SparkleDay – Hanno parlato di noi

Una giornata bellissima, indimenticabile ed effervescente! Il nostro ultimo SparkleDay raccontato dalle immagini del TG2 e TG5

Ecco un racconto per immagini dell’ultima edizione di SparkleDay, il nostro evento dedicato ai vini spumanti secchi italiani.
Ringraziamo TG2 Italia Europa, TG2 Wine Parade e TG5 Gusto di Vino per aver dato spazio all’edizione 2025 di SparkleDay!

Josetta Saffirio, eredità e futuro delle Langhe

Condotta da Sara Vezza, Josetta Saffirio vive l’alleanza con il gruppo Brave Wine di Renzo Rosso per un futuro di grandi rossi e bollicine

Josetta Saffirio la madre, Sara Vezza la figlia. Sono le artefici del successo di un’azienda che ha redici nella terra delle Langhe. Josetta a partire dagli anni Ottanta e Sara con il nuovo millennio hanno disegnato una realtà caratterizzata da una forte identità territoriale, poggiata sul temperamento impavido di entrambe. “La storia di Saffirio inizia ai primi dell’ottocento – racconta Sara Vezza, quinta generazione e oggi a capo dell’azienda -,quando il primo Saffirio si sposta dall’Alta Langa alla collina di Castelletto di Monforte d’Alba, dove costruisce una casa per la sua famiglia e inizia a dedicarsi alla viticoltura. A lui segue il figlio, Giovanni Battista, padre di mio nonno Ernesto. È quest’ultimo il vero eroe della famiglia, che ha saputo infondere in mia madre Josetta l’ardore e l’attaccamento per queste radici”.

Sara Vezza

La svolta e lo sviluppo

Negli anni Settanta Josetta fonda l’azienda vinicola, smettendo di vendere l’uva come facevano i predecessori, e già a inizio degli anni Ottanta la nuova realtà si afferma e trova riscontro nel mercato. A fine anni Novanta la decisione di passare il testimone a una giovanissima Sara che, dopo la laurea in scienza delle comunicazioni a 22 anni, nel 2002 è ormai a capo dell’azienda, coadiuvata dalla mamma, agronoma, e dal papà enologo. Una successione tutta al femminile che dalle mille bottiglie di fine anni Novanta è arrivata con Sara a superare le centomila.

L’oggi e il futuro

La scelta dell’agricoltura biologica, di un approccio sostenibile in tutte le sfaccettature, inteso a rispettare l’ambiente, nel senso più ampio del termine, e le tradizioni, favorendo la biodiversità, è una strategia produttiva che viene testimoniata con la scelta di mettere in etichetta l’orchidea selvatica delle Langhe: scelta di rebranding effettuata negli ultimi anni, che identifica la linea produttiva “Orchidea”, ovvero la gran parte della produzione aziendale. Si aggiunge la linea “Cru”, fatta di cinque vini Barolo, le Mga Bussia, Persiera, Perno, Ravera, e la Riserva, figlia del vigneto impiantato nel 1948.

Un importante investimento è stato fatto ritornando in Alta Langa con l’acquisizione di otto ettari a Murazzano, interamente dedicati alla produzione di Alta Langa Docg che, evidentemente, è destinata nei prossimi anni a diventare la denominazione con maggiore produzione in azienda. Infatti sono circa sei ettari a mezzo quelli dedicati al Barolo, mentre Rossese, Nebbiolo, Barbera e Nebbiolo spumante sono il frutto di cinque ettari e mezzo.

La degustazione

Non potevamo non partire dalle bollicine di Alta Langa, un prodotto giovane dell’azienda ma che ha un futuro importante. Trovate la degustazione completa qui, in Sparkle 2026. Poi ci siamo immersi nelle declinazioni di Barolo, dal Barolo del Comune di Monforte d’Alba 2020 della linea Orchidea, al Ravera 2019 e al Castelletto Riserva 1948 2018 della linea Cru, in un crescendo di complessità e struttura, tra respiri balsamici, ma sempre conservando una bevibilità estrema, che nel primo vino è quasi sfacciata.
La sorpresa finale è stata una magnum del cru Persiera 2013, un vino già entrato in una fase più emozionale di cui raccontiamo qualche dettaglio. Il gioco tra frutto e spezie ammalia, con una dialettica che va dall’arancia rossa alla carruba, dalla noce moscata al pepe bianco, alla liquirizia in radice e stecca, con un respiro balsamico di verde e resina, mentre si concede il cioccolato, con il tabacco, il panpepato, il panettone… Bocca fascinosa per eleganza tannica e verve, di grandissima beva e dinamica netta e avvincente. Il tannino, infatti, è finissimo e setoso, un voile che aggiunge texture, sollecitando sul palato un frutto ancora vivo.

World Pizza Day 2026! Dove mangiarla e come farla in casa

Pronti per celebrare il world pizza day? Che vogliamo trascorrerlo in pizzeria o a casa, ecco un po' di suggerimenti per voi!

Decisamente uno degli appuntamenti “mondiali” più attesi del calendario del food. Parliamo del World Pizza Day che quest’anno si celebra sabato 17 gennaio, qua trovate un po’ di pizzerie sparse lungo tutto lo stivale ma anche trucchi e suggerimenti se volete celebrare questa giornata comodamente a casa.

La pizza ai formaggi di Cibrario Forno Contemporaneo – Torino

Cibrario Forno Contemporaneo di Jacopo Pistone presenta la sua personalissima versione della Pizza ai Formaggi. Una novità che racconta la grande passione che tutto il team sta mettendo nello studio e nella produzione della pizza al taglio. L’ispirazione arriva dalla scuola romana, che ha fatto della pizza in teglia un’arte, ed è proprio dal trancio capitolino che Jacopo Pistone è partito, aggiungendo il proprio stile e personalità creando un blend di farine, dall’integrale al tipo 1, e utilizzando un’alta idratazione per rendere il prodotto finale più croccante e piacevole al morso. Il tocco finale sta nel topping che, nel caso della pizza ai formaggi, vuole celebrare i sapori italiani forti e decisi, i formaggi usati per la farcitura sono infatti: Gorgonzola in due consistenzecrema di CaprinoRaschera e Grana Padano.

