Gli specialty coffee di Toraldo

Nell'era degli specialty coffee, la tradizione va protetta senza sottovalutare le nuove tendenze proprio come sta facendo Toraldo Caffè

Il mondo del caffè sta attraversando una trasformazione profonda. Nuovi metodi di estrazione, maggior attenzione alla tracciabilità, single-origini e lavorazioni distintive stanno ridefinendo ciò che beviamo e come lo raccontiamo. Anche Napoli, custode della sacralità della tazzulella, partecipa a questa evoluzione. È l’era degli specialty. Caffè Toraldo, torrefazione storica con oltre cinquant’anni di attività, presenta Roast Master, una linea in grani che unisce l’identità partenopea al linguaggio contemporaneo degli specialty coffee.

Un nuovo modo di bere il caffè

Un progetto che nasce dalla volontà di interpretare una nuova sensibilità: la ricerca della purezza aromatica, dei profili complessi ma leggibili e di raccontare l’identità di zone circoscritte della cintura del caffè. La linea si apre con l’Espresso Blend, miscela di Etiopia, Brasile, Guatemala e Colombia caratterizzata da note di cioccolato, caramello e miele. Accanto alla miscela, tre monorigini raccontano territori iconici del caffè nel mondo: il Brasile Alta Mogiana con i suoi sentori di nocciola, mandorla e cioccolato; il Guatemala SHB Antigua che sprigiona note di frutta esotica, fiori tropicali e caramello; l’Etiopia Sidamo, poetica nell’esprimere agrumi, mandorla e gelsomino. Quando si dice specialty coffee, parliamo di caffè che si distinguono per origine tracciata, coltivazione accurata, processi naturali eseguiti con cura, tostature dedicate e profili aromatici puliti e riconoscibili. Un’innovazione, fatta di ricerca e conoscenza, ma anche di estetica. Un percorso che Toraldo sceglie di raccontare con una nuova immagine visiva, affidata all’artista napoletano Gianpiero D’Alessandro, tra i creativi italiani più riconosciuti al mondo. 

Marco Simonetti, amministratore delegato di Caffè Toraldo

La visione di Marco Simonetti

A guidare questo cambiamento c’è Marco Simonetti, amministratore delegato di Caffè Toraldo, che spiega le ragioni di una scelta strategica importante. “La domanda internazionale di specialty è in forte crescita e per noi rappresenta la naturale evoluzione del lavoro che svolgiamo da sempre: attenzione alle origini, cura artigianale e tracciabilità”, racconta Simonetti. “Gli specialty permettono di valorizzare le caratteristiche uniche di ogni varietà e territorio, offrendo profili aromatici precisi e riconoscibili. Con Roast Master abbiamo voluto ampliare la gamma e rivolgerci sia ai consumatori già esperti, sia a chi desidera avvicinarsi a questo segmento”. E come convive questa linea innovativa con i prodotti storici che hanno reso celebre il marchio? “Sono due mondi che condividono gli stessi principi, partendo dall’orientamento alla qualità fino alla selezione delle materie prime” risponde l’AD. “Roast Master non sostituisce i nostri prodotti classici, ma li completa: mantiene la nostra impronta artigianale, aggiungendo profili aromatici distintivi, ideali per chi cerca nuove esperienze sensoriali senza rinunciare a una tazza equilibrata e piacevole”.

Gianpiero D’Alessandro e Marco Simonetti

Un modo nuovo di scoprire il caffè

Alla base di Roast Master c’è una visione precisa, che Simonetti definisce come “il desiderio di unire tradizione e nuovi trend». La macchina a leva rappresenta il cuore simbolico della storia di Toraldo, mentre gli specialty raccontano un modo nuovo di scoprire il caffè, attraverso l’origine e la ricerca. “Abbiamo puntato su un prodotto versatile: perfetto per chi sperimenta a casa e per il canale professionale, dove il barista può far scoprire questi profili anche a chi non li conosce ancora” – sottolinea. Il packaging gioca un ruolo fondamentale in questo progetto. “È il primo contatto con il prodotto: deve essere coerente con la qualità e raccontarne l’identità», spiega Simonetti. La collaborazione con Gianpiero D’Alessandro ci ha permesso di sviluppare un’immagine che interpreta visivamente lo spirito della linea, rendendo l’esperienza d’acquisto più completa e immersiva.”

La cucina italiana è Patrimonio Immateriale dell’Umanità UNESCO

La cucina italiana è patrimonio immateriale dell'umanità, un riconoscimento importante per la nostra identità culturale nazionale

“Esprimo la più profonda soddisfazione per il raggiungimento di un obiettivo storico: la cucina italiana è stata insignita del titolo di Patrimonio Immateriale dell’Umanità dall’UNESCO – ha dichiarato il ministro del Turismo Daniela Santanchè -. Si tratta, infatti, del riconoscimento mondiale di un modello culturale che è parte integrante della nostra identità nazionale e, allo stesso tempo, un asset strategico di grande rilevanza per il tessuto economico italiano.

Il successo delle nostre eccellenze culinarie risiede in un apparato vincente e inossidabile in cui tutti gli elementi operano in sinergia – spiega Santanchè –. Ilsuo cuore è la convivialità e il valore sociale, che lega famiglie e comunità e che si unisce indissolubilmente alla ricchezza dei nostri territori, promuovendo la tutela dei prodotti locali.

È proprio questa armonia tra società, territorio e qualità a costituire un vero e proprio fattore distintivo di qualità per l’intero sistema Italia e un potente strumento di promozione, tanto che ENIT ha lanciato il progetto “Italia Gourmet Bus”, per celebrare la cultura enogastronomica e l’attrattività turistica italiana nelle principali capitali europee, e che si concluderà questa settimana a Roma.

La tradizione enogastronomica – continua il ministro – è rimasta viva e autentica perché siamo stati in grado di preservare l’eredità culturale, assicurando il fondamentale passaggio di conoscenze pratiche e artigianali tra le generazioni, dalla tradizione casalinga all’alta ristorazione.

