Riso di Baraggia DOP: il “cru” del riso italiano che conquista gli chef

Quello di Baraggia è un riso che nasce da terreni poco fertili ma capaci di dar vita ad una materia prima di grande qualità

Tra Biella e Vercelli esiste un territorio sorprendente che è stato definito da molti la “savana d’Italia”. È la Baraggia: una pianura dura, modellata dai ghiacciai e segnata da terreni argillosi e venti freddi provenienti dalle Alpi. Un ambiente che per secoli ha messo alla prova gli agricoltori, ma proprio da questa terra difficile nasce oggi una delle eccellenze più sorprendenti della risicoltura italiana: il Riso di Baraggia Biellese e Vercellese DOP.

Quasi 20 anni di DOP

La DOP, riconoscimento europeo ottenuto nel 2007 che certifica il legame profondo tra prodotto e territorio e tutela una filiera agricola che qui rappresenta non solo economia, ma anche cultura e tradizione. Proprio per raccontare questo patrimonio si è svolto al Castello di Buronzo, nel cuore della Baraggia, l’evento “Riso d’Autore” promosso dal Consorzio di tutela con la collaborazione del Gruppo Maio, realtà piemontese impegnata nella valorizzazione gastronomica delle eccellenze del territorio. “Il nostro obiettivo è far conoscere sempre di più il valore di questa DOP e delle sue varietà storiche”, ha spiegato il presidente del Consorzio Carlo Zaccaria, sottolineando il ruolo fondamentale della ristorazione nel promuovere la qualità del riso italiano. L’evento al castello è stato anche il risultato di un lavoro corale svolto assieme all’Ente Nazionale Risi, un momento di confronto e valorizzazione che conferma quanto in questo territorio il riso sia molto più di una semplice coltura agricola. La strategia del Riso di Baraggia è chiara, produrre meno ma meglio, le rese sono inferiori rispetto ad altre zone risicole italiane, ma proprio queste condizioni più difficili contribuiscono a creare un prodotto con caratteristiche organolettiche distintive. La denominazione DOP garantisce inoltre un sistema rigoroso di controlli e tracciabilità lungo tutta la filiera, dalla coltivazione fino alla lavorazione e al confezionamento.

Il territorio della Baraggia: dove nasce un riso unico

Il terreno della Baraggia è molto particolare, di origine morenica si è formato dal ritiro dei ghiacciai alpini, compatti e ricchi di argilla; sono suoli meno fertili rispetto alle grandi pianure risicole italiane, ma è proprio questa apparente difficoltà che contribuisce a generare una qualità distintiva. Le correnti fredde provenienti dalle Alpi e le importanti escursioni termiche favoriscono una maturazione più lenta del chicco, che sviluppa una struttura compatta e una maggiore concentrazione di amido. Il risultato è un riso con ottima tenuta alla cottura e grande capacità di assorbire i sapori, caratteristiche particolarmente apprezzate dagli chef. Non a caso molti professionisti della cucina considerano la Baraggia una sorta di territorio d’eccellenza, paragonabile a un cru nel mondo del vino, dove il legame tra ambiente e prodotto diventa determinante per la qualità finale.

Perlatura e tostatura

Quando si parla di riso da risotto si sente spesso citare la “perla” del chicco. La perlatura è quella piccola zona bianca e opaca visibile al centro del chicco, ricca di amido ed è proprio questa caratteristica che permette al riso di rilasciare cremosità durante la cottura, rendendo possibile la tipica consistenza “all’onda” dei risotti italiani. Varietà come Carnaroli, Sant’Andrea o Arborio presentano una perlatura evidente, mentre altre, come il Baldo hanno una struttura più cristallina e compatta. In fase di cottura, un passaggio fondamentale è invece la tostatura: scaldando il riso in casseruola prima di aggiungere il brodo, l’amido presente sulla superficie del chicco si compatta leggermente. Questo processo permette al riso di mantenere meglio la struttura durante la cottura, evitando che i chicchi si rompano. Il risultato è un risotto in cui i chicchi restano ben distinti ma allo stesso tempo cremosi, con quella consistenza morbida e fluida che gli chef definiscono “all’onda”.

Le sette varietà del Riso di Baraggia DOP

Uno degli aspetti più interessanti della denominazione è la presenza di sette varietà storiche, ciascuna con caratteristiche gastronomiche specifiche.
Carnaroli Considerato il “principe dei risotti”, ha chicchi grandi e perlati e una straordinaria tenuta alla cottura. È la varietà preferita da molti chef perché riesce ad assorbire i condimenti mantenendo un cuore consistente.
Sant’Andrea È una delle varietà più rappresentative del territorio e storicamente legata alla tradizione piemontese. Viene utilizzato nella celebre panissa vercellese, ma la sua naturale cremosità lo rende ideale anche per risotti, supplì, arancini e preparazioni contemporanee.
Arborio È tra i risi italiani più conosciuti nel mondo, deve il suo nome al comune vercellese di Arborio. È apprezzato per la dimensione del chicco e per la capacità di creare risotti particolarmente avvolgenti.
Baldo Varietà cristallina e priva di perla, con chicco leggermente più piccolo rispetto al Carnaroli. In cucina offre un buon equilibrio tra consistenza e assorbimento dei sapori.
Loto Meno conosciuto dal grande pubblico ma molto interessante dal punto di vista gastronomico. Durante l’evento è stato utilizzato anche in preparazioni insolite, dal sushi fino a un dessert a base di crema di riso, dimostrando una versatilità sorprendente.
Balilla Una delle varietà storiche della risicoltura italiana, con chicco tondo e dimensioni ridotte. È particolarmente adatto a minestre, timballi e preparazioni dolci.
Gladio Appartenente alla categoria dei risi lunghi B, presenta chicchi sottili e allungati simili a quelli di alcune varietà asiatiche. È indicato per piatti in cui i chicchi devono rimanere ben separati.

Non solo risotto: la nuova versatilità del riso italiano

Uno degli aspetti più interessanti emersi durante l’evento è la crescente versatilità gastronomica delle varietà di Baraggia. Accanto ai risotti tradizionali, gli chef hanno proposto interpretazioni contemporanee: arancini, piatti creativi, dessert e preparazioni ispirate alla cucina internazionale, dimostrando come il riso italiano possa essere protagonista anche in contesti gastronomici innovativi. Varietà come il Sant’Andrea o il Loto, ad esempio, si prestano a utilizzi molto diversi tra loro, confermando la grande ricchezza della tradizione risicola piemontese.