La pizza Tiramisù di Mare di Kilo – Imperia

Baccalà cotto a basse temperature e crema di patate. Una ricetta che combina ingredienti semplici per celebrare da un lato la più antica tradizione culinaria ligure e dall’altro il più popolare dei dolci nazionali. è la pizza tiramisù di mare creata da Jacopo Chieppa, pizzaiolo di Kilo pizzeria e chef dello stellato Equilibrio entrambi ad Imperia. La base bianca viene guarnita con mozzarella fiordilatte, dopo la cottura viene tagliata a spicchi e ogni fetta viene condita con baccalà cotto a bassa temperatura (nell’olio di caffè tostato), salsa di aglio nero di Vessalico fermentato e crema di patate affumicata. Il tocco finale è una leggera spolverata di polvere di cacao, che richiama il dolce dessert da cui prende ispirazione.
Una, dieci, cento Margherite!

Margherita obsession de La Piedigrotta – Varese

Fantasioso, eclettico e appassionato, Antonello Cioffi è pizzaiolo e patron della pizzeria La Piedigrotta di Varese, e per questo prossimo world pizza day ha realizzato un menu degustazione che è un vero tributo alla pizza più iconica di sempre. Si chiama Margherita Obsession si compone di 7 portate più un pre-dessert ed una pizza dolce percorso attraverso piatti iconici del Menu Experience “tradizionale” (altro percorso segnature di Cioffi) rivisitati in chiave margherita, ed assolute novità che andranno a comporre una proposta unica nel suo genere.

La pizza con la porchetta di Pizzerie Carpe Diem – Abruzzo

In Abruzzo, il gruppo di pizzerie Carpe Diem “Diversamente Pizza” è ormai – a quasi 15 anni dalla nascita – una vera e propria istituzione. Con 5 punti vendita attivi e altri due in arrivo, il marchio creato dal pizzaiolo Emilio Brighigna e sua moglie Angelica De Berardinis continua a portare in Abruzzo un’ottima pizza, proprio come quella pensata per il 17 gennaio! La base è una pizza bianca al padellino che nasce da un impasto al 70% d’idratazione, poi farcito con porchetta abruzzesecipolle in agrodolce cotte con aceto balsamico di Modena, maionese alla senape preparata con senape in grani, senape di Digione e miele di acacia. E poi, a guarnizione chips croccanti di topinambur e rifinito con una delicata spolverata di zafferano di Navelli.

La pizza al taglio romana e al padellino argentina di Pizza Baar – Roma

Nuovissima apertura romana che, strano ma vero, vede al timone uno dei più bravi gelatieri di Roma. Parliamo di Marco Radicioni titolare di due eccellenti gelaterie capitoline (Otaleg a Trastevere e a Monteverde), che un paio di settimane fa ha inaugurato a Monteverde Vecchio Piza Baar un nome che racchiude in verità molto di più che una pizzeria al taglio. Radicioni in questa nuova avventura imprenditoriale ha fatto un viaggio nel tempo, ricreando l’offerta dei bar “di una volta” che si concentrava su tre prodotti: pizza al taglio, caffè e gelato. E allora, ha chiesto supporto a 3 amici e grandi professionisti del settore: Gianni Olimpo, specialista di caffetteria e specialty coffeeTommaso Carabelli che si è occupato dell’offerta pizzaPablo Marinaro, che ha sviluppato prodotto e brand identity. Tornando alla pizza, qui da Pizza Baar si trova la teglia romana quindi sottile e croccante, il banco raccoglie massimo 8 gusti perchè è vero che less is more soprattuto quando si vuole proporre qualità e, c’è anche la pizza argentina cotta al padellino con impasto ad alta idratazione. Questa comunque solo nel weekend assieme alla tonda, sempre romana, disponibili asporto e delivery. E il gelato? C’è ovviamente e per questa nuova apertura Radicioni ha pensato ad un soft ice al latte aromatizzato alla vaniglia, da arricchire per chi vuole con un giro di olio extravergine di oliva, riduzione di specialty coffee e frutti di bosco.

Gorizia 1916 – Napoli

Da Gorizia 1916, ogni giorno è il world pizza day! Eh sì, questa pizzeria storica del quartiere Vomero a Napoli sforna pizze autentiche napoletana di più di un secolo ed è senza dubbio una delle insegne più longeve della città. Fondata il 10 maggio 1916 da Salvatore Grasso, la pizzeria ha attraversato cinque generazioni, mantenendo viva la tradizione e l’eccellenza che l’hanno resa un punto di riferimento per i napoletani ed i visitatori internazionali. Oggi, sotto la guida di Salvatore e Salvatore Marco Grasso, Gorizia 1916 continua a offrire un’esperienza autentica, con impasti realizzati secondo l’antica tradizione e ingredienti di altissima qualità, accuratamente selezionati tra le eccellenze artigianali campane. Accanto alla pizza, un’offerta gastronomica ricca di piatti della tradizione partenopea, affinata nel tempo grazie al costante lavoro della “brigata Grasso”. Completa la grande proposta di questo locale leggendario, una grande selezione di vini che conta 250 etichette tra Italia e Francia, con un’attenzione particolare riservata agli champagne.