La nostra offerta enogastronomica è già un pilastro imprescindibile dell’industria turistica. Il comparto ha generato un fatturato di oltre 40 miliardi di euro nel 2024, segnando una crescita del 12% rispetto all’anno precedente. Inoltre, il turismo legato a questo segmento è la motivazione principale per la scelta dell’Italia come meta di villeggiatura e la prima voce di spesa dei viaggiatori, con un valore che nei primi quattro mesi del 2025 ha già toccato i 9 miliardi di euro.

Guardando alle prospettive di crescita – prosegue Santanchè –, le associazioni di categoria stimano che il riconoscimento UNESCO della cucina italiana potrebbe determinare, nell’arco di due anni, un incremento dei flussi turistici fino all’8%, pari a circa 18 milioni di pernottamenti aggiuntivi. Oltre al valore turistico diretto, la cucina italiana esercita un ruolo culturale significativo: essa rappresenta un tratto identitario condiviso da 59 milioni di residenti e da una comunità stimata fino a 85 milioni di persone di origine italiana nel mondo, consolidando così un potente legame transnazionale.

La cucina italiana – conclude il ministro – è ora riconosciuta come ambasciatrice della Nazione nel mondo, un patrimonio che abbiamo il dovere di tutelare, promuovere e valorizzare ancora di più. Il successo del traguardo raggiunto è merito dell’impegno di tutti: gli operatori del settore, le associazioni di categoria, le istituzioni locali e, non da ultimo, il Governo, che ha creduto e sostenuto la candidatura fin dall’inizio. Lavoreremo uniti per tradurre questo prestigioso risultato in crescita strutturale del comparto e orgoglio nazionale”.

Queste le parole del ministro del Turismo Daniela Santanchè nel commentare il riconoscimento della cucina italiana a Patrimonio Immateriale dell’Umanità UNESCO.

Roma, 10 dicembre 2025
Nota dell’Ufficio Stampa del Ministero del Turismo

Barone Pizzini, Franciacorta Rosé in verticale

Racconto della degustazione di cinque annate del Rosé di Barone Pizzini, accompagnate dalla Riserva Bagnadore 2011

Barone Pizzini è l’azienda franciacortina che per prima ha sposato completamente la viticoltura biologica, nel lontano 1997, quando nei consumatori c’era ancora molta diffidenza in questi vini. L’approccio però, sin da subito, è stato molto attento e ben supportato dalla scienza, tanto da trovare immediato spazio tra migliori interpreti della denominazione. Una premessa d’obbligo perché la propensione aziendale alla ricerca e al miglioramento dei processi emerge anche nell’assaggio che raccontiamo. D’altronde, il motto del suo amministratore delegato Silvano Bresciani recita: “il biologico è il mezzo, il fine è la qualità”.

Silvano Bresciani

La verticale

Per un metodo classico di qualità si possono proporre due tipi di degustazione di diverse annate. Una più semplice da affrontare da parte del vino, che prevede per tutti i millesimi in assaggio una sboccatura recente. L’altra più impegnativa se si portano in degustazioni le sboccature originali, ovvero dei Franciacorta sboccati da diverse stagioni nelle annate più vecchie. È molto importante questo aspetto perché dopo la sboccatura (la separazione dei lieviti morti dal vino che hanno un deciso effetto antiossidante), quando il vino va in commercio, inizia un lento e inesorabile processo di ossidazione che nei vini più importanti arricchisce il prodotto lungo un arco temporale di diversi anni, mentre altri sono compromessi nell’arco di dodici mesi o poco più.

L’ingresso dell’azienda

Riprendendo il tema della ricerca, l’azienda, per rispondere positivamente anche alle richieste dei consumatori vegani, ha scelto con l’annata 2021 di sostituire i chiarificanti animali, più efficaci, per esempio, nell’eliminazione di polifenoli instabili di quelli vegetali. Probabilmente questa consapevolezza tecnica ha alimentato la sfida del team enologico di Barone Pizzini che ha portato nel calice un 2021 con una componente tannica addirittura più raffinata che nelle precedenti annate.

Ultima notazione. La degustazione si è conclusa con il Franciacorta Riserva Bagnadore Rosé 2011, sboccato a novembre 2022. Integro nel frutto, è elegante e di vigore ginnico, giocando tra freschezze e note finemente golose, dal frutto ai fiori appassiti, con tanta pasticceria e frutta secca. Bocca bilanciata, importante nello spessore, progressiva, in grado di integrare l’energia sapida e il vago tannino, esprimendo una persistenza molto articolata e invitante un nuovo calice.

Note di degustazione

EDIZIONE 2021
uve: pinot nero 80%, chardonnay 20%
Sboccatura maggio 2025
Una freschezza minerale profonda, dal sale allo scisto, avvolge la croccantezza fruttata dalla giuggiola, al ribes nero, all’arancia rossa e al chinotto, dalla melagrana alla granatina, con tratti di confetture, respiri vegetali, fino a tocchi di crostate e pan brioche. Cremoso, dinamico, sapido e compatto, ha sviluppo appena sottile, mai spigoloso, tra frutto e minerali di gesso e salgemma.

EDIZIONE 2019
uve: pinot nero 70%, chardonnay 230%
Sboccatura maggio 2024
Coinvolgente di melagrana e granatina, con tratti di prugna anche in confettura, chinotto e arancia rossa anche canditi, ciliegia e ribes nero, per un profilo scuro e aitante che arriva a crostate, pandolce, crosta di panettone, con tracce di ardesia ma anche di petali appassiti. Bilanciato, fresco e di bello spessore, è sapido e vitale, con una nuance tannica che dà grip invitante.

EDIZIONE 2018
uve: pinot nero 100%
Sboccatura novembre 2022
Il frutto rosso e nero è ancora in bella evidenza, con tratti golosi di confetture e canditi, mentre le tostature in questa annata sono più decise e presenti, piuttosto coinvolgenti e percorse da respiri scuri di ardesia. Sempre più evidenti e avvolgenti le fragranze di pane grigliato. Vivo e compatto, dinamico e sapido, di espressività coerente, si caratterizza per un finale agrumato, poggiato su uno sviluppo bilanciato.

EDIZIONE 2017
uve: pinot nero 80%, chardonnay 20%
Sboccatura novembre 2021
Suadente e polposo, è dotato di bella tensione olfattiva, giocando su chiaroscuri fruttati, dall’arancia alla prugna disidratata e al fico, con tratti tostati di panettone ricco di uvetta e pan pepato, sfumati da respiri di rabarbaro e genziana. Volume, sapidità, trazione e struttura sostengono un retrolfatto coerente e invitante, poggiato sulla ricca scia sapida e una pennellata tannica che in progressione non spengono i frutti golosi.