Le nuove Ville al Mare nel luxury family resort pugliese

L’eleganza di un eco-resort nel cuore della pineta di Vieste, pensato per le famiglie e che per la stagione 2026 lancia una bellissima novità

Gattarella Family Resort, hotel luxury situato sul promontorio del Gargano, affacciato sulla baia di Vieste, perla della Puglia, incastonato in una pineta mediterranea progettata e preservata per abbracciare l’intera proprietà, presenta la novità per la stagione 2026: le “Ville al Mare” che rappresentano l’evoluzione naturale del Resort verso un concetto di luxury accessibile e familiare.

Le nuovissime “Ville al Mare”

Le Ville al Mare sono espressione di un concetto di “luxury a portata di mano”: eleganza, libertà e servizi family integrati, pensati per famiglie numerose, gruppi di famiglie con nonni o nanny, o per chi desidera vivere il resort con maggiore autonomia. Non un lusso ostentato, ma uno spazio esclusivo, indipendente e riservato, integrato nei servizi del Resort.  Ogni villa ha una superficie di 500 mq., di cui 160 mq. all’interno con ampi spazi abitativi. La natura non è semplice cornice del paesaggio, ma elemento dell’architettura e dell’identità del Gattarella Family Resort. L’integrazione ambientale, la tutela del verde e la valorizzazione del contesto naturale sono parte del progetto originario. Il concetto di eco-resort presso il Gattarella Family Resort si traduce in: rispetto del paesaggio, integrazione strutturale nella pineta, attenzione alla sostenibilità, educazione ambientale attraverso l’esperienza. “Dalla sua nascita come struttura ricettiva immersa nella natura ad oggi, Gattarella è diventato negli anni un punto di riferimento nel panorama italiano dell’ospitalità family, evolvendosi in un vero e proprio format riconoscibile, replicabile e distintivo. – spiega Gino Notarangelo, CEO di Gattarella Family Resort – “La sua crescita non è mai stata casuale: ogni ampliamento, ogni nuova soluzione abitativa, ogni servizio introdotto è stato pensato con una visione chiara e coerente. La gestione diretta rappresenta un elemento distintivo forte: l’ospite percepisce immediatamente la dimensione umana, l’attenzione personale e la cultura dell’ospitalità tramandata, con una storia di 60 anni di esperienza”.

L’Eco Luxury Resort pensato per le famiglie

Nato nel 1961, il Gattarella Family Resort nasce da una visione imprenditoriale profondamente legata al territorio e al concetto di ospitalità autentica per opera del Conte Rusconi di Milano. Un ingegnere visionario che ha visto da un granaio sulla Baia di Gattarella, un villaggio turistico con le prime forme di glamping per le famiglie di Milano. Oggi è un luogo dove la natura protegge e avvolge, la famiglia è al centro, il tempo diventa valore. La pineta è stata pensata e progettata per coprire il Resort, generando ombra naturale, comfort climatico e una sensazione di protezione e intimità. Gestito da 30 anni dalla Famiglia Notarangelo, prima con Natalino e Angela Notarangelo, e oggi con Gino Notarangelo, che ha contribuito a rendere il Gattarella Resort un posto autentico e unico, raggiungendo oggi 60 anni di attività. Situato nel cuore del Gargano e affacciato su una delle baie più suggestive della Puglia, il resort si è sviluppato nel tempo attraverso un percorso di crescita costante, fatto di investimenti, innovazione e cura per il dettaglio.

L’anima family del Gattarella Resort

Gattarella non è solo un resort: è una storia di famiglia. La famiglia Notarangelo ha costruito negli anni un modello di accoglienza fondato su valori autentici: presenza, ascolto, cura, continuità. La gestione diretta rappresenta un elemento distintivo forte: l’ospite percepisce immediatamente la dimensione umana, l’attenzione personale e la cultura dell’ospitalità tramandata. L’anima Family si evidenzia in una struttura organizzativa reale: ogni reparto, ogni procedura, ogni attività è pensata per facilitare la vacanza delle famiglie, alleggerendo la gestione quotidiana e restituendo tempo di qualità, proponendosi con il payoff “We Are Family”. La proposta del Gattarella Family Resort è ampia e modulare, pensata per rispondere a esigenze differenti: coppie, famiglie con uno o più figli, nuclei numerosi o gruppi multigenerazionali. Le soluzioni spaziano da camere immerse nella pineta a unità abitative indipendenti, fino alle soluzioni più esclusive. Ogni accommodation è progettata per garantire funzionalità, comfort e integrazione con l’ambiente naturale circostante.

Gattarella Family Resort
Località Lame le Canne71019
Vieste (Foggia)
Tel. 0884 703111
www.gattarella.it

L’enoteca romana che punta alla convivialità tra tapas e vini

Un’enoteca con cucina che celebra il rito della condivisione attraverso una proposta gastronomica ispirata all'autenticità del cicchetto.

Si chiama Grado Enoteca e si trova nel quartiere salario al civico 56 di via Alessandria. Questa enoteca con cucina vuole rompere gli schemi della ristorazione classica per proporre un’esperienza che punta alla convivialità con piatti da condividere e bottiglie da scegliersi direttamente in cantina.


L’enoteca senza carta dei vini!

L’identità di Grado è stata definita con il tempo da Riccardo Carascon, professionista di 26 anni che ha costruito la sua carriera partendo dal basso. Dieci anni fa i primi passi nell’eventistica, per muoversi poi con la formazione quale bartender esperto in miscelazione molecolare e old school, Riccardo è stato protagonista per quattro anni al ristorante Parnaso di Piazza delle Muse, dove ha scalato le varie posizioni: da bartender a bar manager, fino a conseguire il diploma da sommelier e diventare direttore di sala. “Mi è stato proposto di prendermi cura di questo locale e ho accettato la sfida – racconta Riccardo – ho iniziato praticamente da zero, aggiungendo un tassello alla volta per costruire quella che è l’identità di oggi, un’enoteca con cucina, con una grande ricerca sul mondo del vino”. Il lavoro del giovane sommelier, ampio e dettagliato, si traduce in una carta vini molto ricca e interessante, che ha una particolarità: non è scritta. “Porto io la gente al frigo o presento le bottiglie al tavolo – spiega Carascon – e questo è un tipo di approccio che la gente apprezza, perché ciò che bevono è esattamente quello che stanno cercando”. La selezione vinicola annovera circa 300 etichette, con un’attenzione maniacale ai piccoli produttori indipendenti e ai vitigni autoctoni. La cantina si compone per circa il 90% di referenze da tutto lo Stivale, e la restante parte proviene dall’estero.