E per chi vuole festeggiare il world pizza day a casa, ecco tre suggerimenti

Pizza Pala e la Pizza Teglia pronte da cuocere di Infermentum


Infermentum, l’azienda di Stallavena (Vr) specializzata in dolci da forno nata nel 2015, lancia ufficialmente Salè: una nuova linea creata per chi anche in casa vuole godersi un’esperienza autentica di pizza artigianale. Si tratta di basi pronte da completare e rigenerare in forno, realizzate con un impasto ad alta idratazione (75%), di sola farina di frumento selezionata del Molino Dalla Giovanna ed a fermentazione mista con l’utilizzo combinato di lievito madre e lievito di birra. La pizza Salè è disponibile in due versioni, realizzate con lo stesso impasto ma pensate per due utilizzi diversi. La Pizza Pala (confezione da 2 pezzi, 500 gr, 8 euro): tirata a mano, fragrante e ben alveolata, è ideale da farcire in superficie e perfetta come base pizza, schiacciata o come alternativa al pane. La Pizza Teglia (confezione da 2 pezzi, 660 gr, 10 euro): sempre leggera, croccante e profumata, è cotta in teglia ed è leggermente più alta per poter essere tagliata a metà prima di andare in forno, diventando la base ideale per un panino farcito, una focaccia rustica o una schiacciata creativa. Sono disponibili online https://www.infermentum.it/salati/ o presso alcuni rivenditori selezionati e nel negozio di Infermentum a Stallavena.

La farina per pizza alla napoletana “Chella llà” e le palline pronte di Molino Spadoni

Molino Spadoni, punto di riferimento per chi ama impastare e per tutti gli appassionati di cucina italiana, lancia l’originale farina per pizza alla napoletana “Chella llà” Tipo “0”, approvata dall’Associazione Verace PizzaNapoletana (AVPN) e disponibile nel formato da 1 kg.  Una novità pensata per conquistare non solo i pizzaioli professionisti, ma anche tutti quei pizza lovers che, a casa, vogliono vivere la stessa esperienza sensoriale della pizzeria. La nuova farina, di tipo “0”, permette di ottenere un impasto altamente performante, ideale per la vera pizza napoletana: morbida, profumata, piegabile “a libretto” e con l’iconico cornicione alto e alveolato che fa impazzire gli amanti della pizza artigianale. Perfetta anche per realizzare l’indimenticabile “ruota di carro”. E per chi ama la pizza ma non sempre ha il tempo di dedicarsi all’impasto? MolinoSpadoni pensa anche agli home foodies più dinamici, proponendo soluzioni che uniscono praticità e qualità.  L’impasto per Gran Pizza alla napoletana – due palline pronte da 250 g preparate con farine tipo “00” e pasta madre fresca – permette di portare in tavola una pizza da veri intenditori in pochi passaggi: basta scongelare, lasciar lievitare, stendere, farcire e cuocere. 

E per chi vuole mettere le mani in pasta ci sono le farine del Molino Moras

Non tutte le farine sono uguali! Lo sa bene Molino Moras, azienda familiare friulana che da 120 anni produce farine per professionisti e home baker, che mette a disposizione di chi ama la pizza fatta una gamma dedicata di farine. Ci sono la farina per Pizza Rustica Molino Moras Pizza Gourmet Molino Moras che una farina “forti” ideale per maturazioni lunghe (48/72 ore), in grado di sviluppare struttura, alveolatura e digeribilità superiori. Per chi preferisce tempi più brevi (24/48 ore), si può optare per farine con forza media come la farina tipo 1 Molino Moras o la farina tipo 2 Molino Moras, due prodotti semplici, profumati e con una buona percentuale di fibre. L’importante è non improvvisare, la farina, infatti, va sempre scelta in funzione del tempo che si ha a disposizione e del risultato che si vuole ottenere!

Cataldi Madonna, alle radici del Pecorino di Abruzzo

Posta nella conca di Ofena, Cataldi Madonna è stata protagonista del recupero di un vino che ancora riserva sorprese

Quel “forno d’abruzzo” incorniciato dal Gran Sasso

La conca di Ofena, in provincia dell’Aquila, al confine con quella di Pescara, è un luogo particolare perché attorniato completamente da montagne di almeno duemila metri, Gran Sasso su tutte. Siamo a poco più di cinquecento metri di altitudine con esposizione sud e qui in estate le temperature sono particolarmente calde, tanto da farlo chiamare dai sui abitanti forno d’Abruzzo. Di contro la presenza delle montagne nelle notti estive crea delle correnti fresche verso valle che fanno scendere le temperature, amplificando l’escursione termica giorno notte, utile a fissare gli aromi nell’uva. E poi i terreni di origine alluvionale, molto sciolti e ricchi di ghiaia, costituiscono un suolo adatto a una viticoltura di qualità e non di quantità.

Cataldi Madonna

Ed è proprio in questo territorio che vi abbiamo appena descritto, che nasce Cataldi Madonna una realtà affermata per i suoi Montepulciano d’Abruzzo molto importanti, per il suo impegno nei vini rosa, il Cerasuolo d’Abruzzo in cui Luigi Cataldi Madonna, scomparso purtroppo lo scorso 8 dicembre, credeva particolarmente. Sulle uve pecorino però Luigi vantava un primato, quello di aver trovato un vecchio vigneto, di aver fatto propagare le marze per impiantarne uno nuovo (il Frontone inquadrato alle spalle di Giulia Cataldi Madonna nella foto di aperura) e iniziare a produrre seriamente il vino Pecorino nel 1997, quando il vitigno era dimenticato in Abruzzo. Nelle Marche Guido Cocci Grifoni, dell’omonima azienda, si era lanciato nella ricerca del vitigno riuscendo, dopo diverse prove, a impiantare un vigneto e uscire con il primo vino nel 1990.

Il Pecorino

L’uscita del Pecorino di Cataldi Madonna creò molta curiosità e anche un lento processo di affermazione e ridiffusione del vitigno in Abruzzo. Oggi nella regione le uve montepulciano e trebbiano occupano trentuno dei trentaseimila ettari vitati (dati Consorzio Vini d’Abruzzo), mentre sul pecorino si può ipotizzare la presenza di un migliaio di ettari. Messo da parte, sicuramente, perché poco produttivo, trasformato in vino si presenta piuttosto profumato e particolarmente fresco per a sua generosa dote di acidità, una caratteristica genetica. Certo, nel periodo in cui uscì sul mercato erano preferiti i bianchi rotondi e spessi, non quelli ritmati e affilati, ma il Pecorino lentamente trovò il suo spazio e oggi, per le aziende, è un problema commerciale non averlo.

