

Casa Vittoria
Piazza Vittoria, 6
80121 Napoli
Tel. 081 197 08 641
Aperto lunedì a cena.
Dal martedì al sabato a pranzo e cena. Domenica solo a pranzo.