Il concept: la condivisione al centro del tavolo

La cucina di Grado, prevalentemente italiana con contaminazioni regionali (grazie anche alle origini calabresi della proprietà), si adatta ai diversi momenti della giornata. Per la pausa pranzo, l’enoteca propone una formula smart a €12,00 che comprende una portata a scelta, contorno, acqua e caffè. Dall’aperitivo, Grado propone Il Rito del Cicchetto: al costo di €3,00 al pezzo, gli ospiti possono comporre il proprio percorso degustativo con bruschette artigianali condite con ingredienti di alta qualità. Spiccano fra tutti il Cicchetto Baccalà e crema di zucca, il Melan-duia (melanzana e ’nduja), e il ricercato Blu di Bufala con mandorle e miele. Per chi cerca un morso più strutturato, le Tapas (€9,00) offrono mini-versioni di piatti iconici del menu, come il Petto d’anatra, carotine burro e salvia e shrub ai lamponi o lo Yakitori di vitello alla beccafico. Tra i piatti à la carte troviamo specialità come il Polpo arrosto con chips di patata americana, il French toast, pastrami di tonno e maionese alle alici e una proposta più vegetariana, cavolfiore arrosto, hummus e gremolata artigianale.

Un viaggio fra le regioni e i territori
Per due sabati al mese, Grado organizza i percorsi regionali: serate a tema con 3 portate tipiche e 3 calici in abbinamento per far scoprire il panorama culturale e culinario italiano. Il calendario degli appuntamenti riprende da fine febbraio partendo dalla Sicilia e risalendo poi dalla Calabria e lungo tutto lo Stivale fino alle regioni alpine. Inoltre, la location è disponibile in esclusiva per eventi privati e feste, garantendo un’atmosfera intima e curata nei minimi dettagli.

Grado Enoteca
Via Alessandria, 56
Tel 06 2440 4792
Aperta dal lunedì al sabato

dalle 12:30 alle 15:00 e dalle 18:30-23:00

Quei vini low alcool moderni, nati da un’intuizione del passato

Da un'intuizione di 50 anni fa unita alle attuali esigenze di mercato, nasce Loal una nuova linea di vini a bassa gradazione

La storia di Gaierhof si intreccia da oltre settant’anni con quella della famiglia Togn, custode di una tradizione che ha saputo evolversi senza mai perdere il contatto con la terra. Il dialogo continuo tra territorio, grande lavoro in vigna e una buona lungimiranza ha portato dei nuovi frutti, parliamo della linea LOAL acronimo di Low Alcool Wines.

Storia di vino e di famiglia

Oggi a condurre l’azienda Gaierhof ci sono Romina, Valentina e Martina Togn. Tre sorelle che non stanno solo raccogliendo i frutti di un’eredità importante, ma stanno soprattutto costruendo basi solide per continuare la grande storia di famiglia a cui ha dato inizio nonno Germano Togn, mediatore di uve che nel 1940 decide di iniziare a vinificare in proprio e commercializzare vino sfuso tra il Trentino-Alto Adige e l’Europa centrale. In pochi anni costruisce una rete solida, acquistando quattro cantine nella regione. Nel 1976 il capostipite Germano passa il testimone al figlio Luigi, papà delle tre sorelle che purtroppo è venuto a mancare quattro anni fa, ma il ricordo che ne conservano le figlie insieme al ruolo importante che ha avuto nell’evoluzione della viticoltura trentina, ci consegnano il ritratto di un uomo profondamente legato alla terra nelle sue due accezioni di significato: il territorio certamente ma anche la terra intesa come luogo di un lavoro duro e sacrificante, a cui il signor Luigi Togn non si è mai sottratto. E se è vero che l’esempio è la miglior forma di educazione, possiamo dire senza indugi che le figlie hanno imparato perfettamente dal padre e ce lo confermano le parole di Martina, più piccola delle tre oggi manager della cantina “Produrre vino per noi significa custodire la storia e allo stesso tempo scriverne una nuova ogni giorno. Significa ascoltare il territorio, rispettarlo, valorizzarlo. E farlo come famiglia, con le nostre differenze, le nostre competenze, ma uniti da una visione comune. Gaierhof è tutto questo: un racconto trentino che continua, con passione e responsabilità.”

Gaierhof: il privilegio di nascere in Trentino

Il payoff dell’azienda racchiude buona parte della filosofia aziendale. Il doppio legame con la regione in cui tutto è nato la famiglia Togn l’ha tradotto così “il privilegio di nascere in Trentino” e ha scelto come quartiere generale il piccolo comune di Roverè della Luna ai confini con l’Alto Adige, un luogo che è da sempre crocevia di cultura alpina, savoir-faire enologico e microclimi perfetti per i bianchi aromatici e i rossi decisi. Fin dalle origini, la famiglia Togn ha costruito un modello di viticoltura fatto di relazioni solide e durature con piccoli e medi conferitori distribuiti nelle aree più vocate della regione. I vigneti da cui provengono le uve si trovano in alcune delle zone più iconiche della viticoltura trentina: a Roverè della Luna, nascono pinot grigio, traminer aromatico e moscato giallo. Nella Val di Cembra, culla dell’eroica viticoltura di montagna, il müller thurgau e il riesling. Sulla Piana Rotaliana, considerata da sempre la patria del teroldego, si coltiva questo vitigno autoctono con un carattere deciso e un profilo territoriale fortissimo, mentre le Colline Avisiane, tra Lavis e Pressano, accolgono varietà come nosiola, pinot nero e sauvignon, espressioni intense e raffinate di un terroir dalle mille sfacettature e dinamico. E poi la Vallagarina, dove trovano casa il marzemino, vino rosso gentile e fruttato tanto amato da Mozart, e lo chardonnay, che qui acquista struttura e potenziale evolutivo. Il risultato è una collezione di vini che raccontano il Trentino nella sua interezza: una terra unica e articolata, fatta di alture e pianure, di brezze alpine e giornate assolate.

Non chiamateli dealcolati (perché non lo sono)

Non si tratta di vini dealcolati né di semplici prodotti di tendenza, ma di una scelta enologica ben radicata, maturata dopo un’attenta riflessione sul futuro del vino e sul modo in cui le persone, soprattutto le nuove generazioni, vogliono oggi avvicinarsi a questo mondo”. Martina Togn ci tiene a precisare subito che l’idea di proporre dei vini a bassa gradazione è una risposta alle nuove esigenze dei consumatori, ma per Gajerhof parte da molto lontano ed è un filrouge che attraversa la storia imprenditoriale della famiglia Togn sin dagli anni ’70 quando papà Luigi ebbe l’intuizione di produrre un Moscato Giallo ispirato al metodo tedesco della Süßreserve: vino amabile a basso grado alcolico ottenuto bloccando la fermentazione e aggiungendo mosto non fermentato prima dell’imbottigliamento. «Fu un’idea audace per l’epoca”  racconta la primogenita Romina Togn  “nostro padre aveva compreso che un vino aromatico, leggero e versatile poteva parlare anche a un pubblico nuovo. Quella bottiglia rotonda e trasparente, così diversa da tutte le altre, ha accompagnato un’intera generazione e continua ad essere presente sulle tavole nei momenti di convivialità». Ed oggi a distanza di cinquant’anni quell’intuizione del padre diventa prezioso alleato delle figlie e base dei vini LOAL: vini accessibili nel prezzo, contemporanei, inclusivi, pensati per chi cerca gusto e identità senza eccessi.