Vigneto del Pecorino Giulia

Quel vino reinventato in Abruzzo da Luigi Cataldi Madonna in occasione del diciottesimo compleanno di Giulia Cataldi Madonna, prende il nome della figlia di Luigi che avrebbe scelto di studiare viticoltura all’università cattolica di Piacenza. Volitiva, dinamica e vitale come il Pecorino aziendale, Giulia prende le redini dell’azienda nel 2019, degna erede di cotanto padre che non ha mai smesso di vivere l’azienda fino all’ultimo giorno.

Il 2010 sorprendente!

Sulla longevità del Trebbiano d’Abruzzo tanto è stato provato e scritto, ma su quella del Pecorino le prime pagine sono di Cataldi Madonna e noi che dedichiamo l’evento Berebianco ai grandi bianchi italiani non ci siamo lasciai scappare l’occasione di assaggiare recentemente il millesimo 2010, figlio di una vinificazione in acciaio, preceduta da un’attenzione particolare alla protezione dell’uva dalle ossidazioni. Un prodotto sorprendente per il colore ancora chiaro e acceso; per la sua integrità olfattiva che a quindici anni dalla vendemmia diventa sensualità di una percezione fusa e avvolgente, ancora ricca di frutto: avvertiamo al naso una scia minerale salina che si ritrova al gusto, dove la succosità acida da un lato sollecita tutta la bocca, dall’altro detta un ritmo molto invitante, prolungando il ricordo del vino sul palato. Insomma, un assaggio indimenticabile. Oggi, accanto al Pecorino Giulia esiste il Super Giulia, ovvero una selezione dei grappoli migliori per un vino più strutturato e potente, ma sempre con la sua innata capacità di vivere ed evolvere positivamente nel tempo.

Born Sustainable: autenticità e sostenibilità. I sapori dei territori protetti d’Europa

Tre consorzi uniti da un unico grande filo conduttore, il legame profondo con il territorio e la garanzia costante di qualità e autenticità.

Il legame con il territorio è il filo conduttore che unisce i Consorzio del Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG, del Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, e del Roccaverano DOP. Questi consorzi rappresentano non solo eccellenze enogastronomiche italiane, ma anche modelli di sostenibilità ambientale, economica e sociale. La loro produzione è profondamente radicata nella tradizione e nella valorizzazione del territorio, garantendo qualità e autenticità uniche.

Consorzio del Conegliano Valdobbiadene Prosecco DOCG: un patrimonio di tradizione che abbraccia il futuro sostenibile

Il viaggio attraverso i paesaggi italiani inizia con le colline di Conegliano Valdobbiadene, dove la produzione del Prosecco Superiore è un’arte tramandata da generazioni e dove le lavorazioni vengono fatte a mano. Situata a nord di Venezia, questa zona, riconosciuta dal 2019 Patrimonio Unesco, non è solo rinomata per la qualità dei suoi spumanti, ma anche per il suo impegno verso la sostenibilità ambientale. Dal 2011, con l’introduzione del Protocollo Viticolo, il Consorzio ha adottato pratiche agricole che promuovono l’uso di sostanze sostenibili, riducendo così l’impatto ambientale della viticoltura.  Accanto a queste iniziative si sviluppano numerosi progetti innovativi, realizzati in collaborazione con Università e centri di ricerca, orientati alla tutela ambientale e allo sviluppo sostenibile del territorio. Tra questi rientrano Eno Bee – Api in Vigna, dedicato alla salvaguardia degli impollinatori e al monitoraggio della biodiversità, Ecolog, finalizzato alla riduzione delle emissioni nel trasporto merci, Carbovit, che mira a eliminare l’impiego di azoto di sintesi nei vigneti, e Valorive, uno studio approfondito delle Rive e dei suoli del territorio volto a promuoverne anche la valorizzazione economica di quest’area. A questi si affiancherà il Progetto Microinvasi, che prenderà avvio nel 2026 con l’obiettivo di mitigare gli effetti del cambiamento climatico attraverso una gestione più efficiente delle risorse idriche. Attualmente il 52% della superficie è certificata SQNPI, con l’obiettivo di raggiungere almeno il 60% nei prossimi anni. Inoltre, nel 2023 il Consorzio ha redatto il primo Rapporto di Sostenibilità, allineato agli standard GRI, rafforzando il proprio impegno in termini di trasparenza e responsabilità lungo l’intera filiera.

Consorzio Barbera d’Asti e vini del Monferrato: sostenibilità e adattamento ai cambiamenti climatici

Spostandoci verso il Piemonte, incontriamo il Consorzio Barbera d’Asti e Vini del Monferrato. Situato nel cuore della regione, questo consorzio è un esempio di come la tradizione possa andare di pari passo con l’innovazione sostenibile. Per affrontare le sfide del cambiamento climatico, il Consorzio ha attivato il progetto AGEBA, finanziato dal piano di sviluppo rurale della regione Piemonte. L’obiettivo della sperimentazione è recuperare e valorizzare il germoplasma antico del vitigno barbera, selezionando singoli ceppi più resilienti e capaci di adattarsi alle nuove condizioni climatiche. Inoltre, il progetto Noviagri promuove l’innovazione tecnologica in vigna grazie ad una macchina irroragtrice intelligente, dotata di sensori è in grado di: ottimizzare la distribuzione dei trattamenti, ridurre gli sprechi di prodotto e diminuire la diepserione nell’ambiente. L’adozione di pratiche agricole rispettose dell’ambiente e la promozione di metodi di agricoltura biologica dimostrano l’impegno del Consorzio nel preservare il territorio e sostenere la comunità locale. Molte aziende associate hanno ottenuto certificazioni ISO 14001, attestando un impegno nella gestione ambientale.