EDIZIONE 2016
uve: pinot nero 70%, chardonnay 30%
Sboccatura marzo 2020
Accattivante su toni agrumati articolati, freschi, in nettare, confettura e canditi, di arancia e chinotto, con nette note di prugna disidratata, nuance di carruba e poi pasticceria e tostature, per un insieme sensuale suadente che porge maturità con grande eleganza. Bocca vitale e di grande bilanciamento, dotata di una bella

Vitigno Italia celebra i suoi primi vent’anni

All’anteprima di Vitigno Italia, il 24 novembre scorso, un viaggio nel tempo tra i sorprendenti vitigni autoctoni campani

Maurizio Teti e Chicco Di Pasquale si regalano e ci regalano una degustazione “orizzontale” dell’annata 2005, che ripercorre la visione originaria della manifestazione, nata dalla passione comune per il vino e dalla scommessa tra i due vecchi amici.

Maurizio Teti

Vitigno Italia ha accompagnato la crescita del vino campano nel corso degli anni e ha affiancato la città di Napoli nel suo nuovo ruolo di capitale dell’accoglienza, della gastronomia e dell’autenticità.

“È un momento molto emozionante. Tante persone e tante aziende ci sono state accanto per anni e questo anniversario è anche loro”, hanno ricordato gli organizzatori aprendo l’evento insieme agli altri protagonisti che hanno contribuito alla nascita del progetto. Un messaggio ribadito con forza: in un mondo che per lungo tempo ha premiato modelli internazionali, l’Italia possiede una ricchezza unica, oggi ancora più riconosciuta, fatta di varietà, storia e legame con i luoghi.

L’evento

Occhi puntati quindi sulla degustazione “nel tempo” guidata da giornalisti, sommelier e rappresentanti istituzionali: Chiara Giorleo wine writer e blogger, Tommaso Luongo presidente Ais Campania, Luciano Pignataro giornalista e scrittore, Adele Granieri wine writer e Luciano D’Aponte responsabile della promozione agroalimentare della Regione Campania, presente fin dalla prima edizione.

La scelta delle etichette ha voluto mettere in luce un tema sempre più attuale: la longevità dei bianchi campani, spesso interpretati in chiave immediata ma capaci, se pensati per durare, di regalare complessità e profondità anche a distanza di molti anni.

Il percorso nei calici ha disegnato una vera mappa regionale: dal Vesuvio al Cilento, passando per la Costiera Amalfitana, soffermandosi nel Sannio, per giungere all’Irpinia, finendo al Casertano. Nell’attesa di Vitigno Italia 2026 che si terrà sempre a Napoli dal 17 al 19 maggio, alla Stazione Marittima, i vini bianchi e rossi in degustazione hanno raccontato la Campania attraverso il suolo, il clima e le scelte produttive: dalla matrice vulcanica e marina del Vesuvio, all’espressione più appenninica del Cilento, passando per la viticoltura eroica della Costiera.

La degustazione

Vigna del vulcano Lacryma Christi del Vesuvio Bianco Doc 2005
Villa Dora
Uve: caprettone 80%, falanghina 20%
Color oro luminoso e denso, attraversato da sfumature verdi. Si offre al naso con un profilo marino oltre che vulcanico, ricco di frutta matura a polpa gialla e burro salato. Al sorso esprime grande eleganza, freschezza e persistenza, tracciate da una vivida scia di sale.

Pietra Incatenata Paestum Igt 2005
Luigi Maffini
Uve: fiano

Giallo oro antico, intenso e vitale. Naso ricco ancora di frutto integro e impreziosito da spezie allo stesso tempo eleganti e pungenti. Equilibrato e potente al palato, dove si dimostra dinamico e dotato di notevole progressione.

Fior d’uva Furore Bianco Costa d’Amalfi Doc 2005
Marisa Cuomo
Uve: ripoli 40%, fenile 30%, ginestra 30%
Colore dell’ambra, limpido e netto. Il naso è colto sin da subito da percezioni di frutta matura e macchia mediterranea, avvolte in un abbraccio fumé vagamente speziato. In bocca è ancora fresco e solido, attraversato da una ventata salina.

Facetus Taburno Falanghina del Sannio Dop 2005
Fontanavecchia
Uve: falanghina
Ambra carico con sfumature arancio. Spazia agevolmente dai riconoscimenti di frutta matura anche secca, al miele, a note pasticcere, portando sempre con sé un richiamo salmastro. La bocca è calda e potente, senza perdere in freschezza e sapidità.

Vigna Quintodecimo Taurasi Riserva Docg 2005
Quintodecimo
Uve: aglianico
Rosso granato con sfumature aranciate, quasi ruggine. Parte subito con un caleidoscopio di frutti rossi e neri sotto spirito, al quale si uniscono fiori, spezie e spunti balsamici. La bocca è accarezzata da un tocco vellutato di tannino e da una bella acidità che allieta ancora il sorso.

Pago dei Fusi Taurasi Docg 2005
Terredora Di Paolo
Uve: aglianico
Rosso granato con tracce tenui d’arancio. Il naso viene colto immediatamente da una ventata di freschezza di frutti rossi e neri, racchiusi in speziature dolci e balsamiche, nonché tostature aromatiche. Il sorso, accolto da un tannino educato, è fresco e vibrante nel finale.

Camarato Falerno del Massico Rosso Docg 2005
Villa Matilde 
Uve: aglianico 80%, piedirosso 20%
Color rosso mattone con un piccolo tratto d’arancio. Si presenta al naso con una netta percezione di frutti neri in confettura e anche sotto spirito, richiami di torrefazione e tratti balsamici. La bocca è integra, sorretta da un tannino ancora esuberante, seppur mitigato da una intramontabile acidità. 