I vini Loal, facili da bere ma non semplici da fare

I tre vini della linea LOAL nascono grazie ad un lavoro attento sulla materia prima, selezionando sole uve provenienti dalla Piana Rotaliana che permettono di ottenere vini freschi, fragranti e dalla spiccata personalità. “Il fulcro della produzione sta nel combinare la scelta delle uve con la tecnica sperimentata da nostro padre decenni fa – racconta Valentina Togn – il tutto all’interno del disciplinare della IGT Vigneti delle Dolomiti, che ci permette di operare con un potenziale alcolico di partenza più basso. Per il bianco vengono utilizzate le stesse basi degli spumanti, come Chardonnay e Pinot Bianco, le cui uve vengono vendemmiate in anticipo e hanno quindi una gradazione contenuta e una spiccata acidità. Il rosato invece nasce da una base di Schiava, con una piccola aggiunta di Lagrein per l’aspetto cromatico e anche quella interessante rotondità in fase di assaggio. “Il passaggio cruciale, così come avviene per il nostro Moscato, è l’aggiunta di mosto dolce non fermentato prima dell’imbottigliamento – spiega Valentina – che non solo abbassa la gradazione alcolica finale, portandola a 9 gradi, ma conferisce anche una naturale e piacevole dolcezza che bilancia perfettamente l’acidità ed esalta i profumi”.

Perfetti sempre, specialmente con la pizza!

I vini della linea LOAL di Gaierhof non sono concettuali e men che meno da meditazione. E non tanto perché sono a bassa gradazione alcolica, ma perchè nascono da un obiettivo chiaro e netto: proporre dei vini diretti, leggeri ma che restino comunque dei vini con tutta la loro struttura. Grazie alla bassa gradazione alcolica, il bianco ed il rosato LOAL sono perfetti a pranzo quando si ha voglia di bere qualcosa di buono ma senza appesantirsi particolarmente. Sono basi ideali per cocktail freschi a base di frutta, al calice serviti freddi sono la scelta ideale per chi anche la sera vuole concedersi una buona bevuta e poi rimettersi alla guida senza rischi. Ed infine, questi vini trovano il match perfetto con la pizza come per esempio quella napoletana del maestro pizzaiolo Enzo Coccia, la cui seconda sede de La Pizzeria La Notizia è stata scelta per un bellissimo incontro con la stampa. Per l’occasione è stato studiato un menu degustazione autenticamente napoletano – tra mpustarelle, calzone classico e margherita – anche per sottolineare che quando si tratta di eccellenze, le distanze chilometriche rappresentano solo un ponte per la connessione.







Cantina Sankt Pauls Kalkberg, la fine tensione del Pinot Bianco

Prima annata del Kalkberg del nuovo corso di Cantina Sankt Pauls. Figlio dell’alta collina, convince al primo incontro per sedurre nel tempo

Realtà associativa storica di San Paolo, frazione di Appiano in Alto Adige, festeggerà il centoventesimo compleanno nel 2027 (nella foto di apertura vigneti non lontano dal centro; foto di Alex Filz). Parliamo della Cantina Sankt Pauls che conta 190 soci viticoltori per una totale di 185 ettari di vigneti. Ciò che colpisce, visitando l’azienda, è la struttura della cantina, datata 1907 e pensata con criteri avveniristici per l’epoca, essendo disposta su ben quattro livelli in modo di sfruttare la gravità per il movimento del vino. Cantina Sankt Pauls è sempre stata una realtà solida, che in passato, forse, mancava un po’ di vivacità.

Cantina Sankt Pauls, il nuovo corso

Il 2023 è un anno importante e di passaggio della Cantina che ottiene la certificazione Sqnpi per la produzione in accordo ai canoni di lotta integrata. E poi l’arrivo del nuovo kellermeister Philipp Zublasing. Il consiglio di amministrazione dà all’enologo il mandato di intraprendere un percorso di rinnovamento vinicolo per esaltare al massimo il linguaggio di ciascun vigneto, interpretandolo soddisfacendo canoni di qualità, finezza e dinamica. C’è da aggiungere che Zublasing, dopo tante esperienze all’estero e in Alto Adige, torna in qualche modo a casa perché è originario di Missiano, località al confine con San Paolo, dove lo aspetta un’ulteriore sfida: è il luogo che ospita il vigneto più antico di Pinot Bianco, quello che genera la Riserva Sanctissimus di Cantina Sankt Pauls. Sfida che evidentemente l’enologo sta già affrontando visto che in cantina ci sono già le vendemmie 2023, 2024 e 2025 del Sanctissimus, ma per la cui uscita dobbiamo ancora avere molta pazienza!

Philipp Zublasing in una parcella del Kalkberg (foto di Thilo Weimar)

Vini che raccontano il territorio

Prima di Kalkberg 2023, assaggiato in anteprima a fine gennaio scorso, negli ultimi due anni abbiamo avuto la possibilità di degustare, sia i vini della linea classica che quelli della linea selezione, ritrovando in pieno quelli che erano gli obiettivi posti all’enologo dall’azienda. Focalizzando sul Pinot Bianco che è il vitigno bianco principe dell’Alto Adige e anche quello sui cui l’azienda ha sempre puntato per vocazione, il Plötzner 2024 ha un’espressività netta, in cui i tratti somatici tipici dell’uva sono ben identificabili, come la fresca e polposa nota di nocepesca, in un insieme vitale e articolato che anticipa una bocca di grande dinamica ed equilibrio, dalla bevibilità non comune, grazie anche al finale delicatamente e lungamente salino. È figlio di vigne poste nella località che dà il nome al vino, tra cinquecentocinquanta e seicentocinquanta metri di altitudine, a meno di cinque chilometri dalla sede della cantina, dove il terreno è morenico calcareo, con presenza di porfido nel suolo. Le forti escursioni termiche caratterizzano il vino poiché alle spalle dei vigneti si erge la catena della Mendola che nelle ore notturne porta alle quote collinari brezze molto fresche, estremamente caratterizzanti le uve in maturazione.