Consorzio di tutela del formaggio Roccaverano DOP: tradizione casearia e sostenibilità ambientale

Il nostro viaggio si conclude nelle province di Asti e Alessandria, dove il Roccaverano DOP è un simbolo di tradizione e sostenibilità. Questo formaggio artigianale, prodotto esclusivamente con latte crudo di capra, riflette un profondo legame con il territorio e le tradizioni locali. Le capre sono allevate al pascolo, garantendo che almeno l’80% della loro alimentazione provenga dai prati locali, riducendo così l’impatto ambientale complessivo. La produzione del Roccaverano DOP si basa su metodi artigianali tramandati di generazione in generazione, contribuendo a preservare il patrimonio culturale della regione. La certificazione DOP non solo garantisce la qualità e l’autenticità del prodotto, ma valorizza anche il territorio, favorendo lo sviluppo economico locale e attirando turisti interessati a scoprire questo eccellente formaggio.

Conclusione: un impegno per le generazioni future

I consorzi del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore, del Barbera d’Asti e Vini del Monferrato, e del Roccaverano DOP incarnano l’essenza del legame con il territorio. La loro dedizione alla sostenibilità garantisce che le tradizioni locali continuino a prosperare, offrendo prodotti di qualità che rispettano l’ambiente e valorizzano le comunità locali. Ogni bottiglia di Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore, ogni calice di Barbera d’Asti DOCG e ogni forma di Roccaverano DOP raccontano una storia di passione, impegno e rispetto per la terra, assicurando che questa storia continui per le generazioni future.

Dove mangiare a Garbatella tra osterie, wine bar e pizzerie

È uno dei quartieri di Roma più in voga del momento. Nel corso del 2025 hanno aperto tantissimi locali, eccone alcuni da provare!

Garbatella sta vivendo una vera rinascita dal punto di vista gastronomico! Non che negli anni scorsi non si mangiasse bene in questo quartiere, che probabilmente è tra i più autentici di Roma, ma nel corso dell’anno che si è appena concluso a Garbatella hanno aperto una serie di locali veramente interessanti. Eccone alcuni che vi consigliamo di provare!

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Osteria Sauli – via Giacomo Rho, 3

Fra poco festeggerà il suo primo anno di apertura, l’osteria che vede tra i soci finanziatori il noto fumettista Zero Calcare e al comando una coppia di osti fuori e dentro la cucina. Parliamo di Antonello Magliari e Stefania Pinto, che in questo ristorante di Garbatella (il secondo in verità per Magliari che è socio anche de Il Grappolo d’Oro in centro) portano in tavola la loro idea di cucina tradizionale, romana ma non solo. Antonello è nato a Roma ma ha origini abruzzesi, quindi in carta oltre a piatti romanissimi c’è la pecora alla cottora e tantissime materie prime che arrivano dalle aziende agricole de l’Aquila e provincia come i formaggi del compianto Gregorio nella Valle Scannase o le carni de La Porta dei Parchi ad Anversa, il bio agriturismo dell’agricoltore attivista Nunzio Marcelli. Stefania invece è pugliese, salentina per l’esattezza è nata a Mesagne in provincia di Brindisi ed ha portato nel cuore di Garbatella tutto il buono della Puglia: fave e cicoria, orecchiette con le cime di rapa, sagne incannulate e delle fantastiche tette delle monache. Da bere vini naturali in bottiglia ed anche sfusi.

NonnaRè Pizzeria di Quartiere – piazza Augusto Albini, 10

Altra bella apertura è questa pizzeria al taglio di piazza Albini. Le mani in pasta ce le mette Alessio Pilli, trentenne con una lunga esperienza alle spalle e decisamente una grande competenza in fatto d’impasti. La pizza è quella al taglio di scuola romana, quindi croccante e sottile farcita semplicemente senza troppe “stravaganze”. Rossa col battuto di olio, aglio e prezzemolo, bianca con le patate a sfoglia, o con le cipolle, rossa con le polpette, ma pure con le puntarelle quando è stagione. Tra i gusti un poco più originali, segnaliamo una golosissima ripiena con la coppa di testa. Fritti, anche questi semplici: supplì classico e col ragù. Fanno anche, solo per asporto e delivery, la tonda ovviamente romana assolutamente promossa. P.s. sui social stanno reclutando personale per un’altra imminente apertura…

Mariù Trattoria Gentile – Via Leopoldo Traversi 17/19

Recentissima apertura anche questa, parliamo di Mariù una trattoria che ha inaugurato a metà novembre e che si mostra con un animo accogliente e famigliare. In menu ci sono piatti golosi e di sostanza come le polpette di bollito servite con la salsa verde, l’uovo panato cotto a 65° con la crema di cacio e pepe, paté di fegatini con pan brioche. E poi certamente, una bella selezione di piatti made in Rome come la cacio e pepe, l’amatriciana e delle sontuose fettuccine all’Alfredo mantecate con dosi generose di burro e parmigiano. Si chiude in dolcezza con dolci casalinghi: salame di cioccolata, cannolo siciliano e tiramisù. Segnaliamo un menu pranzo pensato per chi ha poco tempo ma vuole comunque godersi una pausa di gusto: primo e contorno oppure secondo più contorno a 13 euro, acqua inclusa.


Inferno Pizza Bar – piazza Eugenio Biffi, 4 

I fratelli Giorgio e Valerio Giglietti, a Garbatella sono al comando già di due locali storici del quartiere: parliamo di Biffi nell’omonima piazza e Bauhaus, qualche metro più in là. Da settembre scorso hanno inaugurato la loro terza insegna, si chiama Inferno ed è una pizzeria al taglio aperta sin dal mattino. Lingue di pizza e pizzette rosse per la colazione, pane caldo e poi il banco con le teglie che non vuole stupire con gli effetti speciali ma con i gusti classici intramontabili: rossa, patate, margherita, funghi.  Da bere birre artigianali di Rebels, vini naturali e soft drink. Ma un bel merito da riconoscere a questa pizzeria, è che il concetto di “popolare” l’ha preso seriamente: un trancio di pizza bianca costa 1 euro.