Alla scoperta della Sicilia di Ulisse

La Sicilia di Ulisse, associazione tra ristoratori, albergatori e cantine, è una chiave di accesso all’isola per chi cerca autenticità e cura

Era il 2002 quando un piccolo gruppo di chef visionari fondano la piccola associazione Le Soste di Ulisse, ispirandosi, evidentemente, all’associazione tra ristoranti italiani, Le Soste, già in essere dagli anni Ottanta. Quella siciliana nel tempo ha avuto una trasformazione sostanziale, accogliendo prima gli alberghi e poi i produttori di vino, modificando il nome in quello attuale, centratissimo a nostro avviso. Non sono cambiati gli intenti, ovvero offrire un viaggio tra sapori, bellezze naturali e tradizioni locali nel rispetto profondo dell’autenticità della proposta, mettendoci la faccia, garantendo quindi serietà, unicità ed eccellenza.

La Sicilia di Ulisse

L’associazione conta 57 soci, di cui 39 tra ristoranti e pasticcerie storiche, 18 hotel di charme e 21 aziende vitivinicole, raccogliendo circa 1.500 lavoratori, tra titolari, dipendenti e stagionali per un fatturato stimato in 180 milioni di euro.

Molto semplice entrare in contatto con la rete di accoglienza che connette tutti gli angoli della Sicilia, è sufficiente scaricare l’app con lo stesso nome per scoprire ogni associato e le diverse offerte.

La nuova visione

Recentemente tutti gli associati si sono ritrovati nel congresso biennale, Gensy 2025, per riflettere congiuntamente sui nuovi requisiti dell’accoglienza, dando per scontati alcuni aspetti come il turismo esperienziale, la qualità intrinseca della proposta e la cura della stessa (nella foto di apertura la brigata del ristorante del Grand Hotel et Des Palmes di Palermo, sede del congresso, e alcuni riconoscibili chef dell’associazione).

Tony Lo Coco all’opera

Riportare al centro dell’accoglienza l’uomo, personalizzando al massimo la stessa, nel totale rispetto del territorio. Le parole chiave in questa ottica diventano umanità e sostenibilità della proposta. “Gensy – ha spiegato Tony Lo Coco, presidente dell’associazione – nasce per raccontare l’essenza umana di ciò che siamo e di ciò che possiamo diventare. La Sicilia non è solo un luogo, ma un modo di essere, di accogliere, di costruire futuro”. E la sintesi più immediata dello scopo di tutti gli associati è nelle parole del vice presidente Luciano Pennisi: “Noi vendiamo benessere, che sia una coccola, un calice di vino o un sorriso. Il nostro compito è far star bene chi sceglie la Sicilia e chi la vive ogni giorno”.  Un progetto estremamente impegnativo che Le Soste di Ulisse affrontano nel pieno rispetto della multiforme identità della loro Sicilia.

Calici & Spicchi – Cento abbinamenti d’autore tra pizza e vino

Un volume che di fatto, giusto poi alla sua seconda edizione, rappresenta un atlante per districarsi nell'abbinamento tra vino e pizza

C’è un filo sottile e irresistibile che unisce la fragranza di una pizza ben fatta al profumo elegante di un calice di vino. È il filo che Antonella Amodio, giornalista, sommelier e scrittrice casertana, continua a intrecciare con passione nel suo progetto editoriale Calici & Spicchi – Atlante della pizza e del vino in 100 abbinamenti, giunto al suo secondo volume, più ricco e completo, edito da Malvarosa.

Il mondo che esplora e racconta

Dopo il successo del primo libro – oltre 200 presentazioni ufficiali e più di 150 recensioni e articoli dedicati – Amodio torna con un lavoro che amplia i confini e lo sguardo: oltre 100 pizzerie selezionate in tutta Italia, dall’Alto Adige alla Sicilia, e una sezione internazionale che attraversa più di 20 Paesi, dal Brasile all’Australia. Ogni pizza è abbinata a un vino italiano, in un omaggio sentito alle radici enologiche della nostra terra e alla biodiversità che la rende unica. Il libro non è solo una guida o un ricettario, ma un vero e proprio atlante sensoriale: racconta i territori, le mani e le idee dei maestri pizzaioli, le scelte dei produttori di vino, e soprattutto il legame profondo tra due mondi che, se accostati con intelligenza e rispetto, sanno esaltarsi a vicenda. Con tono accessibile ma rigoroso, Amodio accompagna il lettore in un viaggio che parla di gusto e di cultura, ma anche di stile di vita e convivialità. Il volume si arricchisce di nuovi contenuti pratici – come la guida su come costruire una carta dei vini in pizzeria – e di riflessioni condivise con realtà come l’Associazione Nazionale Le Donne del Vino e il Movimento Turismo del Vino. È un lavoro che promuove l’abbinamento pizza-vino come esperienza gastronomica completa, democratica e sorprendente.

Sfogliando il libro

Tra le pagine di Calici & Spicchi, Antonella Amodio non si limita a proporre abbinamenti enogastronomici, l’autrice infatti ci guida in un viaggio curioso tra storia e tradizione. Si scopre, ad esempio, che già a Pompei esistevano accostamenti tra cibi e vini: un affresco ritrovato raffigura una sorta di “vino e focaccia”, testimonianza di una cultura gastronomica antica e sorprendentemente simile alla nostra. A Napoli, invece, alcune abitudini tradizionali continuano a vivere nei vicoli: la pizza fritta accompagnata da un bicchierino di Marsala non è solo un piacere da strada, ma un rituale che racconta storie di convivialità e gusto. Piccoli aneddoti come questi rendono il libro una lettura ricca di curiosità, capace di incuriosire tanto chi ama cucinare quanto chi ama scoprire il lato storico e culturale del cibo. Uno degli abbinamenti più complicati da trovare è stato quello per la pizza ai carciofi: l’autrice racconta che “è stato più difficile di quanto immaginassi individuare il vino giusto per la pizza con i carciofi”.  Allo stesso modo, Antonella ci racconta che l’abbinamento più divertente è stato quello della pizza con Nutella: qui l’idea è stata un vino dolce (ma non troppo), per giocare sulla dolcezza dell’impasto e della farcitura.