I vigneti dedicati al Plötzner, dietro il gruppo della Mendola (foto di Thilo Weimar)

Alto Adige Pinot Bianco Kalkberg 2023

Venendo al Kalkberg 2023, nasce da principalmente da quattro parcelle, poste sempre non lontano da San Paolo nei dintorni di Berg, che giacciono su terreni calcarei dolomitici, ricchi di ghiaie; alla spalle il monte Macaion, estremo nord occidentale del gruppo della Mendola, che tanto fa per queste uve. Siamo a un’altitudine compresa tra quattrocentosessanta e cinquecentoottanta metri. L’annata è stata laboriosa in vigna perché piuttosto arida in primavera e caldo-umida in estate, con attacchi fungini che hanno richiesto molto impegno, mentre in altre zone d’Italia sono stati devastanti. È seguito un settembre perfetto che farà ricordare questo millesimo nell’area di San Paolo come poco generoso ma di ottima qualità, lo dimostra la vendemmia di uve perfette nell’ultima settimana di settembre. Dopo la pressatura a grappolo intero la massa ha fermentato e affinato per dodici mesi, parte in acciaio e parte in tonneau di rovere, prevalentemente di secondo e terzo passaggio. All’’imbottigliamento è seguita una sosta di almeno dieci mesi prima della commercializzazione di sole cinquemiladuecento bottiglie dell’annata 2023.

Nel calice si dichiara con grande finezza nella sua dialettica fruttata e floreale, con agrumi e nocepesca in evidenza, percorsi da netti respiri minerali di salgemma e selce. La bocca è generosa, vitale, vibrante, dalla nitida impronta salina, caratterizzata dal frutto e da una profondità minerale che inizia a proporre qualche tocco più scuro; promette di raccontarsi per ancora molti anni, suggerisce un nuovo assaggio tra almeno cinque e probabilmente per tanto tempo ancora a beneficio di chi beve con passione.

A Roma nel quartiere Eur apre Bassa! Pizza Romana Popolare

La nuova pizzeria nel quartiere Eur che porta la pizza romana all’estremo della croccantezza e mantiene una promessa: è veramente popolare!

Continua la rimonta della pizza romana nella Capitale, con questa nuova apertura nel quartiere Eur Torrino dove arriva BASSA! – Pizza Romana Popolare, una pizzeria che mette al centro la pizza romana autentica, quella sottile, croccante e rigorosamente stesa al mattarello.

Bassa! Pizza Romana Popolare non è una pizzeria nostalgica e non punta all’effetto wow con topping gourmet. Alla base di questo progetto infatti c’è molta concretezza, da una parte la volontà di recuperare l’identità popolare della pizza romana e dei suoi fritti storici e dall’altra lavorare con consapevolezza tecnica sugli impasti, sulla fermentazione e sulla ricerca delle cotture. È una pizzeria popolare nel senso più ampio e contemporaneo del termine: accessibile, conviviale, romana. Un luogo dove la semplicità degli ingredienti è una scelta progettuale precisa, affiancata da una ricerca tecnica attenta.

Bassa, non solo la pizza!

Bassa e croccante, come deve essere la pizza romana ma in questa nuova insegna del quartiere Eur Torrino il concetto di “bassa” assume anche altri significati. Innanzitutto significa restare essenziali, non inseguire l’eccesso quando non serve, lasciare spazio al prodotto e alla tecnica. Restare bassi incarna la volontà di mantenere una semplicità voluta, costruita con metodo, che diventa il fondamento del progetto. Il nome diventa così una dichiarazione di stile e un piccolo manifesto gastronomico: niente sovrastrutture, niente effetti speciali, solo mestiere, equilibrio e gusto romano. Ecco la missione di Andrea Previtera Stefano Rinaldi, entrambi classe 1993 soci anche in questo nuovo progetto, visto che il loro percorso imprenditoriale nasce nel 2018 con Lievito Pizzerie, realtà che conta a oggi 4 sedi in città. I due imprenditori arrivano nel mondo della pizza percorrendo altre strade, Privitera si è laureato in economica e Rinaldi in Giurisprudenza e ora con BASSA scelgono di concentrarsi su un progetto ancora più identitario. “Sentivamo il bisogno di lavorare su una pizzeria popolare esclusivamente romana – spiegano – non una caricatura nostalgica del passato, ma un’interpretazione consapevole del presente: un luogo che recuperi la tradizione della pizza romana e dei suoi fritti, evolvendo però dal punto di vista tecnico su impasti, digeribilità e ricerca della croccantezza.”

Un lavoro di squadra, a partire dalla brand identity

Niente effetto nostalgia e neppure l’estremismo gourmet. La strategia narrativa di Bassa! è partita da questi due concetti intorno ai quali Francesca Riganati, professionista specializzata in brand identity, ha creato un’identità visiva e comunicativa chiara ed immediata. Anche la parte grafica firmata da Alessandro Alimonti, punta su un linguaggio diretto: lettering deciso, scelte cromatiche urbane e una comunicazione immediata che rafforza il carattere popolare e contemporaneo del brand. L’idea di “stare bassi”, manifesto del concept, si riflette anche nel progetto degli spazi, con scelte essenziali che richiamano l’atmosfera delle pizzerie popolari con un respiro attuale. Due sale interne per circa 60 coperti e presto con la bella stagioni ce ne saranno una trentina esterni, al centro della sala una grande lavagna con insegna al neon anni ’80 diventa il fulcro visivo e narrativo dello spazio.

Pizza, calzoni e fritti

Per l’offerta gastronomica è stato coinvolto David Boncompagni (classe 1997) pizzaiolo responsabile della pizzeria Slice di Ostia, che per Bassa ha realizzato un impasto partendo da un prefermento a biga, con media idratazione e una maturazione che va dalle 24 alle 30 ore. Il risultato è una pizza super croccante in grado di resistere alla legge della fisica, quindi non crolla neanche quando la farcitura è umida come nel caso dei topping al pomodoro. La cottura segue la tradizione della scuola romana, con il bordo leggermente bruciato che esalta il carattere rustico e fragrante della pizza. Il menu si articola tra pizze classiche bianche e rosse e alcune speciali da ispirazione romana come la  Pollo e Patate e la Vegana, con ceci e misticanza ripassata.

Lato fritti, si naviga nel mare “confort” della tradizione quindi supplì al pomodoro o polpetta fritta al sugo e poi, un grande classico della Capitale: i calzoni! Questi realizzati in doppia cottura, prima fritti e poi terminati in forno, sono farciti con salsiccia e broccoletti, pomodoro e fior di latte, funghi e prosciutto cotto. Si chiude con i I KØNI, micro calzoni cotti al forno, tagliati e spennellati con burro fuso e zucchero di canna, con farciture che richiamano la memoria delle merende anni ’80. Lato prezzi, sono popolari come da promessa nel nome, quindi pizze che vanno dai 7 ai 12 euro (solo le speciali arrivano a 15), fritti dai 3 ai 5 euro e calzoni dai 9.50 ai 13 euro.