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Pantera – via Circonvallazione Ostiense, 153

Questa più che una nuova apertura è un ritorno, Pantera infatti aveva letteralmente sbancato a Garbatella quando aprì nell’estate del 2023. La pizza romana al taglio, sottile e croccante convinse subito i “local” e non solo, tanto è vero che non di rado gli appassionati della pizza al taglio si spostavano dagli altri quartieri della Capitale per accaparrarsene un trancio. Poi a Febbraio dello scorso anno la chiusura inaspettata (e momentanea evidentemente!), la decisione dei fratelli Trecastelli di entrare in società con il rapper romano Noyz Narcos, la conseguente apertura di un primo punto vendita a Milano (a breve arriverà anche il secondo) e l’avvio di una serie di attività collaterali inclusa una linea di merchandising by Pantera. A fine 2025 però, arriva inaspettato il ritorno a Roma “stessa spiaggia, stesso mare” e anche la stessa buona pizza di sempre. La serranda di Pantera a Garbatella è stata tirata su nuovamente il 14 dicembre scorso con grande felicità di tutti gli aficionados che aspettavano questo momento da tempo.

Zic! – via G. Biga, 2

Novità di fine estate 2025, è Zic! un winebar piccolo e raccolto, perfetto per l’aperitivo da fare con vini naturali e piattini, ma è un indirizzo da memorizzare anche quando si ha voglia di cene informali mangiando poche cose ma ben fatte. Il posto incuriosisce già da fuori, grazie al vezzo di aver lasciato l’insegna dell’attività commerciale che c’era prima “Sanitari Rubinetteria Arredo Bagno e Box Doccia”. Una decisione che forse rientra nell’intento di questo winebar che è quello di riportare il bere naturale nella sua dimensione più semplice ed autentica, senza troppi costrutti concettuali. Oltre ai vini, birre artigianali, spitiz signature e kombucha. Da mangiare, una lista snella di snack e piattini tra questi, in stagione, segnaliamo una gustosissima caponata.

Stecca –  viale Guglielmo Massaia, 28

Due professionisti della ristorazione italiana hanno deciso di mettere assieme idee, progetti e amicizia. Nasce così Stecca, nuova avventura imprenditoriale di Flavio De Maio e Franco Franciosi rispettivamente già al timone di Al Velavevodetto il primo (a Testaccio, Prati e Milano) e di Mammaròssa ad Avezzano il secondo. Qui a Garbatella hanno creato un luogo in cui fondono le loro origini, quella romana di Flavio e quella abruzzese di Franco, per offrire una cucina che però non è una fusione di queste. Da questa sinergia nascono piatti come i rigatoni Garbatella, conditi con ragù di salsiccia e serviti con gl’involtini al sugo, la salsiccia sale e pepe, grande passione di Flavio preparata al vino e servito col suo fondo di cottura, la tajine di vitello con spezie, verdure e il pane di Mammaròssa da intingere nel sugo. Molti dei piatti in carta sono pensati per essere condivisi, del resto in romanesco “steccare” vuol dire condividere in parti uguale, che è poi la vera essenza di ogni amicizia autentica e sincera. A fare da cornice, un impianto audio pazzesco per veri cultori del suono.

Ciambro Calici e Miscele – via Caffaro, 5

Ancora fresco d’inaugurazione, Ciambro è la nuova vineria di quartiere che affianca alla proposta enologica anche una bella offerta dedicata al bere miscelato. Questo nuovo indirizzo vuole essere il punto di ritrovo per gli amanti dell’aperitivo, non necessariamente pre cena infatti qui da Ciambro trovate porte aperte dalle 18 alle 21. E per chi ha voglia di mettere qualcosa sotto i denti tra un calice e un drink, ci sono taglieri di salumi, formaggi e focacce. Valerio Ciambrone, il titolare, annuncia che la parte food è ancora in fase di definizione e che presto ci saranno novità interessanti anche frutto di collaborazioni con i negozi del quartiere.

Cantina Kaltern, Sauvignon Stern 2024

Posta in intorno al lago di Caldaro, Cantina Kaltern conta 520 soci su 430 ettari vitati. Il sauvignon uno dei vitigni principe

Nei pressi del Lago di Caldaro il microclima è più mite che in altre aree dell’Alto Adige (la foto di apertura propone il lago visto da nord, a destra il paese di Caldaro e i vigneti che si arrampicano); nelle vicinanze, laddove le colline salgono e sono sormontate da montagne, le escursioni termiche giorno notte diventano uno degli elementi caratterizzanti i vini. Queste vigne, evidentemente, sono tutte vitate con uve a bacca bianca. Nel caso del Sauvignon Stern, uno dei quindici vini della linea Selezione di Cantina Kaltern, i vigneti sono posti tra 450 e 500 metri di altitudine, esposti a sud est, su terreni di marne sabbiose e argillose, adagiate su suolo porfirico e granitico. Alle spalle il Massiccio della Mendola che porta brezze fresche nelle notti estive.

Stern è un Sauvignon molto riconoscibile, loquace, ricco di frutto, caratterizzato da grande equilibrio e succosità in bocca che lo rendono invitante e facile da abbinare. I vigneti sono a spalliera, potati a Guyot e hanno età compresa tra dieci e venti anni. Le uve, prima della vinificazione, eseguono una macerazione a freddo di otto ore. Dopo la pressatura l’85% del mosto fermenta in acciaio termo condizionato, il resto in grandi botti in legno. A fine processo, il vino resta in contatto con le fecce fini per sei mesi.