L’autrice e il suo stile

Antonella Amodio – originaria di Caserta, giornalista e sommelier – ha collaborato con testate di settore, curando rubriche dedicate all’abbinamento pizza-vino e partecipando in qualità di giurata in concorsi enologici. Con discrezione e tanta curiosità, Amodio restituisce al lettore la gioia semplice e universale del buon abbinamento, portando rispetto al lavoro di pizzaioli, viticoltori e operatori della filiera. «In fondo non ho scoperto nulla di particolare se è vero che nell’affresco ritrovato a Pompei anni fa era raffigurata una focaccia … e un calice di vino». «Un volume pensato per diffondere la cultura del vino in abbinamento alla pizza, come matrimonio ideale capace di esaltare entrambi in un equilibrio armonico e sorprendente». 

Perché leggerlo (e tenerlo a portata di mano)

È un libro pensato per chi ama la pizza, chi ama il vino e per chi crede che accostare i due non sia solo un gioco gastronomico, ma un racconto fatto di ingredienti, mani, territori e cultura. In più, essendo adatto anche agli operatori – pizzerie, ristoranti, wine-bar – può diventare uno strumento concreto per migliorare la proposta enologica accanto alla pizza. Un libro da leggere, consultare e portare con sé: perché dietro ogni spicchio e ogni calice c’è un mondo di storie da scoprire.

Calici & Spicchi – Atlante della pizza e del vino in 100 abbinamenti è disponibile in libreria e online (edizioni Malvarosa, €20). 

Con Agromonte il Natale è all’insegna del gusto

Una Capsule Collection speciale per un’edizione natalizia da collezione e brindare a 25 anni d’Amuri per la Sicilia
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Per festeggiare il 25esimo Anniversario della nascita del brand, Agromonte firma una speciale Capsule Collection da collezione: tre latte illustrate, ognuna con una creatività differente, ma unite da uno stile vintage e un messaggio comune: rievocare la terra siciliana, la sua bellezza, la bedda storia del marchio e rendere omaggio al pomodorino siciliano.

Un regalo perfetto per il Natale, da condividere o collezionare.

Un pensiero prezioso da mettere sotto l’albero è la latta oro, la più celebrativa. Elegante e luminosa, incarna il senso di questa importante ricorrenza. Le sue illustrazioni intrecciano la vita nei campi e i pomodorini maturati al sole, dando vita ad un racconto visivo che onora la tradizione agricola e l’eccellenza del prodotto. Disponibile anche in una versione limited edition, impreziosita dal logo celebrativo, è un’edizione che non solo racchiude la qualità di sempre, ma custodisce anche il ricordo di un quarto di secolo di passione, impegno e autenticità. La latta verde, raffinata e mediterranea, ispirata ai colori del cielo e del mare, offre una visione dell’azienda delicata, ma radicata nell’identità del territorio. 
La latta rossa, pop e audace, richiama il rosso del pomodorino ciliegino, materia prima d’eccellenza e simbolo iconico del Brand, pensata per chi ama scelte grafiche con carattere. All’interno delle latte, un assortimento selezionato di prodotti rappresentativi della qualità Made in Sicily dell’azienda: la Salsa Pronta di pomodoro ciliegino con un’etichetta speciale in edizione limitata, simbolo di un’intuizione che ha reso Agromonte pioniera nel segmento. Inoltre, quattro varianti di Bruschette e Pesti, perfetti per un aperitivo o un pasto ricco di gusto. 

Sapori autentici da portare in tavola durante le feste o da donare con il cuore

Ma la collezione unisce allo stile anche la sostenibilità. Realizzate in latta, materiale totalmente riciclabile, le gift box possono essere utilizzate – una volta consumati i prodotti – in modi creativi, come portaoggetti o elementi decorativi. Ciascun contenitore diventa quindi così un gesto concreto per ridurre gli sprechi e dare nuova vita agli spazi. La Capsule Agromonte vuol essere un omaggio sentito a chi ha reso possibile tutto questo e a chi continua a scegliere il Brand ogni giorno. Un oggetto da custodire, ma anche un’esperienza da vivere, perché da venticinque anni Agromonte non è solo un prodotto, ma è una storia che si rinnova, scritta con la stessa passione del primo giorno. 

Le Capsule collection Agromonte sono in vendita su Amazon al costo di € 25

I Sangiovese senza fretta di Vecchie Terre di Montefili

Vecchie Terre di Montefili è posta a 500 metri di altitudine a poca distanza dal centro abitato di Panzano, nel cuore del Chianti Classico

Si dice sempre che il vino migliore è quello che, nel bicchiere, si esprime senza bisogno che qualcuno te lo spieghi o te lo descriva. I Sangiovese dell’azienda Vecchie Terre di Montefili sono così: versati nel bicchiere, dopo qualche minuto iniziano a “parlare” dei luoghi da cui provengono, fatti di singolarità, di tante particelle simili ma non uguali, che nel tempo diventa sempre più interessante imparare a conoscere, proteggere, assecondare, anche quando l’annata non è delle migliori. Perché il carattere del luogo è proprio ciò che rende unica e identificabile un’azienda. Nota già negli anni Settanta, quando i primi proprietari, la famiglia Acuti, piantarono le vigne di sangiovese, oggi Montefili si distingue per una viticoltura che è soprattutto viti-cultura: competente, precisa, attenta e tanto paziente.

L’azienda oggi

Alla guida di questa realtà bellissima da visitare, una piccola gemma protetta da boschi e piena di luce, c’è una agronoma ed enologa vivace ed entusiasta: Serena Gusmeri. Bresciana d’origini, vive Montefili da dieci anni, dopo aver lavorato in Franciacorta e Campania. “Montefili è un’azienda che ho imparato a conoscere, anche chiedendo un po’ in giro – ci racconta -. Aveva già una storia bellissima, solo gli ultimi anni erano stati un po’ complicati, anche finanziariamente. Per me è stata una sfida importante per tre aspetti. Primo, io non ho mai fatto vino rosso in vita mia, questo Sangiovese è stato il primo, perciò questa è stata un’occasione che mi ha permesso di sfruttare la mia esperienza nel mondo dei bianchi. Secondo, io non ho radici toscane. E qui la territorialità è sentita in modo molto forte. Terzo aspetto, la proprietà non è italiana, ma americana, perché nel 2015 l’azienda è stata acquistata da tre amici americani, appassionati dell’Italia e della sua enogastronomia”.