Da bere, vini e birre del Lazio

Si resta nel territorio, qua esteso alla regione, anche per la parte del bere con una carta vini esclusivamente laziale curata dall’enologo Edoardo Maria Bove, che ha costruito una carta dedicata ai vini del Lazio provenienti da vignaioli indipendenti che lavorano nel rispetto della terra e delle tradizioni locali. Non manca ovviamente la birra, alla spina trovano spazio alcune referenze classiche e riconoscibili, accanto alle birre artigianali romane del birrificio Rebel’s, che portano in carta stili contemporanei come keller pils, blanche, session IPA e NEIPA. A dirigere la sala c’è Giulia Corallini (classe 1995), laureata in Cinema e Teatro, ha alle spalle oltre dieci anni di esperienza nella ristorazione. Coordina un team giovane di quattro persone, dando forma a un servizio informale ma curato, in linea con lo spirito di BASSA: diretto, conviviale e garbatamente romano.

BASSA! Pizza Romana Popolare
Largo Santa Maria Stella dell’Evangelizzazione, 3
Roma
Tel. 376 2974814
Sempre aperta dalle 19 alle 23

Pasqua in Croazia. Ecco cosa visitare e… mangiare!

Esperienze di viaggio che uniscono patrimonio storico, ritualità religiose ed eccellenze enogastronomiche tra Adriatico ed entroterra.

Con l’arrivo della primavera e i ponti pasquali, la Croazia si presenta come la destinazione ideale per una fuga all’insegna di cultura, tradizioni e sapori autentici. A poche ore dall’Italia, tra borghi affacciati sull’Adriatico e città ricche di storia, il Paese offre l’opportunità di vivere una vacanza intensa e coinvolgente, dove riti secolari ed eccellenze enogastronomiche si intrecciano in un’esperienza autentica.

Tutto il gusto della Croazia!

Sulle tavole croate la Pasqua è un momento profondamente sentito, in cui spiritualità e tradizioni gastronomiche si intrecciano dando vita a riti antichi e sapori autentici. In occasione del Venerdì Santo, giorno di digiuno e astinenza dalla carne secondo la tradizione cattolica, sulle tavole arrivano piatti semplici ma ricchi di storia: nella parte continentale del Paese si preparano specialità come fagioli, frutta cotta, pasta con noci e semi di papavero, oltre a pesci d’acqua dolce come carpa e luccio. Lungo la costa, in Dalmazia e in Istria, protagonisti sono invece i frutti di mare e i prodotti ittici, interpretati secondo ricette tramandate di generazione in generazione. Il Sabato Santo è dedicato alla benedizione dei cibi pasquali: pane, uova, prosciutto e dolci tradizionali vengono portati in chiesa per essere benedetti, in un rito che unisce comunità e famiglie in tutto il Paese. La Domenica di Pasqua è, infine, il momento della festa, in cui le famiglie si riuniscono attorno a tavole imbandite dove non mancano il prosciutto e i dolci tipici. Nella Croazia continentale il pranzo celebra spesso l’agnello o il pollo, mentre nelle regioni costiere si affiancano piatti a base di pesce bianco e l’immancabile agnello, simbolo della tradizione pasquale. Tra le tante pietanze tradizionali spicca la pinca, dolce croato che viene preparato soprattutto nel periodo pasquale ed è caratterizzata da un profumo intenso e avvolgente. 

La processione nell’isola più soleggiata dell’Adriatico

Sull’isola di Hvar – la più soleggiata della Croazia con una media di 2.726 ore di sole l’anno – la Settimana Santa è caratterizzata da un avvenimento storico, patrimonio culturale immateriale riconosciuto dall’UNESCO: la processione Za Križen, evento che permette di viaggiare non solo nello spazio, attraversando sei pittoreschi paesini, ma anche nel tempo, immergendosi in usanze secolari. Nella notte tra il Giovedì e il Venerdì Santo, dai paesini di Jelsa, Pitve, Vrisnik, Vrbanj, Svirče e Vrboska partono processioni guidate da fedeli, penitenti e confraternite locali, con al centro il crucifero. L’intero percorso si svolge sotto la luce tenue di candele e ceri, accompagnato dai canti religiosi dei kantaduri (cantori). Durante la processione, il crucifero porta la croce per tutta la notte, spostandosi dalla propria parrocchia alle chiese degli altri paesini circostanti, in un percorso simile alla Via Crucis. All’alba, dopo aver compiuto il giro delle sei chiese, la croce ritorna alla parrocchia di partenza. Il tratto finale, di circa cinquanta metri, viene percorso di corsa, accompagnato dalla preghiera e dalla devozione dei fedeli, creando uno dei momenti emotivamente più intensi dell’intera manifestazione. Lungo tutto il percorso, che supera i venti chilometri, la partecipazione richiede attenzione e rispetto, ma offre un impatto emotivo straordinario, soprattutto per il crucifero, il cui ruolo è atteso con onore per anni.

Per maggiori informazioni https://croatia.hr/it-it 

Milano brinda al Roero: la DOCG piemontese conquista la scena meneghina

Da Roma a Bologna, passando per Napoli il Consorzio Tutela Roero sceglie il capoluogo lombardo per l’ultima tappa del suo viaggio enologico

Si è chiuso a Milano il percorso itinerante del Consorzio Tutela Roero: un vero e proprio viaggio enologico che negli ultimi mesi ha portato la denominazione piemontese al centro delle principali piazze del Paese. 

Il Roero oggi: qualità, coerenza e prospettiva

Dopo Roma, Napoli e Bologna, il Roero in Tour chiude in grande stile nel capoluogo lombardo, città simbolo di raffinatezza e innovazione, ancora attraversata dall’onda lunga dei Giochi Olimpici Milano Cortina 2026. In uno scenario naturalmente vocato al confronto internazionale, i vini del Roero hanno mostrato la loro contemporaneità e il loro stile identitario, in un dialogo dinamico con operatori del settore e stampa specializzata. “Portare i vini del Roero a Milano significa affermare con forza la maturità e l’ambizione della nostra denominazione – sottolinea Massimo Damonte, Presidente del Consorzio Tutela Roero – Il Roero oggi non è più solo una promessa, ma una realtà consolidata che esprime qualità, coerenza e prospettiva. Con le nostre cinque tipologie raccontiamo un territorio capace di evolversi senza tradire la propria identità: dai rossi eleganti e longevi ai bianchi di grande finezza e verticalità, fino alle versioni spumante che interpretano con dinamismo l’Arneis”. La scelta di chiudere il tour con la tappa di Milano, città simbolo di innovazione e visione internazionale, vuole mandare un messaggio chiaro e inequivocabile: ribadire che il Roero vuole essere protagonista nel dialogo tra tradizione e futuro, in Italia e sui mercati esteri.