La degustazione

Stern 2024
Alto Adige Sauvignon Doc
14% vol – € 15,00


Di espressività immediata, accoglie su note vegetali e rapidamente focalizza sul frutto originale, invitando all’assaggio, dove conferma il suo stile coinvolgente che richiama un nuovo sorso. Perfetto per un risotto alla bisque di gamberi, guarnito con vellutata di peperoni verdi. Di colore giallo limone chiaro, appena versato si esprime su note vegetali di salvia, bosso e foglie di pomodoro, sfumate da respiri minerali di gesso e selce; poi si allarga su toni di bacche e fiori di sambuco, pera Coscia, pomelo in scorza e polpa, uva spina, ribes nero, occhio di drago, ananas e kiwi poco maturi, platano; la dialettica fruttata, in progressione, cresce di intensità prendendo il sopravvento, nel finali sfumata dalle note vegetali, ora espresse anche in timo, melissa e maggiorana. In bocca il vino è fresco, sapido, succoso e avvolgente nella sua espressione vivace, caratterizzato da una morbidezza gentile e avvenente che dà spessore in una prima fase e poi, nel finale, lascia la trazione allo sviluppo salino. Appena in bocca esplode il frutto invitante, con una spinta agrumata coinvolgente che ricorda il mandarino verde, sfumato dai vegetali e da una percezione minerale di selce, arenaria e salgemma vincente in chiusura.

Aquila Reale 2015 di Cesarini Sforza, nuova annata

Territorio, tempo e maestria generano Aquila Reale Trento Riserva di Cesarini Sforza, vino longevo, sintesi di potenza e finezza

Le uve chardonnay, solo chardonnay, provengono da Maso Sette Fontane (nella foto di apertura), cru vocato alle porte della Valle di Cembra; a cinquecento metri di altitudine su suolo detritico con presenza di scheletro, leggermente calcareo, non molto profondo, franco sabbioso, ben drenato, gli impianti a pergola semplice trentina sono gestiti in conduzione biologica. Qui, tra i profumi delle Dolomiti di Brenta e le brezze dell’Ora del Garda, lo chardonnay sviluppa un equilibrio che si traduce in eleganza innata e personalità decisa. Aquila Reale Riserva viene prodotta esclusivamente nelle vendemmie in cui le uve esprimono condizioni di sanità e maturazione impeccabili, secondo una filosofia produttiva che fa della selezione più rigorosa il suo stile.

Grappoli chardonnay

Aquila Reale, la vinificazione

Le sue uve, raccolte manualmente in piccoli contenitori tra fine agosto e la prima decade di settembre, vengono delicatamente pressate intere in un torchio verticale Marmonier e solamente la metà del mosto viene selezionata per la Riserva. La fermentazione avviene prevalentemente in acciaio e in parte in carati di rovere a cui segue un affinamento di almeno sette mesi a contatto con le proprie fecce fini. In tarda primavera si realizza la cuvée in attesa del tiraggio che avviene non prima del mese di giugno, a cui seguono poi almeno novanta mesi di affinamento. Alla sboccatura segue una sosta di altri sei mesi prima dell’uscita sul mercato.

Andrea Buccella

“Il 2015 è stato un anno generoso e mediamente caldo e asciutto, a differenza del 2014 freddo e piovoso. Il particolare andamento stagionale, senza eventi meteorologici rilevanti, ha determinato un leggero anticipo della raccolta e le uve perfettamente sane hanno permesso di ottenere mosti con un buon equilibrio, ideali per una base spumante di grande finezza”, commenta Andrea Buccella, responsabile produzione di Cesarini Sforza.

La degustazione

Nel calice esordisce con un colore giallo paglierino, dai riflessi dorati che rispecchia la tenuta nel tempo di questa annata. Al naso la dolcezza degli aromi ricorda la frutta candita, seguita dalle note di piccola pasticceria, con un finale lievemente agrumato. L’ottima struttura è supportata da una piacevole acidità, una grande finezza ed eleganza, oltre a persistenza.

Roccaverano, tesoro bianco della Langa astigiana e alessandrina

Formaggio Dop, il Roccaverano dal 2023 ha focalizzato il suo nome nel luogo di origine evidenziando la sua diversità

A cavallo tra Asti, l’Appennino Ligure e Alessandria, a circa ottocento metri di altitudine si trova un piccolo borgo dominato da una chiesa parrocchiale quasi più grande di lui: Roccaverano. Piccolissimo il paese (non arriva a cinquecento abitanti) ma notevole e agitata la sua storia millenaria, fatta di guerre, conquiste, passaggi di mano del suo dominio tra potenti dell’epoca, occupazioni militari, distruzioni.

Un formaggio unico al mondo

Oggi gli unici calpestii che si sentono echeggiare nella sua piazza principale sono quelli dei passanti, che in certi momenti dell’anno diventano decine di migliaia: turisti che arrivano dal resto della Langa Astigiana ma anche da altre parti d’Italia. I motivi d’attrazione non sono solo il paesaggio o i suoi tesori artistici (la rinascimentale Chiesa di Santa Maria Annunziata e quella di San Giovanni Battista, i resti del castello, la torre medievale, il Parco d’Arte Quarelli), ma anche l’enogastronomia. Roccaverano è infatti il paese dell’omonimo formaggio a pasta morbida, prodotto esclusivamente con latte di capre delle sole razze Roccaverano, Camosciata Alpina e loro incroci.

Solo 17 produttori e 100% latte di capra

Le regole di produzione del formaggio Roccaverano impongono che le capre vengano tenute obbligatoriamente al pascolo da marzo a novembre, e che siano alimentate almeno all’80% con piante del territorio. Tutte caratteristiche che rendono questo formaggio unico al mondo, anche per il metodo di produzione artigianale. Solo 17 i produttori di latte e latte-formaggio, per una produzione annua tra cinquecentomila e cinquecentocinquantamila piccole forme: poco più di due etti l’una. “Sono tutte aziende specializzate – spiega il presidente del Consorzio Roccaverano Dop, Matteo Marconi, egli stesso produttore -. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso erano aziende agricole con allevamenti di ovini e bovini, il cui latte in esubero veniva usato per produrre formaggio. Oggi invece per fare il Roccaverano Dop si usa solo latte di capra, senza alcuna aggiunta di latte ovino o vaccino. E, sempre per disciplinare, il formaggio può essere venduto solo intero, non da taglio”. Per marcare ancora di più le distanze dalle robiole in generale, dal 2023 il Roccaverano si chiama solo così, e non più “robiola di Roccaverano”.