Serena Gusmeri

I dodici ettari e mezzo di vigneto sono tutti a sangiovese, salvo un ettaro e mezzo di cabernet sauvignon (piantato ancora dal primo proprietario, sulla scia dell’entusiasmo generale per i Super Tuscan). “Ma io sono più una da vitigni autoctoni, l’esperienza campana a base di fiano, falanghina, coda di volpe, biancolella e forestera ha modellato la mia attitudine – continua Serena – Infatti il cabernet lo vinifico in purezza”. Lo stesso dicasi dei suoi sangiovese, al plurale, ai quali fin dall’inizio ha dedicato studi e cure personalizzati. “Quando siamo arrivati qui, la mia priorità è stata il vigneto – dice -. Non era nelle migliori condizioni, perciò ci siamo focalizzati sui lavori più semplici, per cominciare a vedere un po’ l’equilibrio nelle vigne.”

Con il tempo e l’aiuto del team di agronomi di ViteNova Vine Wellness, la conoscenza della biodiversità dei vigneti di Montefili è diventata la chiave interpretativa di scelte agronomiche mirate, basate sul campionamento del suolo e il monitoraggio costante del loro stato di benessere, la certificazione della biodiversità di flora e fauna nella tenuta, la verifica dell’assenza di plastiche nel terreno, e il non uso di fitofarmaci potenzialmente dannosi per la salute degli addetti. “Se ai nostri vigneti, e ai terreni dove camminiamo, non garantiamo uno stato di salute, poi anche le nostre piante ne risentono. Questa è stata la cosa su cui ho puntato tanto. Mi piace da sempre il vigneto, per me è il posto dove tutto accade”. Questo impegno di ricerca costante e puntuale nel 2022 è diventato una nuova certificazione: Diversity Ark. “Dopo dieci anni, possiamo dire di aver trovato la quadra, qui a Montefili – conclude l’enologa -. Quando siamo arrivati, c’era molto da fare, perché bisognava riprendere in mano tutto, ma un pezzo alla volta. Ora sono contenta perché vedo che le piante hanno risposto bene”. E non solo loro, anche i collaboratori. Negli anni infatti si è creata una piccola squadra tanto efficiente quanto affiatata, che condivide la passione e la filosofia della loro responsabile.

La verticale

I vini non possono che essere il risultato di questo approccio: ogni parcella di vigneto viene vinificata separatamente, la fermentazione avviene in acciaio con lieviti indigeni e anche la fermentazione malolattica è spontanea. Per l’affinamento si usano solo botti di legno di rovere medio-grandi e tonneau. La produzione risente delle annate, e oscilla tra 34 e 38 mila bottiglie annue, tutte di rossi, con la sola esclusione di uno Chardonnay e di un Sangiovese in rosa.

Delle complessive nove etichette firmate Montefili, la più rappresentativa dell’azienda è Anfiteatro Toscana Igt. Quest’anno festeggia i suoi primi 25 anni, perciò meritava un momento di attenzione dedicato: una piccola verticale, dal 2000 all’anteprima del 2020.

Anfiteatro è un Sangiovese che racconta la sua vigna (nella foto di apertura), composta da piante con una età media di 35-40 anni. Il suo terreno si caratterizza per la presenza di pietraforte, la durissima pietra tipica dell’edilizia toscana.

Anfiteatro 2000 è un vino che appartiene ancora alla precedente gestione, e la differenza si avverte chiaramente, più in bocca che al naso. Nel bicchiere presenta un color rubino con sfumature color mattone, mentre nei profumi prevalgono note terziarie di foglia di tabacco, frutta secca e funghi. Il gusto è coerente, con sfumature balsamiche e una freschezza ancora ammirevole.

L’annata 2015 dello stesso vino segna l’ingresso a pieno titolo in azienda di Serena Gusmeri, che fin da subito punta alle fermentazioni spontanee, all’uso dell’acciaio e alla vinificazione separata per particelle. A distanza di 10 anni, questo Anfiteatro è rubino rosso scuro, con un naso fresco di fiori rossi e rosa, una nota di arancia rossa al naso, e poi di datteri e ciliegie in composta. Al palato ha ancora una leggera astringenza, con sentori di frutta rossa croccante. Del resto, l’acidità è una delle note più caratterizzanti dei terreni di quest’azienda. Il 2017 ha un colore analogo, ma un naso fruttato più dolce, con fiori rossi e rosa. In bocca rivela una grande freschezza, con ricordi di chicchi del melagrana e una bella sapidità che lo rendono ancora più bevibile. Anfiteatro 2019, annata attualmente in commercio, esprime al naso un floreale rosso ancora più ricco, seguito da sentori di frutta rossa piccola e matura, mentre al palato è gentile, carezzevole. Se volessimo usare una metafora equestre, potremmo dire che i Sangiovese di Montefili scalpitano molto nei primi anni, ma poi si mettono al passo, con un’andatura più tranquilla e rilassata. Succoso e bevibile, a dispetto dell’alcol (14,5%) sfoggia un grande equilibrio, tannini setosi e una bevibilità eccellente. Anche il 2020 promette bene: fresco, fruttato, elegante, sarà in vendita nei prossimi mesi. Il nostro consiglio è di farne scorta: sarà ottimo subito, ma dopo qualche anno sarà perfino migliore. Quando si ha in mano una bottiglia di vino non bisogna avere fretta. Lì il tempo ha un’altra dimensione.

Sparkle 2026 – Editoriale

Benvenuti nella ventiquattresima edizione della guida ai migliori vini spumanti secchi d’Italia, per noi gli sparkle.