L’incontro con la cucina stellata di Andrea Aprea

Al centro dell’incontro la degustazione delle etichette di alcune delle cantine del Consorzio in abbinamento a un percorso gastronomico di altissimo livello ideato dallo chef Andrea Aprea: dalle bollicine alle riserve, l’incontro con la cucina dello chef di origini napoletane ha permesso di raccontare tutte le espressioni del Roero, dimostrando quanto la tradizione e l’evoluzione qualitativa non siano poli opposti, bensì elementi complementari di una stessa narrazione. Il Roero in Tour si chiude con un bilancio più che positivo: la DOCG piemontese si conferma una realtà in grado di sorprendere tanto per la qualità dei propri vini tanto per il fascino paesaggistico e per la consapevolezza dei produttori. 

Oleoturismo – presentato il Secondo Rapporto

L’Italia dell’oleoturismo registra un incremento del 37,1%

Superato il periodo nel quale l’oleoturismo veniva considerato come un fenomeno turistico gastronomico di nicchia, tra il 2021 e il 2024, ha registrato un incremento eclatante del 37,1% nelle partecipazioni alle esperienze che ruotano attorno a uno dei pilastri della cultura del cibo del Belpaese, l’olio extravergine d’oliva.

L’Italia dell’oleoturismo registra un incremento del 37,1%

Presentazione

Questa novità, dimostrata lo scorso 25 febbraio, presso la Fondazione Evooscool a Roma, durante la presentazione del Secondo Rapporto sul Turismo dell’Olio promosso dall’Associazione Nazionale Città dell’Olio, Coldiretti e Unaprol, curato da Roberta Garibaldi, evidenzia il crescente consolidamento strutturale e infrastrutturale sempre più dinamico per l’immagine, le buone pratiche e i benefici nell’oleoturismo che rappresenta la civiltà e l’evoluzione culturale e colturale di ogni comunità olivicola.

Secondo quanto emerso dalla suddetta indagine il turismo dell’olio attira attualmente oltre il 55% dei visitatori provenienti da mercati chiave come Germania, Francia, Stati Uniti, Regno Unito e Austria. Dal lato domestico il 70% degli italiani ha espresso il desidero di scoprire aspetti salutistici (65%), varietali (60%) e culturali (60%) dell’olio attraverso degustazioni di olio extravergine di oliva con abbinamenti gastronomici locali, visite ai frantoi anche a quelli storici (ad es. ipogei) e acquisti in azienda. Non manca la voglia per esperienze immersive come itinerari tra ulivi secolari o cene in uliveto (scelte dal 71%) in un paese come l’Italia che vanta il primato mondiale del patrimonio olivicolo-oleario con oltre 619 mila imprese olivicole e più di 500 cultivar.

Sul fronte geografico Toscana (29%) e Puglia (28%) si piazzano ai primi posti in termini di attrattività, seguite da Sicilia (20%), Umbria (18%) e Liguria (15%), mentre è in ascesa l’interesse per territori rinomati per la qualità eccelsa del prodotto o distinti da una forte impronta storica e paesaggistica. Per quanto concerne la spesa si segnalano differenze tra mercati: in Europa prevale una fascia tra 20 e 40 euro, invece i turisti statunitensi mostrano maggiore propensione al segmento premium, con un 30% disposto a spendere tra 60 e 100 euro.

L’Italia dell’oleoturismo registra un incremento del 37,1%

Gli interventi

L’oleoturismo, come evidenzia questo secondo rapporto, non è più una nicchia per appassionati, ma un pilastro della nostra economia rurale – racconta David Granieri, Presidente di Unaprol e Vicepresidente nazionale Coldiretti – Grazie alla spinta sulla multifunzionalità dagli agriturismi alle fattorie didattiche, fino alla vendita diretta i nostri olivicoltori non vendono solo un prodotto straordinario come l’olio Evo, ma offrono un’esperienza di civiltà. Ogni bottiglia racchiude il lavoro di chi presidia territori spesso difficili, preservando il territorio dall’abbandono garantendo la bellezza di quei borghi che sono il cuore pulsante del nostro Paese. Il turismo dell’olio si conferma uno strumento formidabile per contrastare lo spopolamento delle aree interne e per promuovere un turismo di prossimità, sostenibile e destagionalizzato. La Fondazione Evooschool, costituita dalla Coldiretti, è impegnata a supportare gli operatori della filiera, con iniziative di formazione mirate alla crescita professionale necessaria per offrire servizi oleoturistici di elevato standing, in grado di soddisfare le crescenti aspettative dei turisti sia italiani che stranieri”

Il Secondo Rapporto sul Turismo dell’Olio conferma che l’oleoturismo non è una moda passeggera, ma una leva strategica per lo sviluppo sostenibile e la valorizzazione delle aree rurali – afferma Michele Sonnessa, Presidente dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio.  L’olio Evo è più di un prodotto: è paesaggio, biodiversità, cultura viva e racconto delle comunità. Per trasformare l’interesse dei turisti in valore reale, serve un’offerta strutturata e di qualità. Per questo, insieme ad Unaprol, stiamo costituendo il primo Club di Prodotto sul Turismo dell’Olio, per mettere in rete aziende, frantoi, ristoratori, oleoteche e operatori del turismo esperienziale. Il Club favorirà promozione integrata, commercializzazione, formazione, servizi digitali e supporto alle imprese. L’oleoturismo è scoperta, relazione e cura del territorio: va progettato con le comunità dell’olio per generare ricadute economiche, culturali e sociali durature. Il Rapporto indica la strada: rafforzare il legame tra produzione e accoglienza, anche nei piccoli comuni e nelle aree interne, trasformando l’Italia dell’olio in un grande itinerario del gusto e dell’identità.”

“In questo contesto – aggiunge Antonio Balenzano, Direttore Associazione Nazionale Città dell’Olio, si promuovono progetti come la Giornata Nazionale «Camminata tra gli Olivi» e la «Merenda nell’Oliveta». Entrambe le iniziative hanno dimostrato come l’oliveto possa diventare un luogo di incontro e di esperienza, capace di avvicinare un pubblico sempre più ampio alla cultura dell’olio con un’attenzione particolare al coinvolgimento delle comunità locali e alla costruzione di un’offerta turistica coerente con le specificità dei territori. Ed inoltre, è stato di recente siglato un Protocollo d’Intesa tra l’Associazione Nazionale Città dell’Olio (ANCO) e l’Ispettorato Nazionale del Lavoro (INL): un sodalizio che stabilisce e ufficializza, per la prima volta, le Linee Guida per la Raccolta Turistica delle Olive, su tutto il territorio nazionale nell’intento di qualificare l’offerta turistica italiana, permettendo ai visitatori di vivere un’esperienza unica in sicurezza ma supportando la diversificazione del reddito degli olivicoltori e delle aziende agricole.