Fresco, cremoso e… leggero!

La lavorazione del latte può avvenire solo a crudo: una caseificazione delicata, alla quale si dedicano soprattutto le donne, mentre gli uomini si occupano soprattutto degli animali. Il risultato è una formaggetta che già dal quarto giorno di stagionatura può essere dichiarata Dop. È un prodotto caratterizzato da una pasta bianca e morbida, più o meno compatta: quando è fresco è delicato e cremoso, sa di latte, burro o yogurt ed erbe fresche di campo, con una crosta quasi assente. Se stagionato (oltre i dieci giorni) la crosta si fa più consistente, con un colore paglierino o rossiccio (non a caso i Romani chiamavano un formaggio di questo tipo “rubeola”) e un sapore più deciso ma non eccessivo, che ricorda il latte caldo e a volte anche le nocciole. Il plus di questo formaggio? Non è grasso, ha pochissimo colesterolo e poco lattosio. Ottimo se consumato da solo, magari con un filo di olio extravergine di oliva e un pizzico di peperoncino, è però molto versatile, e può essere impiegato nella produzione di pietanze sia salate che dolci.

Il nuovo Urban Retreat nel cuore della Capitale

Cinque anime nello stesso luogo. Il nuovissimo urban retreat in via Giulia accoglie dal pranzo alla cena passando per l'aperitivo

In uno degli angoli più raccolti di Roma, tra Via Giulia e il Lungotevere dei Tebaldi, nasce Giulia Urban Retreat, un progetto completamente nuovo che unisce ristorante, cocktail bar e quattro suite di lusso in un’unica destinazione contemporanea. Non un semplice locale, ma un luogo pensato per accogliere le persone in ogni momento della giornata, in un’atmosfera che si caratterizza per eleganza, autenticità e una forte identità romana.

Cinque giovani soci e un’idea di ospitalità che cambia le regole

Il progetto è stato realizzato da cinque soci trentenni, imprenditori già attivi nella ristorazione, nell’hôtellerie e nel cinema. Hanno rilevato il precedente Giulia Restaurant trasformandolo in un luogo dalle molte identità, dove il concetto di Urban Retreat diventa l’espressione di un’ospitalità completa e fluida: un rifugio nel centro di Roma in cui concedersi cura e tempo, senza i confini tradizionali tra ristorante, bar o struttura ricettiva. Gli ambienti occupano una palazzina storica progettata da Marcello Piacentini e reinterpretata attraverso un concetto che unisce Roma classica e sensibilità contemporanea. Materiali pregiati, dettagli dorati, geometrie moderne e quattro ampie vetrine su Via Giulia annunciano un concept pop sofisticato. All’interno si alternano divani in pelle, poltroncine, tavoli in legno, un grande bancone in ferro e legno e opere d’arte che contribuiscono alla personalità visiva del luogo.

Un ristorante vivo tutto il giorno, tra aperitivo, cena e dopocena

Il ristorante è aperto dall’aperitivo al dopo cena, con il pranzo servito nel weekend. L’esperienza è dinamica ma curata, con uno stile accogliente e giovane che riflette la filosofia del progetto. La proposta gastronomica è firmata dallo chef Simone Di Maria, 43 anni, con esperienze tra Italia ed estero. La sua cucina nasce dalla tradizione romana reinterpretata, con grande attenzione alla materia prima, alle consistenze e alle tecniche di cottura. In un menu che cambia stagionalmente, oggi compaiono piatti come le puntarelle con ricci di mare, maionese all’aglio e polvere di gambero rosso, il risotto broccoli, arzilla e bottarga, lo spaghettone Monograno Felicetti con stracciatella, ’nduja e tartare di gambero rosso, la guancia di manzo CBT con crema di patate, sale al lime e tequila nebulizzata, fino alle varianti stagionali sul porcino. I dolci sono tutti fatti in casa, dal tiramisù rivisitato alla crostata ricotta e visciole interpretata dallo chef.

La cantina e il cocktail bar: vino, mixology e spirits premium

La carta dei vini comprende circa cento etichette tra grandi nomi, vignaioli naturali e cantine di nicchia, con appuntamenti periodici dedicati a produttori ed enologi. Il cocktail bar è un altro pilastro dell’esperienza, con una miscelazione internazionale che guarda alla storia della mixology italiana e una ricca selezione di spirits premium. Qui il cocktail può aprire, accompagnare o chiudere la serata, diventando parte integrante del percorso gastronomico.

Le quattro suite: terrazze private, idromassaggi e cene in camera

Al piano superiore si trovano le quattro suite collegate internamente al ristorante e accessibili anche dal Lungotevere dei Tebaldi. Ogni camera ha una personalità distinta, con terrazze private e vasche idromassaggio esterne. Per chi desidera un’esperienza ancora più esclusiva, è possibile richiedere una cena privata in suite, con lo chef che completa i piatti direttamente in camera. Giulia Urban Retreat rappresenta una destinazione completa, pensata per romani e viaggiatori che vogliono vivere Via Giulia con uno sguardo contemporaneo: un luogo giovane, elegante, accogliente, dove la qualità guida ogni scelta e l’esperienza supera la somma delle sue parti. Non più un ristorante soltanto, ma un rifugio urbano nel cuore della città, capace di accogliere ospiti in ogni momento della giornata e di trasformarsi, con la stessa cura e attenzione, in cornice perfetta per eventi privati, cene aziendali e occasioni speciali, offrendo esperienze su misura.

Giulia Urban Retreat
Lungotevere dei Tebaldi, 4 – Roma
Tel. 351 9369771
www.giuliaurbanretreat.it
info@giuliaurbanretreat.it