Con l’annata 2026 si chiude un ciclo cominciato nel 2017, quando decidemmo di rendere il volume cartaceo più fruibile lasciando fuori il racconto dettagliato di ciascun vino, raggiungibile inquadrando il codice Qr a fianco della valutazione. Rimaneva su carta il nostro commento, la valutazione e tutti i dati relativi al vino, inclusa l’immagine dell’etichetta. Un cambiamento legato a esigenze di comunicazione che richiedevano maggiore immediatezza e anche al continuo incremento dei vini selezionati che poteva rendere meno agile la consultazione. Dall’edizione 2017 la guida è, infatti, fruibile gratuitamente on line nella sua interezza. L’obiettivo era di tornare alle origini per andare incontro a quegli appassionati che vogliono sfogliare il volume trovando tutte le informazioni. E allora quest’anno il prodotto cartaceo diventa una meravigliosa sintesi del nostro lavoro perché contempla un limitato numero di vini. È il club dei migliori centocinquanta vini secchi con le bollicine sottili che il nostro Paese produce, un circolo esclusivo di grandi sparkle che fanno invidia al mondo. Sono i migliori tra i mille inclusi nella versione completa della guida. Proprio per questo il club sarà fruibile in modo internazionale, grazie al nostro sito dedicato alla guida Sparkle in inglese. Questa la seconda importante novità. Il tema dell’internazionalizzazione lo avevamo aperto molti anni fa, nel 2008, prima del boom sul mercato mondiale del Prosecco Doc. Cambiammo il nome alla guida, introducendo il termine sparkle, che letteralmente significa scintillio e ovviamente spumeggiare, a fianco di Bere spumante. Era ed è la nostra proposta per presentare al mondo la tavolozza dei nostri vini secchi con le bollicine sottili. Il bellissimo termine spumante all’estero è sempre stato sinonimo di Asti. La proposta di uno spumante secco creava dei dubbi nel consumatore straniero che si aspettava quel gusto, ovvero l’espressione dell’Asti. Fenomeno che abbiamo sperimentato direttamente. Consapevoli del problema e che la sola parola vino non bastasse, prima che si diffondesse il termine bollicine, pensammo a qualcosa che potesse andare bene in un contesto internazionale e lanciammo l’utilizzo di sparkle, organizzando un talk show durante la prima dizione dello SparkleDay a Milano nel 2008, coinvolgendo i presidenti dei consorzi delle più importanti denominazioni italiane di vino spumante secco. Poi il termine bollicina ha iniziato a diffondersi e non solo in Italia, nei paesi anglofoni si usa bubbly. A maggior ragione quindi un termine che indichi l’insieme delle denominazioni italiane serve e noi puntiamo su sparkle.

Con questa edizione completiamo i nostri progetti nati diversi anni fa e siamo pronti per nuove sfide, consapevoli che i nostri campioni siano dei vini di razza di cui andare fieri e che amiamo raccontare.

Numeri

Dopo almeno quindici anni di euforia per il continuo alternarsi di crescita e consolidamento, la congiuntura politico-economica suscita più di qualche timore. Come ogni anno proponiamo uno spaccato che racconta lo stato della produzione, che è un indicatore della visione dei vitivinicoltori, e i numeri dell’export.

TipologiaDOCGDOCIGTGENERICIVARIETALITotale
2024/2025207,8620,57,9206,269,21.111,6
2023/2024214,4587,37,5203,867,91.080,9
Variazione-3,1%5,6%5,3%1,2%1,9%2,8%
In milioni di bottiglie. Nostra elaborazione di dati Icqrf

Nella campagna dal primo agosto 2024 al 31 luglio 2025 solo nelle Docg si riscontra una piccola decrescita: una riduzione dell’Asti di oltre sei milioni di bottiglie, una del Franciacorta di due milioni e una crescita del Conegliano Valdobbiadene sempre di due sono le variazioni più cospicue. Il resto dei numeri mostrano un certo ottimismo in un sistema ormai consolidato a ben oltre il miliardo di bottiglie.

Tanta produzione, ma riguardo alle vendite all’estero ci si aspetta un effetto dazi. Parola ai dati doganali Istat che nel momento in cui scriviamo sono disponibili fino a luglio 2025 e, come era lecito attendersi, non risentono ancora in modo evidente degli attriti economici. Un miliardo e trecento milioni le esportazioni di vino spumante, poco di più che nel 2024. Sappiamo che l’attesa dei dazi ha anche suscitato l’effetto di incrementare le esportazioni prima della loro entrata in vigore. Quest’anno la grande difficoltà è prevedere il risultato complessivo del 2025. Rifarsi ai ratei di crescita degli anni passati tra luglio e dicembre è fuorviante proprio per la presenza dei dazi. Era lecito prevedere a inizio anno di superare abbondantemente due miliardi e quattrocento milioni di euro, sfiorati nel 2024, se ci fermeremo a 2 miliardi e duecento, sarà un risultato importante.

Modi e mode

È anche il nome di una rubrica sulla nostra rivista “Cucina & Vini” e casca a fagiolo nel tirare le somme di ventiquattro annate di assaggi. Tanto è cambiato, a partire dalla natura che oggi non fatica certo a portare le uve a maturazione come accadeva fino a parte degli anni Novanta, talvolta eccede nel verso opposto oppure si manifesta in modo fin troppo vigoroso, creando non pochi problemi in vigna. Ma la competenza è aumentata ed è stata condivisa. La vera rivoluzione democratica si è fatta in cantina. Poche le aziende che già a inizio anni Duemila avevano sviluppato un know-how importante. La realtà è che tecniche e metodi sono alla portata di molti e oggi la vera differenza si fa in vigna, come per qualsiasi grande vino fermo. Tanti cambiamenti con una certezza, che la fisiologia del gusto, grazie a Dio, non si è modificata. Naso e palato lavorano allo stesso modo ormai da millenni e la piacevolezza non ha cambiato le regole. L’equilibrio gustativo è il segreto perché consente espressività olfattiva e garantisce appeal all’assaggio. Sono regole che non possono cambiare. Si cerca equilibrio in una pietanza a cui il vino si abbina e lo si cerca nel calice. La meraviglia oggi è che i nostri grandi tecnici sono diventati talmente bravi da riuscire a sconfiggere certe categorie con cui siamo cresciuti negli anni Ottanta e Novanta ovvero che i vini spumanti realizzati con metodo classico dovessero sapere principalmente di crosta di pane, per la loro lunga permanenza sui lieviti. Oggi assaggiamo vini che vivono questo contatto per dieci anni e più, conservando frutti e fiori in un tutto complesso e avvenente. La perizia è tale che capita però anche il contrario, vini che dopo tanti anni non presentano alcuna nota profonda ma solo aromi freschi meno complessi.