L’Italia dell’oleoturismo registra un incremento del 37,1%

Conclusioni

“L’olio extravergine di oliva non è solo un prodotto alimentare: è cultura, paesaggio, identità e racconto dei territori. L’oleoturismo rappresenta oggi una leva strategica per la rigenerazione delle aree rurali e per il rafforzamento del legame tra comunità, visitatori e filiera produttiva” – dichiara Roberta Garibaldi a capo della squadra che ha svolto il lavoro di ricerca, allargando l’orizzonte geografico rispetto ai risultati del primo Rapporto (2023) incentrandolo sul mercato domestico.

Nonostante considerevoli eventi diversi legati a cambiamento climatico, calamità naturali e congiunture socioeconomiche che abbiamo vissuto nello scorso anno, l’Italia dell’Olio Extravergine d’Oliva ha registrato nella campagna olearia 2025/2026 una crescita del 30% rispetto al 2024, con circa 300.000 tonnellate stimate.

Di seguito all’entrata in vigore del Decreto del 26 gennaio 2022 del Ministero delle Politiche Agricole (pubblicato in G.U. il 14 febbraio 2022), che equipara l’oleoturismo all’enoturismo, definendolo a tutti gli effetti come un’attività agricola connessa e fissando le linee guida, i requisiti e gli standard minimi di qualità e della Legge 28 febbraio 2024, n. 24 che riconosce il ruolo attivo degli agricoltori nella protezione del territorio, nella prevenzione del rischio idrogeologico e nella lotta all’abbandono delle aree rurali, le attività imprenditoriali odierne svolte da ogni azienda olivicola-oleicola sembrano essere più tutelate e regolamentate in confronto alle generazioni precedenti di agricoltori per trovarsi pronti ad affrontare le nuove sfide.

Uno degli sguardi cardine per costruire i nuovi modelli di lavoro e di comunicazione all’insegna dell’identità olivicola contraddistinta da altre attività millenarie, dovrebbe rintracciarsi quindi, nella strategia di fidelizzazione di una più ampia fascia di interlocutori. Sarebbe una delle sfide non solo per la gestione della filiera agricola proficua, ma anche per uno sviluppo territoriale volto alla tutela della biodiversità, al coinvolgimento di voci e volti della comunità e all’uso intraprendente delle risorse tangibili e intangibili, adottando inoltre, tecnologie digitali efficienti e un sistema per arginare la lacuna di competenze adeguate nell’accoglienza oleoturistica che intercetterà ed esaudirà, in tutto arco dell’anno, le esigenze più disparate dei visitatori.

Contatti

Ufficio Stampa Coldiretti

3927458957 – 3351038834

relazioniesterne@coldiretti.it

Ufficio Stampa Associazione nazionale Città dell’Olio

Natascia Maesi

335 1979414

natascia.maesi@gmail.com

Ufficio Stampa Associazione Italiana Turismo Enogastronomico

333 542 9559

press@robertagaribaldi.it 

Il 14 e 15 marzo tutti in Franciacorta per il Festival di Primavera

Due giorni per scoprire la Franciacorta nel periodo migliore dell'anno, tra degustazioni, visite in vigna e abbinamenti particolari!

La Franciacorta ospita la terza edizione del Festival di Primavera, in programma sabato 14 e domenica 15 marzo 2026: un fine settimana che unisce cultura, enogastronomia e tradizione attraverso un calendario ricco di iniziative per scoprire il territorio in modo autentico e coinvolgente. Il Festival invita a esplorare la Franciacorta nei suoi luoghi più rappresentativi, dalle cantine aperte al pubblico agli spazi storici e ai percorsi gastronomici che raccontano l’identità dell’area e il suo legame con il passato.

Cultura, vino e… ostriche!

Saranno 16 gli chef del territorio che firmeranno interpretazioni inedite capaci di far dialogare la tradizione culinaria locale con un’ospite d’eccezione: l’Ostrica Marennes – Oléron IGP, eccellenza europea scelta come filo conduttore dell’edizione 2026. Saranno creazioni pensate in esclusiva per il Festival e che offriranno una lettura contemporanea dell’incontro tra identità locale e materia prima internazionale, valorizzando un abbinamento – quello appunto tra ostrica e Franciacorta – sempre più apprezzato per equilibrio ed eleganza. Le proposte saranno disponibili nei ristoranti del territorio, disegnando un itinerario gastronomico che esplora il patrimonio culinario franciacortino attraverso nuove combinazioni e interpretazioni.

Alla scoperta del territorio insieme al Gruppo FAI

Il programma culturale accompagnerà, invece, i visitatori alla scoperta dei luoghi simbolo della zona, attraverso percorsi guidati, itinerari narrativi ed eventi ospitati nelle cantine e in altri spazi storici. Un racconto immersivo che intreccia storia, architettura e tradizioni, offrendo uno sguardo approfondito sul patrimonio culturale franciacortino. Grazie alla preziosa collaborazione con il Gruppo FAI (Fondo per l’Ambiente Italiano), anche in questa edizione saranno accessibili itinerari culturali inediti e aperture straordinarie dedicate al patrimonio storico-artistico del territorio, con visite accompagnate dal gruppo presso il Centro storico di Erbusco, il Castello Convento e Palazzo Pelizzari a Capriolo, e Palazzo Monti della Corte a Nigoline.

Franciacorta: un laboratorio culturale e paesaggistico

Il fulcro delle attività dedicate al vino sarà ovviamente il Franciacorta, con degustazioni, momenti di approfondimento tematico e iniziative culturali che coinvolgeranno 50 cantine del territorio. Il programma includerà visite in cantina e appuntamenti pensati per raccontare le diverse espressioni stilistiche del Franciacorta. Presso la sede del Consorzio si terranno tasting sensoriali guidati dal sommelier Artur Vaso, secondo Miglior Sommelier d’Italia 2025, che accompagnerà il pubblico in un percorso di approfondimento dedicato alle caratteristiche distintive e agli abbinamenti del Franciacorta con le Ostriche Marennes – Oléron IGP. Il Festival di Primavera conferma dunque il ruolo della Franciacorta come laboratorio culturale e paesaggistico, offrendo al pubblico un’occasione per entrare in contatto diretto con la ricchezza e la varietà del suo patrimonio storico, artistico e produttivo.