I premiati di Sparkle 2026

Quest’anno sono 92 le 5 sfere, le etichette che il nostro panel ha identificato come vini da non perdere. La Lombardia è la regina, con 31 allori, ben 29 in Franciacorta, 2 in Oltrepò Pavese; seguono il Trentino e il Veneto che di 5 sfere ne ottengono entrambi 21: tutte appannaggio del Trentodoc quelle in provincia di Trento, nel Veneto sono 18 quelle assegnate al Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore, 2 al Lessini Durello e una dell’Asolo Prosecco Superiore. Si passa poi al Piemonte premiato con 6 allori, tutti a beneficio dell’Alta Langa. Segue l’Alto Adige che di 5 sfere ne ottiene 4. E poi si passa al Centro Sud dove l’Abruzzo si distingue con 3 allori, seguito da Lazio e Puglia con 2, mentre un 5 sfere va a Sicilia e Umbria. Sono gli esiti di quasi cinque mesi di degustazioni che hanno visto il nostro panel impegnato in oltre duemilacinquecento assaggi, culminati nelle degustazioni finali, in cui sono state decretate le 5 sfere senza conoscere, come sempre, l’etichetta di ciascuna bottiglia. La chiusura dei lavori è rappresentata, come di consueto, dalla degustazione del vino dell’emozione, a cui accedono alcuni dei 5 sfere, proposti, durante le finali, dai diversi assaggiatori. Vino dell’emozione di Sparkle 2026 è il Trento Riserva R Brut 2017, esplosivo, sensuale, raffinato e convincente.

La prossima sarà la venticinquesima edizione della nostra guida, il traguardo di un lavoro impegnativo, un’attesa che vogliamo godere con voi in compagnia dei vini di Sparkle 2026.

Al NiteKong di Roma per cucina e mixology. Il 5 arriva Cracco

Nite Kong spinge oltre il concetto di pairing: nasce un linguaggio comune tra chef e bartender con ospiti illustri

La prima tappa del nuovo ciclo di serate firmate Drink Kong ha visto protagonista Edoardo Fumagalli, executive chef della Locanda Margon di Trento, una stella Michelin e una visione gastronomica che intreccia eleganza contemporanea e profondo rispetto per il territorio trentino. Classe 1989, Fumagalli è uno dei talenti più raffinati della nuova cucina italiana: dopo esperienze internazionali, ha plasmato alla Locanda una cucina che unisce tecnica, leggerezza e una sorprendente sensibilità vegetale. Si continua con un calendario lungo e interessante, venerdì 5 dicembre sarà la volta di Carlo Cracco!

Fuoco e ghiaccio per una narrazione comune

È questo spirito di dialogo che muove l’intera rassegna, un progetto pensato per superare il concetto classico di pairing e trasformarlo in un racconto a due voci. «Il food pairing non è una regola, è un incontro: tra la visione dello chef e quella del bartender, tra il fuoco e il ghiaccio, tra il sapore e la notte», spiega Patrick Pistolesi, fondatore di Drink Kong e Nite Kong. La struttura delle MidNite Chef Pairing Nights prevede infatti che ogni ospite lavori fianco a fianco con il team del bar, condividendo idee, ingredienti, atmosfere e persino riferimenti estetici. Ne nasce un menu in cui piatti e cocktail sono progettati insieme, come due capitoli dello stesso racconto.

Carlo Cracco: un ritorno al bar tra tecnica, territorio e spirits

Dopo l’apertura con Fumagalli, il 5 dicembre sarà la volta di Carlo Cracco, figura amatissima dal grande pubblico ma soprattutto professionista che mantiene un legame costante con il mondo del bar. Oltre ai suoi ristoranti – Cracco in Galleria, Cracco Portofino (una stella Michelin con lo chef Mattia Pecis) e la nuova prossima apertura a Roma – lo chef ha firmato negli anni una linea di spirits. Per la serata al Nite Kong porterà in anteprima assoluta il suo vermouth rosso, prodotto con vini romagnoli e costruito attraverso infusi di erbe; un prodotto dotato di note aromatiche di assenzio, arancio, cardamomo e pepe malabar, pensato per dialogare con la creatività del bar. Il menu del 5 dicembre seguirà la formula della rassegna: quattro creazioni dello chef alternate ai cocktail appositamente elaborati:

  • Alga nori e mortadella — con Canova San (gin e cordiale mediterraneo-giapponese)
  • Trota marinata e ricci di mare — con Watanabe (gin, orange, shochu, vanilla ricci di mare)
  • Polenta e bruscitt — con Olrac (gin, sherry, vermouth di Cracco, tartufo)
  • Dattero, pistacchio, yogurt e tartufo — con Igarashi, un mash-up tra Bloody Mary e Gimlet

Un percorso che intreccia territori, suggestioni marine, memoria lombarda reinterpretata e innesti contemporanei, con una costruzione estremamente coerente tra componenti solide e liquide.

Il progetto cresce: dalla sperimentazione all’evoluzione narrativa

Se la prima edizione era stata un esperimento ambizioso, oggi MidNite Chef è nella sua fase più matura.
«Il valore è nel dialogo», afferma Pistolesi. «E quest’anno vogliamo andare oltre: gli chef partecipano alla costruzione del percorso fin dall’idea, non solo nell’esecuzione. Non cerchiamo più la perfezione dell’abbinamento, ma un’unica storia vista da due punti di vista diversi.» La dimensione immersiva aumenta: luci, musica, proiezioni, ritmo del servizio entrano a far parte dell’esperienza. Non un semplice ascolto, ma una performance multisensoriale in cui ogni dettaglio sostiene la narrazione.

Il calendario dei prossimi appuntamenti

Dopo Cracco, la rassegna prosegue con una selezione di chef tra i più interessanti della scena italiana:

  • 22 gennaio – Davide Guidara, I Tenerumi, Vulcano — 2 stelle Michelin
  • 26 febbraio – Vania Ghedini, Oro, Belmond Hotel Cipriani, Venezia
  • 16 aprile – Nicola Somma, LAQUA Countryside, Ticciano
  • 14 maggio – Valentino Cassanelli, Lux Lucis, Forte dei Marmi
  • 8 giugno – Giancarlo Perbellini, Casa Perbellini, Verona — 3 stelle Michelin

Tutte le serate sono su prenotazione, con inizio alle 21.30 e un percorso di almeno quattro piatti e quattro cocktail. Costo: 150 € a persona.